Il fascismo crocevia della modernità

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Autore:Giuseppe A.Spadaro
Casa editrice: Settimo Sigillo

Il libro:

Grazie all’anatema scagliato da Jacques Maritain contro tutte le destre, gli immortali quadri del gramscismo hanno ottenuto che i democristiani dividessero gli intellettuali in due opposte e irriducibili categorie: i deliziosi conservatori delle verità protette ed autorizzate a sostare sotto l’arco costituzionale e gli abominevoli e inauditi revisionisti.
I conservatori di sinistra custodiscono le granitiche certezze e le sentenze indeclinabili che, mediante l’uso pedagogico del falso storico, alimentavano le macchine della secolarizzazione e della tolleranza nei confronti di tutte le forme del disordine e della corruzione postmoderna.
E’ ben noto che tali certezze consistono nell’arbitraria confusione di fascismo italiano e nazionalsocialismo germanico, e nel conseguente abominio dei cattolici non democristiani, che diedero segno di apprezzamento per la difesa dell’ordine civile attuata dalla destra italiana.

La logica minacciosa, soggiacente al titolo di un libro esemplarmente sofistico e ricattatorio, «Il papa di Hitler», addita, nell’eventuale adesione cattolica alla «morale repressiva» della destra, la causa dell’«abietta» inclinazione a diventare complici del nazionalsocialismo.
La magia storiografica degli inquisitori di sinistra, malgrado le storiche batoste subite dal socialismo reale, continua ad inscenare lo strappo della maschera portata dagli oppressori fascisti, nel frattempo identificati con i biechi oppositori alla rivoluzione sessuale e alla concomitante deriva antiproibizionista per la droga e per l’immigrazione selvaggia.
Dopo la recita dello strappo, gli inquisitori espongono al generale ludibrio il volto «ributtante» dei nazionalsocialisti.
In tal modo i cattolici italiani, che ancora si ostinano a non bruciare incenso davanti all’idolo della tolleranza totalitaria, sono spaventati e dissuasi dalla minaccia di essere paragonati pubblicamente ai complici di Hitler.
Per scansare il pericolo, i più solleciti esponenti dell’antifascismo parrocchiale stendono sopra gli altari la bandiera della tolleranza, l’arcobaleno dei gay di San Francisco.
I più timorosi seguono l’esempio fulgido di un noto sacerdote genovese «in tuta bianca», e seminano la mistica canapa indiana nel giardinetto della canonica.

Gli sparuti revisionisti, intanto, sono autorizzati a riscrivere la storia dei fatti e dei pensieri, ma solo per un uso rigorosamente ristretto alle curiosità degli impertinenti di nicchia e di margine.
L’impertinenza storiografica, ad ogni buon conto, è isolata e ghettizzata dal martellante, imperioso cordone sanitario, steso dalla prospera e obbligatoria editoria per le scuole e dall’editoria voluttuaria per i salotti ben frequentati.
In tal modo il sovrano ordine dei sedicenti progressisti regna nei pensieri intorno alla storia.
Pensieri che orientano la politica e la filosofia italiana.
E’ il sovrano ordine che ha obbligato Gianfranco Fini a saltare l’ultimo fosso aderendo alla scolastica, che propala le gelose, golose e gloriose verità della storia antifascista.
Se non che, prima della ratifica, intorno alla storica sentenza sul «male assoluto» si sono immediatamente costituite due scuole di pensiero.
La scuola degli interpreti più applauditi sostiene che il presidente di AN ha finalmente aderito alle verità certificate da antifascisti purissimi e adamantini, quali Giorgio Bocca, Galante Garrone, Eugenio Scalfari e Norberto Bobbio.
L’altra scuola insinua che Fini è un finto convertito alla verità gramsciana: associando il fascismo al «male assoluto nazista», ha volutamente esagerato, per provocare la reazione di segno contrario da parte degli antifascisti meno faziosi o semplicemente più accorti: Porat, Pansa, Violante e D’Alema, ad esempio.
Il dilemma giace ancora senza risposta.

In compenso sono insorti i difensori della verità sulle differenze sostanziali tra fascismo e nazismo.
Il 30 novembre del 2003, pochi giorni dopo la visita di Fini, il più diffuso quotidiano d’Israele, «Yediot Ahronot», ha infatti pubblicato un articolo a firma dell’autorevole storico Yehoshua Porat, articolo che smentisce categoricamente l’affrettato giudizio sul «fascismo male assoluto».
Scrive dunque Porat: «nei primi sedici anni del regime fascista (1922 – 1938) gli ebrei italiani godevano di piena parità di diritti. Il cambiamento è avvenuto più tardi, in seguito all’annessione dell’Austria, che ha suscitato nell’animo di Mussolini la paura di Hitler. Appena allora Mussolini ha provveduto ad una legislazione antiebraica, la cui applicazione, comunque, è avvenuta senza entusiasmo e soltanto in maniera parziale. E’ molto importante il fatto che il regime fascista italiano abbia salvato migliaia di ebrei in due regioni conquistate dal suo esercito, nell’ambito dell’alleanza con la Germania nazista: il sud – est della Francia e la Croazia». (1)
Le affermazioni incontrovertibili di Porat (che, peraltro, riprendono le tesi «proibite» di Hanna Arendt sull’umanità e la moderazione del regime di Mussolini) fanno avanzare la storiografia sul fascismo italiano fino alle conclusioni da tempo raggiunte da quei revisionisti di destra (Giano Accame, Fausto Belfiori, Luigi Gagliardi, Fabio Andriola, Davide Sabatini, Luciano Garibaldi, Franco Accame, Paolo Possenti, Guido Mussolini, Massimo Lucioli, Paolo Rizza, Gianni Scipione Rossi, Renato Besana, Raffaele Francesca, Pierfranco Malfettani, ecc.) che, sviluppando l’opera di Renzo De Felice, hanno dimostrato, con argomenti inconfutabili, le sostanziali differenze e i motivi di rivalità tra fascismo e nazismo.

E’ dunque tempo di ristabilire la verità sulla natura del fascismo italiano, sulla sua interpretazione dell’umanesimo italiano e sul suo rapporto con il nazionalsocialismo.
Non è possibile chiarire i dubbi sul «male assoluto» senza una scrupolosa lettura degli articoli pubblicati nella rivista di Benito Mussolini nel quadriennio 1940 – 1943, un onesto esame del testamento spirituale di Giovanni Gentile e un’attenta valutazione della riforma popolare della scuola concepita da Carlo Alberto Biggini.
Nelle pagine di Gerarchia, infatti, il filosofo Francesco Orestano dichiarò senza mezzi termini (e con l’ovvio consenso del direttore, Benito Mussolini) il superamento dell’ideologia nazionalistica, evidente eredità del risorgimento massonico: «è venuto oggi il momento di riconoscere con franchezza, che i nazionalismi accesi del secolo XIX e ancora determinanti sino alla grande guerra 1914 -18, … interruppero e ostacolarono più vasti processi associativi in Europa e colla moltiplicazione delle frontiere spezzarono e disarticolarono alcuni grandi complessi in corso di unificazione». (2)
Coerente con le tesi esposte dal ministro Balbino Giuliano (nel saggio «Romanità e germanesimo» del 1941), Orestano affermò inoltre che l’orizzonte, nel quale doveva costituirsi la solidarietà fra le nazioni, non era il diritto del più forte, che i nazionalsocialisti desumevano dalla mitologia nibelungica intorno alla violenza levatrice della storia, ma la carità di Cristo: «il cristianesimo ha introdotto con la Rivelazione l’amore umano universale come comandamento divino. E l’amore cristiano è divenuto il fattore di massima pensabile e possibile coesione fra gli uomini in quanto tali. … Se c’è chi ripudia oggi l’amore cristiano, padronissimo; poi dovrà reimparare ad amare cristianamente, … poi dovrà ricominciare la durissima faticosa salita». (3)

Gianni Baget Bozzo, pur non appartenendo all’area dei revisionisti, ha formulato un giudizio che conferma le tesi sulle sostanziali differenze tra fascismo e nazionalsocialismo: «gli italiani combatterono una guerra che in sé tendeva soltanto a mantenere quel rango di medio – grande potenza europea con cui il Paese era uscito dalla prima guerra mondiale. Quella nazionalsocialista era un’altra guerra, tendeva a determinare nel mondo il dominio della razza germanica. L’errore di Mussolini fu di unire due guerre che non avevano il medesimo fine, né il medesimo spirito, né i medesimi mezzi». (4)
La lontananza della guerra fascista da quella nazionalsocialista si misura, peraltro, dal tono della secca risposta che il ministro Carlo  Alberto Biggini, diede al maggiore Kappler, impegnato a convincerlo della necessità di ricorrere a mezzi drastici, per ottenere brillanti risultati: «vi sbagliate. Questi sistemi hanno messo il mondo contro di voi, e per conseguenza  contro  di  noi.  In  tal  modo  non  si  è  mai  vinta  nessuna guerra!». (5)

Anche Giovanni Gentile, l’autore della «Dottrina del fascismo», era sceso in campo per difendere le ragioni dell’universalismo umanistico, esaltato dagli esponenti della cultura fascista in opposizione al razzismo e al nazionalismo.
Nel 1942, Gentile auspicava, infatti, che dalla guerra uscisse un’umanità «che senza disperdere i tesori delle sue più grandi tradizioni spezzi le catene che ne impedivano o minacciavano il progresso. E riconoscerà il vantaggio della mutua intelligenza e della collaborazione fraterna delle razze diverse, nessuna delle quali è nata per servire, e tutte hanno diritto … a recare all’umano comune lavoro il libero contributo della loro operosità». (6)
In «Genesi e struttura della società», opera completata il 25 settembre del 1943, Gentile, quasi anticipando l’indirizzo democratico che Mussolini intendeva dare alla costituzione della RSI, si spinge oltre ed afferma addirittura che «ogni opposizione di Governo e governati cade nel consenso di costoro, senza del quale il Governo non si regge». (7)
Durante la stesura del suo ultimo saggio, Gentile, pur senza rimuovere le residue contraddizioni dell’attualismo aveva, infatti, intravisto la possibilità di conciliare la dottrina dello Stato etico con la rivendicazione cattolica del primato dello spirituale.
In una delle pagine dalle quali Michele Federico Sciacca trarrà motivo per la sua conversione, Gentile affermava risolutamente che «la teocrazia postula uno Stato, che coincidendo con la stessa divina volontà ricade nel concetto del contestato Stato etico. Ma se la teocrazia non è parola vuota, non c’è ragione di adombrarsene. Perché nessun dubbio che il volere dello Stato è un volere divino, sia che s’intenda nella immediatezza della sua autorità, sia che più pienamente si assuma come l’attualità concreta del volere. C’è sempre Dio: il Dio del Vecchio e del Nuovo Testamento». (8)

Dal canto suo il ministro della pubblica istruzione della RSI, Carlo Alberto Biggini, elaborò il progetto per una scuola seriamente umanistica e autenticamente popolare, cioè atta, in primo luogo, a realizzare, senza concessioni alla demagogia del ribasso delle difficoltà, la uguaglianza del punto di partenza e la promozione dei soli meritevoli. (9)
Nei testi citati appare evidente che, proprio negli anni dell’alleanza con la Germania, il pensiero dei massimi esponenti della cultura fascista, accelerò quella marcia di avvicinamento ai valori dell’umanesimo cristiano che era felicemente iniziata nel 1929, con la firma dei Patti lateranensi.
Il lavoro quasi clandestino dei revisionisti, ponendo fine alla mitologia intorno al plesso «nazifascismo», consente dunque di considerare l’«errore» di Mussolini da un nuovo e diverso punto di vista.
Posto che il significato del fascismo si trova nell’intenzione di riportare la filosofia moderna con la teologia cristiana, sorge il problema di individuare le causa dell’errore commesso da Mussolini sottoscrivendo l’alleanza con un regime estraneo alla tradizione umanistica quale era il nazionalsocialismo.

Davide Sabatini, per mezzo dello splendido saggio dedicato all’animosa rivista «Anti Europa» (fondata da Asvero Gravelli nel 1929 e finanziata da Mussolini in funzione antitedesca), ha dimostrato che l’ostilità dei fascisti nei confronti del partito nazionalsocialista non era dettata da umori nazionalistici (Mussolini, infatti, aveva teso la mano alla Germania di Weimer)  ma dalla consapevolezza dell’incompatibilità della cultura italiana con il razzismo germanico. (10)
Incompatibilità sottolineata energicamente da Mussolini nel corso della nota intervista a Emil Ludwig.
Non per niente, Asvero Gravelli cercò ed ottenne la collaborazione di quegli intellettuali cattolici (come il francese Henri Massis, autore di «Defense de l’Occident») che nel nazionalsocialismo vedevano lo strumento dell’incombente barbarie «asiatista».
Se si escludono le affinità ideologiche, per scoprire i motivi della alleanza italo – tedesco si deve risalire alla forsennata politica antitaliana condotta da Francia e Inghilterra, i cui governi, dopo aver lasciato intendere la loro approvazione della guerra italiana all’Etiopia, allestirono un clamoroso voltafaccia promuovendo le sanzioni contro l’Italia.

Ulderico Munzi e Marco Antonini, hanno ricostruito la storia delle inutili provocazioni francesi contro l’Italia, dimostrando che alla vigilia della guerra d’Etiopia Mussolini (dopo aver ottenuto l’approvazione di Pierre Laval) fu messo in stato d’accusa da Léon Blum, che peraltro tollerava colpevolmente gli arbìtri della Germania hitleriana. (11)
Analoga la posizione dei revisionisti inglesi Jasper Ridfley e Richard Lamb, autori di biografie mussoliniane edite negli anni Novanta.
Il primo, dopo aver affermato che Mussolini era un politico molto abile, sostenne che il regime da lui instaurato assomigliava all’Austria di Metternich e non alla dittatura hitleriana.
Lamb sostenne che i governi di Francia e di Inghilterra ebbero gravissime responsabilità nelle decisioni di Mussolini in quanto la loro preconcetta ostilità alla conquista italiana dell’Etiopia lo spinse «nelle braccia di Hitler».

Va da sé che queste considerazioni non tendono ad identificare ingenuamente il fascismo con la dottrina della Chiesa cattolica, ma a dimostrare che, nel disgraziato scenario delle ideologie moderne – giacobinismo, liberalismo, comunismo, positivismo, superomismo, nazionalsocialismo – il fascismo rappresentò il nobile tentativo di una modernità impegnata seriamente a ritrovare la via di quell’umanesimo italiano che fu magnifico interprete (pensiamo a Dante, a Petrarca e a Vico) della lezione di san Tommaso d’Aquino.

Piero Vassallo


Note
1) L’articolo è stato tradotto e pubblicato a cura della redazione del quotidiano «Libero» in data 9 Dicembre 2003.
2) Balbino Giuliano, «Del nuovo ordine europeo», in «Gerarchia», aprile 1942.
3) Francesco Orestano, «Del nuovo ordine europeo», opera  citata
4) Confronta «La memoria totalitaria», ne «Il Giornale», 3 Dicembre 2003.
5) Citato da Giuseppe Spadaro in «Il  fascismo, crocevia della modernità», Il Settimo Sigillo, Roma, 1998, pagina 177.
6) Giovanni Gentile, «Il Giappone guerriero», in «Civiltà», 21 gennaio 1942.
7) «Genesi e struttura della società», Sansoni, Firenze, 1975, pagina 59.
8) Opera citata, pagina 68.
9) Al riguardo confronta Riccardo Lazzeri, «La scuola pubblica nella Repubblica Sociale Italiana», con una nota di Luciano Garibaldi, Terziaria, Milano, 2002, pagina 126.
10) Confronta Davide Sabatini, «L’internazionale di Mussolini», Edizioni Tusculum, Frascati, 1997. Le tesi di Sabatini sono condivise anche da Fabio Andriola, autore di un documentato saggio sul conflitto tra fascismo e nazismo.
11) Confronta «L’uomo che poteva salvare il Duce», Sperling & Kupfer, Milano, 2001.

Anno di pubblicazione

1998

Pagine

286

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Giuseppe A.Spadaro