Il Romanticismo D’Acciaio

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L’uomo, l’arte e la rivoluzione

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Casa editrice: Edizioni di Ar

Dice Goebbels: “Le rivoluzioni sono necessarie, nella vita dei popoli, e sempre avverranno quando la normale capacità di evolversi di un popolo sia talmente irrigidita da incrostazioni e ossificazioni da rappresentare una seria minaccia per l’esistenza e la salute del popolo stesso. Le crisi che non si possono più superare con le vie legali, o vengono risolte dalla violenza oppure portano indefettibilmente al declino del popolo che ne è toccato. Le rivoluzioni hanno perciò anche una giustificazione etica: si compiono seguendo una morale che sta molto più in alto rispetto a quella delle procedure legali.” Così dovrebbe essere per l’arte: di più ancora, visto che l’arte si colloca addirittura al di sopra della morale, dove spira la grazia, garante della tremenda benignità di ogni opera di grande stile. Il ministro della Propaganda del Reich non accetta neanche l’idea di un artista impegolato in languide beghe sentimentali, o che si impappini per compiacere le ‘logiche’ del mercato. Il suo Führer vuole che il Tedesco, ritornato popolo dopo essere stato a lungo cascame del caso, si rinsaldi e conforti in un’arte magnifica, superba senza snobismo, pungolo per l’azione. Vuole, insomma, un’arte che renda l’uomo stesso opera d’arte – e opera d’arte il corrispondersi degli uomini, la comunità politica, e arte il paesaggio di questo vivere superiore. Un’arte che insegni al popolo a sentire e volere da artisti, che gli insegni la fierezza con cui ci si libra al di sopra delle crisi, con cui si lotta per custodire e imporre le proprie certezze, perché la volontà resti salda. Solo così le ali dell’assoluto, dell’intemporale, possono liberare l’uomo da tutto il patetismo che lo insegue dal basso e sembra essere l’unico pensiero e trastullo degli artisti finti della modernità, bravi ragazzi inaciditi di cui la storia fa volentieri a meno.

Anno

2015

Pagine

76

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