Io, Traditore

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In questo appassionante diario, il grande poeta e narratore norvegese, insignito del premio Nobel, racconta la sua esperienza di “collaborazionista”, arrestato e processato, dopo la fine della guerra, sotto l’accusa di alto tradimento. Una lezione di coraggio e dignità di uno scrittore che ebbe il torto di scegliere l’Europa perdente.

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Autore:Knut Hamsun
COD: 9788875180867 Categorie: ,
Casa editrice: Ciarrapico

Il Libro:

Ricordiamo soltanto che Hamsun, accusato di alto tradimento per aver appoggiato il governo filotedesco di Vidkun Quisling, dal 1945 al 1948 era stato rinchiuso forzatamente in casa di cura (tipico esempio dell’uso politico della psichiatria non solo nei regimi totalitari, come l’URSS, ma anche in quelli liberal-democratici); e che aveva rifiutato con sdegno di essere dichiarato infermo di mente. Al termine del processo, nel corso del quale si era comportato con estrema dignità e non aveva abiurato le sue idee, era stato condannato e privato dei suoi beni, a nome del popolo norvegese.

Nato nel 1859 nell’estremo nord della Norvegia, e vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1920, egli aveva ottantanove anni all’epoca del processo; sarebbe vissuto ancora quattro anni, spegnendosi a Nörholm il 19 febbraio 1952.

“Spuntò il gran giorno. Il tribunale sedette.
“Venni ammesso in una buia sala d’udienza. E poiché nell’ultimo anno la mia vista s’era indebolita, senza contare ch’ero sordo, dovettero condurmi per mano. Ero stordito e appena distinguevo un oggetto dall’altro. Prima prese la parola il presidente, quindi parlò il mio difensore d’ufficio e quindi seguì una pausa.
“E io non avevo né udito, né veduto tutto ciò ch’era passato. Tuttavia mi tenni calmo. Intanto cominciai a vedere un po’ meglio tutte le cose e le persone che mi stavano attorno.
“Dopo la pausa, mi venne data la parola per esporre i fatti. Era un po’ difficile per me poter leggere con quella cattiva luce, e pertanto mi venne dato un lume. Non vedevo molto meglio, con esso, per leggere alcuni appunti che tenevo nelle mani, e allora non insistetti nel cercar di capire ciò che vi avevo scritto. Ma forse non aveva alcuna importanza. Ciò che dissi sii trova riprodotto qui di seguiti in base al resoconto stenografico. (…)
“«Non intendo parlare a lungo davanti a questo onorevole tribunale.
“«Non sono certo stato io ad aver annunziato alla stampa, molto, molto tempo fa, che oggi si sarebbe squadernato sotto i vostri occhi tutto il registro delle mie malefatte. Dev’essere stato qualcuno della cancelleria del tribunale, o qualcuno della pubblica accusa in combutta con qualche giornalista. Ciò, del resto, è molto coerente nella mia vicenda. Due anni or sono, in una lettera al Procuratore generale, io scrissi che intendevo rendere conto di tutto ciò che riguardava me, i miei e le mie cose, e quindi, ora che mi si presenta l’occasione, intendo concorrere all’enumerazione dei miei peccati, anche di quelli puramente spirituali.
“«Negli anni passati, ho ben veduto che lor signori del tribunale si son destreggiati nei miei confronti con molto zelo e bravura: cancellieri, avvocati e procuratori vi si sono applicati a gara. Tuttavia la sentenza della sezione istruttoria non risulta notevolmente influenzata da codeste singolari capacità. In generale si son seguite le direttive di sua eccellenza il Procuratore generale. Il quale, evidentemente, perseguiva un suo concetto mistico ch’io non intesi e non intendo neanche adesso; sì che debbo rinunziare ad intenderlo.
“«Del resto debbo pregare le signorie vostre di volermi scusare della mia, diciamo così, afasia, che serve ad evitare che parole ed espressioni che per caso mi venissero alle labbra, vadano al di là delle mie intenzioni.
“«D’altronde, da quel che ho potuto capire, debbo aver abbondantemente risposto a tutte le questioni postemi. Nei primi tempi, di quando in quando, veniva da Grimstad un agente di polizia e mi mostrava delle carte ch’io non mi davo la pena di leggere. Dopo di che si venne all’istruttoria, il che accadde… due, tre, cinque anni fa. Dato il gran tempo trascorso, non m’è possibile rammentarmi di nulla; tutto ciò che posso dire è che risposi sempre e ad ogni domanda.
“«Non mi comportai egualmente in quel lungo periodo di clausura nell’istituto psichiatrico di Oslo, dove si trattò di vedere se per caso io fossi pazzo; o, per dir meglio, si trattò di constatare che decisamente ero pazzo. In quel periodo mi furono rivolte delle domande così idiote, che non mi si può chieder conto di ciò che dissi o non dissi al professore interrogante.
“«Ciò che mi dovrebbe abbattere, e addirittura sino a terra, consiste unicamente negli articoli da me scritti nei giornali. All’infuori di ciò non esiste altra cosa che mi possa essere imputata. Ma quanto a ciò la mia contabilità è semplice e chiara, perché tutti i miei articoli si trovano sotto i vostri occhi, e quanto al resto non mi si può dire né ch’io abbia denunziato qualcuno, né che abbia partecipato a raduni, né che abbia fatto affari di borsa nera. Non ho militato in nessun partito, di nessun colore, e neppure in quello nazionalsocialista di cui si pretende che io sia stato membro. E come potrei essere stato membro del nazionalsocialismo, se per quanto io abbia cercato di capire che cosa mai fosse io non ci sono mai riuscito? Potrebbe darsi, tuttavia, ch’io abbia scritto qualche cosa nello spirito del nazionalsocialismo; questo non potrei assicurarlo con certezza perché non ho mai saputo quale fosse tale spirito. Se veramente l’avessi fatto, vorrebbe dire che quello spirito fu assorbito da me attraverso la lettura dei giornali. Comunque, come ho già detto, gli articoli sono sotto gli occhi delle signorie vostre ed io non intendo ridurne il numero né attenuarne l’importanza. Può essere che non siano del tutto ortodossi, quegli articoli, ma io intendo risponderne in pieno, adesso come prima e come sempre.
“«Prego tuttavia di voler tener conto che andavo scrivendo in un paese occupato, in un paese invaso e, a tal proposito, vorrei dare alcune brevi informazioni su me stesso.
“«Mi era stato detto che la Norvegia avrebbe occupato un posto eminente nella grande società mondiale germanica in gestazione; chi più, chi meno, allora tutti vi credevano. E anch’io vi avevo creduto. Quindi è chiaro che, scrivendo, dicevo ciò che credevo. E se dicevo che la Norvegia avrebbe occupato un posto assai eminente fra i paesi germanici d’Europa, e se parlavo in modo adeguato alla mia credenza, del paese occupante, ciò doveva, e ancora dovrebbe, essere inteso in modo onesto e sincero. Pertanto non avrei dovuto rischiare di cadere io stesso in sospetto, …e invece, per quanto paradossale potesse essere, vi caddi in pieno. Inoltre si sarebbe dovuto considerare ch’io mi trovavo, in permanenza, letteralmente circondato da ufficiali tedeschi, e nella mia stessa casa, e persino durante la notte. Spesse volte sino all’albeggiar del mattino. Talvolta avevo l’impressione d’essere circondato da osservatori; ossia da persone deputate a sorvegliar me e la mia casa. Quei tedeschi, che d’altronde erano d’ una classe relativamente elevata, per ben due volte (se ben rammento) mi dissero chiaramente ch’io non mi comportavo come alcuni svedesi (e me ne fecero il nome) che pure erano d’un paese neutrale, mentre invece la Norvegia non lo era.
“«No, non si era davvero contenti di me. Ben altro si sarebbero aspettati da me, assai più ch’io non avessi dato. E quando io, in siffatte circostanze, mi mettevo a scrivere, dovrebbe comprendersi che io dovevo tenermi, per così dire, in equilibrio fra gl’interessi del paese e l’altra parte. E questo non dico certo per scusarmi, per difendermi, ma soltanto come una spiegazione a questo onorevole tribunale.
“«Nessuno in tutto il paese mi diceva che fosse male ciò che andavo scrivendo. Ero relegato nella mia stanza, tutto solo con me stesso, e non sentivo nulla. Ero tanto solo che nessuno avrebbe potuto aver commercio spirituale con me; si doveva persino picchiare sulla canna fumaria della stufa per farmi discendere a prendere i miei pasti. Quel rumore lo potevo sentire. Una volta mangiato, me ne risalivo nella mia stanza e lì restavo. Per mesi e per anni in simile maniera. Né alcuno mi fece mai il più piccolo rilievo circa la mia maniera di comportarmi: non me ne ero fuggito e pensavo di aver amici nei due campi norvegesi in lotta. Sì, fra i cosiddetti quislinghi ed i jossinghi. Ma non mi pervenne mai il più piccolo cenno di dissenso, il più piccolo suggerimento di cambiar rotta, dal mondo esterno. No, il mondo esterno si teneva diligentemente e prudentemente da parte. E accadeva raramente, o mai, che dalla mia casa o dalla mia famiglia potessi avere qualche notizia o qualche aiuto. Tutto lo si doveva far in iscritto, il che era una faccenda assai fastidiosa. In siffatte condizioni di cose, non poteva attenermi che a due soli giornali: l’Aften Post e il Fritt Volk; gli unici che mi pervenissero. E in essi non si diceva affatto che ciò che io scrivevo fosse male. Tutt’altro!
“«Ciò ch’io scrivevo non era sbagliato nella sua essenza, e nemmeno era sbagliato nel momento che lo scrivevo. Era giusto ciò che scrivevo e quando lo scrivevo.
“«Cercherò di spiegarmi meglio. Perché scrivevo? Scrivevo per impedire che la Norvegia, ossia i giovani e gli uomini adulti, si comportassero stoltamente verso la potenza occupante, che la provocassero inutilmente col solo risultato di portar se stessi alla perdizione e alla morte. Questo era ciò che scrivevo, questo era il tema che svolgevo in vari modi.
“«E quanto a coloro che oggi trionfano essendo usciti dalla mischia apparentemente vittoriosi, essi non hanno certo ricevuto, come me, la visita d’intere famiglie, e di bambini, e di uomini fatti, e di vecchi che venivano a raccomandarmi o i loro padri, o i loro figli, o i loro fratelli rinchiusi nei campi di concentramento dietro una siepe di ferro spinato e condannati a morte. Sì, signori del tribunale, erano condannati a morte. Io non possedevo certo alcun potere, tuttavia era da me che venivano. No, non possedevo alcun potere, ma potevo scrivere, potevo telegrafare, però. E allora scrivevo e telegrafavo. Scrivevo a Hitler e a Terboven. Né sdegnai di seguir vie traverse. Mi rivolsi infatti persino a un tale, il cui nome credo che fosse Müller, che aveva fama di saper influire sul potere costituito. Ho motivo di credere che debba esistere in qualche luogo una specie di archivio dove si trovan raccolte tutte quelle lettere e i telegrammi. E furono veramente tanti!
“«Tutto il giorno telegrafavo e, in caso d’urgenza, telegrafavo anche la notte. Si trattava della vita e della morte per i miei compatrioti. Mi riuscì d’ottenere che la moglie del mio fattore trasmettesse, per telefono, all’ufficio postale i miei telegrammi, visto che, a cagion dell’udito, io non avrei potuto farlo. Ma furon per l’appunto codesti telegrammi a render sospettosi i tedeschi nei miei riguardi, mi consideravano una specie di mediatore; un mediatore piuttosto infido, un mediatore che doveva esser tenuto d’occhio. E andò a finire che lo stesso Hitler rigettava le mie istanze. Mi si spiegò che ne era affatto stufo e mi si rimandò a Terboven. Ma Terboven non si dette la pena di rispondermi nemmeno una volta. Sino a che punto i miei telegrammi fossero di qualche aiuto non lo so; come pure non so fino a che punto impressionassero i miei concittadini gli articoletti che inviavo ai giornali. Penso però che in luogo di svolgere la mia attività, forse del tutto vana, inviando lettere, articoli e telegrammi, avrei meglio provveduto ai casi miei mettendo al riparo la mia stessa persona. Avrei ben potuto fuggirmene in Svezia, come si fece da tanti altri. Non mi sarei certo smarrito, colà: vi avevo molti amici, vi si trovavano i miei grandi e potenti editori. Senza poi contare che avrei anche potuto trovare il verso di sgattaiolarmela in Inghilterra, come si faceva da molti altri. I quali si son poi visti tornare, in aria d’eroi, pel fatto che avevano abbandonato il loro paese, pel fatto che se ne erano scappati. Io non feci nulla di tutto ciò; io non mi mossi. Una simile fuga non mi sarebbe mai venuta in mente. Credetti di poter servire assai meglio il mio paese restando dov’ero. Avrei, per esempio, potuto occuparmi della mia terra nei limiti delle mie capacità. Eran tempi di penuria e la nazione mancava di tutto. Avrei inoltre potuto impiegare la mia penna per quella Norvegia che doveva avere un posto tanto eminente fra i paesi germanici europei. Codesto pensiero, nei primi tempi, mi aveva affascinato, mi aveva entusiasmato, mi possedeva del tutto. Non saprei dire se, in tutto quel tempo del mio sequestro in casa, codesto pensiero mi avesse abbandonato; comunque mi pareva un pensiero grande per la mia Norvegia; e, a dir vero, anche oggi mi pare tale. E mi pareva che, per quell’idea, valesse la pena di faticare, di lottare. Pensate: la Norvegia del tutto indipendente, rilucente di luce propria nell’estremo nord dell’Europa! E quanto al popolo tedesco, come pure al popolo russo, io li vedevo come astri rilucenti. Codeste due potenti nazioni mi possedevano, e pensavo che esse non avrebbero deluso le mie speranze!
“«Sennonché, ciò che feci non mi andò bene; proprio non mi andò bene. Presto mi trovai del tutto disorientato; e il momento del mio maggior disorientamento fu quando il re, con tutto il governo, di loro spontanea iniziativa, abbandonarono il paese. In quel modo misero se stessi fuori causa. Quando ebbi notizia di un tal fatto, mi parve che la terra mi si aprisse sotto i piedi. Mi trovavo come sospeso tra cielo e terra; non vedevo nulla di saldo su cui appoggiarmi, e me rimasi lì a scrivere, a telegrafare, a meditare. Il mio stato spirituale, in quel tempo, non fu che meditazione. E su tutto meditavo. Così facendo potevo ricordare a me stesso che l’orgogliosa rinomanza, già posseduta dalla Norvegia, aveva attraversato tutta la Germania germanica, diventando grande in tutto il mondo. E non credo affatto di aver avuto torto a pensar queste cose; ma fu ritenuto un errore. Sì, anche questo fu ritenuto un errore. Eppure era una verità palmare nella nostra nuova storia. Tuttavia la mia azione non raggiunse la meta che s’era prefissa, anzi, fu dato a credere al cuore di tutti che io me ne stessi lì a tradir la Norvegia, quella stessa Norvegia che, viceversa, mi studiavo d’innalzare. Sì, ch’io stessi a tradirla. Ebbene, la vada pure così; ricada pure su di me tutto ciò che il cuore di tutto il mondo mi vuole imputare. È questa la mia perdita, e debbo subirla. Tanto, fra cento anni, tutto sarà dimenticato. Fra cento anni anche quest’onorevole tribunale sarà caduto nel nulla. Tutti i nomi di tutte le persone qui presenti saranno cassati dalla terra, fra cento anni! Nessuno sarà più ricordato, nessuno sarà più nominato, fra cento anni! E tutto il nostro destino sarà cancellato dalla terra!
“«Quando passavo i miei giorni a scrivere, facendo del mio meglio per salvar dalla morte i miei concittadini, non facevo dunque nient’altro che tradire il mio paese? Già, questo è quel che si dice. Si dice ch’ero un traditore della patria. Va bene. Vada pure così. Ma io non la sentivo così, non la concepivo così. E non la sento e non la concepisco così nemmeno adesso. Nell’anima mia regna la pace; la mia coscienza è tranquilla.
“«Tengo in alta considerazione il parere della generalità; anche più in alto tengo il rispetto per l’autorità giudiziaria del mio paese: ma non più in alto della mia coscienza del bene e del male, di ciò ch’è giusto e di ciò ch’è ingiusto. Credo d’essere abbastanza vecchio per aver diritto di possedere una linea di condotta. Questa è la mia.
“«Nella mia ormai troppo lunga vita, in tutti i paesi dove ho viaggiato, fra tutte le razze con cui mi son mescolato, ho sempre ed eternamente portato nel cuore il mio paese natale e l’ho affermato. La mia patria intendo conservarla là dove si trova e nell’anima mia. E non mi resta che attendere la vostra definitiva sentenza.
“«Dopo di che, tengo a ringraziare quest’onorevole tribunale per avermi pazientemente ascoltato.
“«Non eran che queste poche e semplici cose che desideravo rappresentare a questo onorevole tribunale, in sede di dichiarazione, affinché non sembri, nel corso del dibattimento, ch’io sembri altrettanto muto quanto sordo. Non ho minimamente voluto pronunziare un’arringa in mia difesa; se, viceversa, il mio discorso può esser apparso tale, ciò è dipeso dal fatto che ho dovuto rappresentare alcune circostanze da tutti ignorate. No, non ho inteso far la mia difesa, tanto è vero che avrei potuto convalidare il mio assunto mediante le deposizioni di alcuni testimoni e me ne sono astenuto. E nemmeno ho accennato a tutta la documentazione che potrei mettere a disposizione dell’onorevole tribunale.
“«Tutto ciò può aspettare; può essere rinviato ad altra volta, forse a una migliore occasione, forse a un altro tribunale. Il suo giorno verrà. E potrebb’essere anche domani. Io posso attendere: ho tanto tempo davanti a me. Che sia morto o che sia vivo, questo non può avere alcuna importanza. È assolutamente indifferente per l’intero mondo come vada a finire un singolo individuo. Il quale, in questo caso sono io. Ed io, come ho detto, posso aspettare. Troverò bene qualche cosa da fare.
“Dopo il mio discorso, fu la volta del pubblico ministero. Dopo di lui toccò al mio difensore d’ufficio. E intanto io, ancora per ore e ore, dovetti starmene là senza affatto capire ciò che andava accadendo. Alla fine l’onorevole tribunale mi pose delle domande scritte a cui risposi verbalmente.
“E così se ne passò quella memoranda giornata; poi fu sera e venne il buio. Era finita.”

Abbiamo sostenuto, nel nostro precedente articolo, di non voler cadere nell’atteggiamento dello scrittore svedese Per Olov Enquist (nato nel 1934), nel suo libro Processo a Hamsun (traduzione italiana Milano, Iperborea, 1996), il quale finisce per impancarsi a giudice di un autoproclamato tribunale della cultura e per trattare Hamsun – artista tanto più grande di lui – come l’imputato di un secondo e definitivo processo, quello ideale. Peggio, Enquist ha finito per indossare i panni dello psichiatra (proprio il tipo di giudice che Hamsun aveva sdegnosamente rifiutato), sentenziando che il peccato capitale del grande scrittore era stato l’orgoglio e che, per aver voluto guardare troppo lontano, egli non aveva voluto abbassare lo sguardo sulla realtà più vicina e immediata. Secondo lo scrittore svedese, Hamsun non vide – o, per dir meglio, non volle vedere – le camere a gas e tutto il resto, perché aveva lo sguardo puntato troppo in alto. Una sorta di presbiopia ideologica e spirituale, insomma. Peccato che una tale sentenza, o meglio, che una tale diagnosi clinica, pecchi terribilmente di anacronismo, in quanto si riduce a un misero senno del poi.

Quanti Norvegesi, quanti Europei, nel 1939-45, non videro o non vollero vedere le fosse di Katyn, ove i carnefici di Stalin gettarono migliaia e migliaia di ufficiali polacchi, fucilati dopo l’invasione russo-tedesca del 1939 e dopo la resa dell’esercito polacco; come non vollero vedere lo sterminio dei kulaki, i gulag della Siberia e dell’Estremo Oriente, l’assassinio di Trotzkij nel Messico neutrale? Quanti Inglesi non vollero vedere le bombe incendiarie che distrussero Dresda, quanti Americani non vollero vedere le atomiche di Hiroshima e Nagasaki; o, peggio, le giustificarono a cuor leggero, credendo alla storiella della necessità militare “per risparmiare vite umane”? Quanti Iugoslavi non vollero sapere delle stragi in massa dei cetnici e degli ustascia; quanti Italiani non vollero nemmeno sentir parlare delle foibe e del dramma dei profughi giuliani? C’è bisogno di ricordare che questi ultimi, costretti a fuggire, da un giorno all’altro, da Pola, da Fiume, da Zara, senza nulla poter portare con sé, furono accolti con indifferenza o con fastidio dai loro compatrioti, presso i quali avevano cercato accoglienza; e che si videro lungamente relegati nei campi profughi, come dei lebbrosi? Che alcuni oratori del Partito Comunista Italiano, nel corso di pubblici comizi, li paragonarono – con irridente gioco di parole – ai membri della banda del delinquente Giuliano, che in quegli anni insanguinava le contrade della Sicilia?

Da parte nostra, non cercheremo né di accusare Knut Hamsun, né di difenderlo; piuttosto di capirlo, sine ira et studio, e di trarre una morale alla sua emblematica vicenda.

Knut Hamsun, PanCi pare che nemmeno Anton Reininger, nella sua Introduzione alla edizione italiana del capolavoro di Hamsun, Pan ( Milano, Mondadori, 1981, pp. 11-12), sia riuscito a sottrarsi alla logica del giudice, là dove ha scritto:

“Quasi novantenne scrive il suo ultimo libro, Per i sentieri dove cresce l’erba, la commovente testimonianza di una vecchiaia umiliata dalla storia. Ma anche adesso, parimenti ai suoi eroi, Hamsun rifiuta di assumersi la propria responsabilità. Chi si sa al servizio della vita non può riconoscere le categorie politiche e storiche, sentite quali sovrastrutture di importanza secondaria.
“Combattendo le proprie inclinazioni anarchiche e desiderando superare le proprie lacerazioni di intellettuale fluttuante fra le classi sociali, ma in ogni caso antiborghese, Hamsun si era infine rifugiato nelle semplificazioni di una Weltanschauung che con gli anni si allontanava sempre di più dalla realtà sociale e ai suoi sviluppi effettivi, per sostituirle la fantasmagoria di un’utopia regressiva”.

Ma come si può dire, onestamente, che Hamsun rifiutò la propria responsabilità? È vero piuttosto il contrario. Non cercò scusanti; non chiamò testimoni a discarico (anche se avrebbe potuto); non volle neanche nominare un avvocato difensore, tanto che gli venne assegnato un avvocato d’ufficio. Disse che non pensava di aver agito da traditore verso il proprio Paese e che, se si fosse trovato nuovamente nella stessa situazione, avrebbe agito nello stesso modo. Dunque si assunse la sua responsabilità, tutta intera. Oppure l’espressione “Hamsun rifiuta di assumersi la propria responsabilità” significa che egli rifiutò di riconoscere che aveva avuto torto, che si era completamente sbagliato? Forse sbagliò a rimanere in Norvegia sotto l’occupazione tedesca; forse sbagliò a non fuggire nella vicina Svezia neutrale o, addirittura, in Gran Bretagna, come avevano fatto il re e il governo (ma anche questo è dubbio; e noi Italiani ne sappiamo qualche cosa, di simili fughe delle teste coronate, mentre il Paese viene invaso e l’esercito abbandonato a se stesso). Forse sbagliò a credere in Quisling e in Hitler; a illudersi che la sua Patria, nel nuovo ordine europeo instaurato dal nazismo, avrebbe ottenuto di svolgere “un ruolo eminente”. A lui, che odiava la Gran Bretagna e che odiava lo spirito borghese, pareva che solo dalla Germania sarebbe venuta alla Norvegia una indipendenza vera, degna del suo grande passato; una indipendenza fiera, per gli eredi dei Vichinghi; non una semi-indipendenza, in un mondo materialista e venale, dominato dalle plutocrazie di Londra e Washington.

Il fatto è che furono in molti a sbagliare, in quegli anni oscuri; anche fra coloro che, nel 1945, si vennero a trovare dalla parte “giusta”, ossia da quella dei vincitori. Hamsun rivendicò, con orgoglio, di essersi appellato al tribunale della propria coscienza, e di ritenerlo superiore sia alla patria, sia alla corte che lo stava giudicando.

Decine di Norvegesi, durante e dopo il processo, si recarono alla casa di Hamsun e gli gettarono in giardino le copie dei suoi libri, come supremo gesto di ripulsa. Non sappiamo se andarono a trovarlo anche i parenti delle persone arrestate dai Tedeschi al tempo dell’occupazione e che lo avevano scongiurato di adoperarsi per la salvezza dei loro cari; cosa che egli sempre aveva fatto.

Ma così va il mondo. Quando cade un regime sgradito, ciascuno vorrebbe lavarsi la coscienza proiettando ogni male, ogni responsabilità sull’altro, in modo da far maggiormente risaltare la propria limpidezza morale. È un gioco vecchio come il mondo: il vae victis!, «guai ai vinti!», degli antichi Romani. I vinti devono sopportare anche il peso del disprezzo che i vincitori nutrono inconsciamente per una parte di sé stessi: perché in una guerra non vi sono innocenti, e meno che mai in una guerra civile. Come scrisse Cesare Pavese, il sangue del fratello ucciso pone sempre una domanda ineludibile, una muta domanda che attende un perché. Prova ne sia che, fino a pochissimi anni fa (e, in certi ambienti, ancora oggi), era assolutamente proibito definire gli eventi italiani del 1943-1945 come una guerra civile. No, si diceva, era stata una guerra di liberazione contro lo straniero occupante e contro pochi suoi prezzolati vassalli; una guerra in cui la stragrande maggioranza del popolo italiano aveva scelto nettamente da che parte stare: da quella della libertà e della giustizia. Ora, finalmente, si ammette – senza con questo rimuovere le nobili motivazioni di quanti combatterono realmente per ragioni ideali – che fu proprio una guerra civile, una guerra di Italiani contro altri Italiani, di fratelli contro fratelli. Ed è ancora oggi difficile parlare di alcune pagine oscure di essa – le stragi di fascisti o presunti fascisti dopo il 25 aprile del 1945; la tragedia degli infoibati della Venezia Giulia -, perché ancora oggi, a oltre sessant’anni di distanza, c’è qualcuno che vorrebbe seppellirle nell’oblio. E c’è ancora chi vorrebbe mettere tutti coloro che combatterono dalla parte che, poi, è stata perdente, in un unico fascio di riprovazione morale, come se fossero stati, tutti indistintamente, dei criminali e dei miserabili. E per convincersi che non è stato così, basta leggere le lettere di alcuni condannati a morte dai plotoni d’esecuzione partigiani, dopo la fine delle ostilità. Vi sono, ad esempio, alcune lettere di ausiliarie della Repubblica Sociale Italiana, ragazze giovanissime che furono uccise (contro le leggi di guerra) solo per la divisa che indossavano, che rivelano un alto sentire etico e un vivissimo amor di Patria. Alcune sono contenute nei libri di Gianpaolo Pansa che, a loro volta, sono stati accolti da un coro di insulti e di critiche, non tutte in buona fede, per il semplice fatto che alcuni vorrebbero che la memoria funzioni a senso unico: che preservi, cioè, solo il ricordo di alcune cose, ma non di altre.

Allo stesso modo, solo da pochi anni a questa parte si comincia a parlare apertamente, e a fare delle serie ricerche storiche, intorno ai bombardamenti anglo-americani che sconvolsero le città italiane (per non parlare di quelle tedesche!) durante la seconda guerra mondiale. Prima, non si poteva. Gli Anglo-Americani erano i buoni, i liberatori: quelli che gettavano pane e sigarette dall’alto dei loro carri armati, mano a mano che avanzavano lungo le strade della Penisola. Sarebbe stata una bella ingratitudine, quella di permettersi di criticarli. Perciò si è taciuto, troppo a lungo, anche davanti all’evidenza: e cioè che quei bombardamenti furono diretti, intenzionalmente, non contro l’industria di guerra o contro il sistema dei trasporti, ma principalmente contro la popolazione civile, allo scopo di terrorizzarla e demoralizzarla il più possibile, per spingerla a chiedere la resa e risparmiare agli Alleati preziose vite umane. E allora tanto peggio per quelle città, piene zeppe di vecchi, donne e bambini; di profughi dalle zone invase o minacciate; di sfollati, senza più beni e mezzi di sostentamento. E chi parla più di Zara, rasa al suolo dall’aviazione anglo-americana fin dal 1943, per nessun’altra ragione strategica se non quella di prepararne la cessione alla Jugoslavia comunista del maresciallo Tito?

Ma torniamo ad Hamsun. Egli non era un politico, perciò sarebbe sbagliato collocare il suo dramma finale su di un piano squisitamente politico. È probabile che di politica ci capisse poco o niente. Era un poeta che amava la terra, la natura, l’anima delle cose; e, fra gli tutti i generi di coloro che siamo soliti riunire nella generica categoria degli intellettuali, il poeta è quello che meno di tutti può essere accusato d’incomprensione della politica. Sì, è vero: lo sguardo di un poeta – di qualsiasi vero poeta – è rivolto verso l’alto; e, per questo, può succedere che egli non sappia vedere bene le cose che gli stanno più vicino – non dal punto di vista pratico e immediato, quantomeno. È giusto incolparlo di ciò?

Ma, si dirà, anche il poeta è un uomo; e, come uomo, anche il poeta deve rispondere delle sue scelte, dei suoi atti. Dei suoi atti, come si è visto, Hamsun non ebbe motivo di vergognarsi; e non ci fu nessuno che poté incolparlo di qualcosa. Delle sue scelte, forse sbagliate, si assunse la piena ed intera responsabilità. Cercò di fare il bene del proprio Paese, in un’Europa ove i piccoli Stati dovevano fare buon viso al gioco spietato delle grandi potenze. Si ricordi quel che accadde alla Finlandia, che avrebbe chiesto solo di rimanersene in pace e in disparte, ma venne ugualmente attaccata ed invasa, nel 1939, dall’Unione Sovietica di Stalin. E che poi, per cercar di riprendersi le province perdute e per tutelare la propria indipendenza, si schierò con la Wehrmacht all’epoca dell’Operazione Barbarossa, nel 1941. Erano dunque dei nazisti, i Finlandesi? Niente affatto; erano semplicemente dei patrioti, costretti a lottare contro la prepotenza degli stati più forti.

Nessuno, poi, ricorda l’invasione dell’Islanda da parte dei Britannici; anzi, si vorrebbe adoperare un termine diverso da quello di “invasione”: si trattava di prevenire uno sbarco dei Tedeschi che, a loro volta, avevano invaso la Danimarca nel 1940. I Britannici, si sa, sono i “buoni”; quando invadono un Paese, lo fanno sempre per il suo bene e non nel loro interesse. Basti pensare al simpatico termine di “Alleati” che essi e gli Americani si sono attribuiti, e con il quale gli storici di tutto il mondo continuano a indicarli, parlando della seconda guerra mondiale. Già, “Alleati”: ma alleati di chi, e perché? Alleati fra di loro? Ma allora perché non designare con il termine di “Alleati”, così amichevole e rassicurante, anche gli Italo-Tedeschi, che combatterono fianco a fianco, dall’Africa alla Russia, fra il 1940 e il 1943? Oppure gli Anglo-Americani sono denominati “Alleati” per il fatto che erano alleati del mondo libero, contro le forze del male rappresentate dal Tripartito? Se è così, bisognerebbe spiegare cosa ci faceva uno come Stalin al loro fianco, nel ruolo, appunto, di alleato numero uno; a meno che si voglia sostenere che Stalin era un campione del mondo libero.

Questo, e non altro, è il contesto in cui Knut Hamsun, come i suoi connazionali, si trovò a dover fare delle scelte. Il mondo della politica così com’era (e com’è), e non come qualcuno vorrebbe che fosse stato (o che fosse), per dirla con Machiavelli. Egli, perciò, decise di scegliere quello che, allora, gli parve il male minore. Non il bene: il male minore. Nessuna guerra porta il bene, in nessuna guerra trionfa il bene; ogni guerra è il male, per definizione. C’è soltanto il presidente americano Bush che si ostina ad affermare, ancor oggi, che le guerre portano libertà, democrazia e progresso Ma è molto probabile che lui sia il primo a non crederci affatto. Gli esseri umani vivono nel mondo del possibile; e il raggio di ciò che è possibile è determinato dalla misura della loro imperfezione. È giusto che essi aspirino alla giustizia e alla felicità; ma al mondo ci saranno sempre i poveri, ci saranno sempre le ingiustizie: perché la natura umana è quella che è, ossia imperfetta. Anche per questo, i poeti sono preziosi e necessari. Perché, al di là e al di sopra delle miserie umane, sanno rivolgere lo sguardo sempre in alto.

Perfino durante il suo lungo internamento, Knut Hamsun continuava a guardare con amore la natura fuori dalla sua finestra; e si commuoveva alla semplice bellezza di un pioppo e di un abete nano, che crescevano nel giardino sottostante. Sì: hanno lo sguardo rivolto in alto, i poeti. Dobbiamo esser loro grati perché, con quello sguardo, essi colgono una scintilla di luce divina anche per noi, che restiamo immersi nelle dense tenebre del contingente e del relativo; e ci spalancano davanti, come un dono ineffabile, uno squarcio fuggevole dell’assoluto e dell’eterno.

Tratto da: https://www.centrostudilaruna.it/io-traditore-il-testamento-spirituale-di-knut-hamsu.html

Anno

1984

Pagine

284

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Knut Hamsun

Quando il 26 maggio del 1945 venne arrestato, con l’accusa infamante di tradimento nei confronti del proprio paese, Knut Hamsun aveva ottantacinque anni ed era uno dei più famosi scrittori norvegesi, senza dubbio il maggiormente amato ed il più rappresentativo dell’intera letteratura nordeuropea contemporanea. L’intera vicenda della sua vita fu frutto di una serie di equivoci, a cominciare dal suo stesso nome, Knut Pedersen, che, come vuole una delle leggende che lo riguardano, a causa di un errore di stampa nella firma apposta in calce ad un articolo giornalistico, venne modificato in Knut Hamsun, da Hamsund, suo luogo d’origine. I suoi antichi sentimenti filotedeschi (che lo avevano visto schierato con la Germania già nella prima guerra mondiale) e anglofobi («un giorno la Germania castigherà l’Inghilterra a morte, perché è una necessità della natura»), erano largamente condivisi da molti conterranei. La Norvegia era infatti un paese giovane e, come tale, animato da un diffuso nazionalismo (l’autonomia politica dalla Danimarca risaliva soltanto al 1814). Altrettanto forte era l’influenza che il romanticismo tedesco esercitava sulla letteratura europea. Non c’è da sorprendersi, pertanto, se Hamsun guardò con fiducia ad una politica di dialogo (non sempre facile) con la Germania nazista e individuò in Vidkun Quisling, il leader populista che si proponeva di portare la Norvegia all’interno di una grande confederazione germanica, e nel Nasjonal Samling, i suoi interlocutori naturali. Sarebbe però erroneo e superficiale definire Hamsun, come è stato fatto, tout court uno scrittore fascista. E’ più corretto dire che, come altri intellettuali della sua epoca, è stato “tentato” dal fascismo. O, meglio, che il suo fascismo «non è stato un fenomeno semplicemente politico. Sul piano politico, essi non sono interamente fascisti. […] Il loro fascismo è esistito soprattutto nella loro fantasia di artisti». Ad affermare questa tesi è stato un professore finlandese, Tarmo Kunnas, che, su tale argomento, ha scritto un bellissimo libro, La tentazione fascista (Akropolis 1981), nel quale approfondisce con scrupolosa serietà le idee di quegli scrittori come Knut Hamsun, Ezra Pound, Pierre Drieu La Rochelle, Louis Ferdinand Céline, Ernst Jünger, Gottfried Benn, Robert Brasillach e Alphonse de Châteaubriant, che guardarono con simpatia alla nascita dei fascismi europei. Nell’opera, definita da Renzo De Felice «il più bel libro scritto su quel tema difficile e irto di trabocchetti che è il discorso sull’ideologia fascista», sostiene che è stato «l’antidemocraticismo» dei movimenti fascisti ad attrarli, pur nella diversità dei singoli approcci e nelle differenti sensibilità culturali. L’avversione alla democrazia non significa necessariamente, però, condivisione del classismo borghese o del corporativismo fascista. Al contrario «lo spirito antidemocratico di questi intellettuali non esclude comunque una simpatia per il popolo minuto, per la gente più umile». L’adesione al fascismo di questi artisti non è dettata da contingenze ed opportunità, meno che mai da utilità personali, considerando il prezzo che ognuno di loro ha pagato alla storia scritta dai vincitori. Nella politica credono di trovare lo strumento per affermare un’etica, una concezione del mondo e della vita prefascista, diversa rispetto a quella moderna. «L’opera letteraria di Hamsun», spiega Kunnas, «riflette una specie di ideale patriarcale della società. Le diverse classi sociali non sono ostili l’una all’altra, sono piuttosto le ideologie del XIX secolo a far nascere una tensione sociale». «Non è forse un fatto che molto, molto tempo fa, gli uomini erano più felici di esistere di adesso?», si domanda lo stesso Hamsun. La ricerca di Kunnas si pone e pone al lettore una questione: «potevano uomini educati ad una concezione tragica ed eroica dell’esistenza, toccati dal relativismo morale nietzscheano, in rivolta contro lo spirito borghese del tempo, sottrarsi al fascino epocale di quel progetto di trasgressione dei valori meramente sociali e secolari che prometteva, nello sforzo colossale e solenne di una nazionalizzazione delle masse, cattedrali di luce e imperi per un nuovo millennio?». Knut Hamsun, Un vagabondo suona in sordinaCon particolare riferimento a Hamsun, ricorda, a chi sostiene che la veneranda età dello scrittore norvegese abbia, per così dire, inciso nelle sue scelte (quasi si trattasse di una patologia o fossero state determinate da un capriccio senile), che lo scrittore «già da giovane era furiosamente antidemocratico. Nel 1893 criticava severamente la democrazia americana, che rappresentava secondo lui la mediocrità e una cultura massificata. Egli pensava che un processo di democratizzazione formasse un vero e proprio pericolo per la cultura europea. Il giovane Hamsun non si entusiasma per la libertà democratica, perché a suo giudizio essa non è che una libertà astratta per la massa, e non una libertà concreta per un vero individuo». Era convinto che, in un’Europa governata da Hitler, la Norvegia avrebbe conservato e persino rafforzato la propria identità nazionale e reagito ad una decadenza che diversamente sarebbe stata irreversibile. Come scrive Kunnas è proprio «l’idea di decadenza» ciò che è «realmente unificante fra i diversi intellettuali fascisti». «Anche se ciascuno di loro ha visto un po’ alla propria maniera la decadenza della società occidentale, sono stati d’accordo nell’essenziale. Il mondo moderno occidentale è in piena decadenza. Non si tratta semplicemente di una decadenza sociale o politica, ma anche biologica e culturale. E’ lo stesso nucleo della vita che è stato colpito. L’uomo ha perso il contatto con le forze mitiche della vita, con l’istinto, con l’intuizione. E’ interessante constatare come gli scrittori ritenuti pessimisti diventino ottimisti nel momento in cui cominciano a credere in una rigenerazione fascista della civiltà europea». Knut Hamsun vide nel nazionalsocialismo «una manifestazione della vitalità, di una possibile rinascita della civiltà occidentale minacciata da una democrazia plutocratica e da un comunismo tirannico. Come gli altri, egli ha sognato un nuovo sentimento della vita, autentico, antimaterialistico, che sapesse rispettare anche l’irrazionale e l’istintivo. Egli ha sperato che il fascismo riuscisse a ristabilire le gerarchie naturali, un modo di vita sano, rurale, naturale». Nelle sue opere c’è l’esaltazione del mondo contadino e della società preindustriale, ancora non corrotta dalle ideologie moderne. Ne Il risveglio della Terra, il romanzo che gli fruttò il Premio Nobel, dà vita al personaggio che rappresenta meglio di ogni altro il suo modello antropologico. Isak, prima ancora di essere un contadino, è un uomo semplice ma non sprovveduto, rude ma non freddo, ostinato e resistente di fronte alle avversità della vita, un uomo disposto a lottare per ciò in cui crede, per la sua famiglia prima di ogni altra cosa. E’ un uomo che vive in sintonia con la natura, che non ha bisogno di consumare per sentirsi appagato. Non è schiavo delle apparenze, non deve necessariamente esibire i suoi sentimenti, è un uomo tutta sostanza, spirituale. Così lo descrive Hamsun nelle prime pagine del romanzo: «Dorme la notte su un letto di legna di pino accatastata; già si sente a casa lì, con un letto di pino sotto la roccia sporgente». «Se consideriamo l’opera di Knut Hamsun come politicamente sospetta», conclude Kunnas la sua prefazione alla traduzione italiana, «ci troviamo nello stesso momento di fronte ad una tradizione culturale che diventa sospetta» ed è, quest’osservazione dell’intellettuale finlandese, assolutamente condivisibile. Di certo le simpatie hamsuniane per il nazionalsocialismo non furono motivate da ambizioni personali, né dall’aspettativa di alcun tornaconto, come pure qualche impudente provò ad adombrare. Lo stesso Hamsun, presentandosi davanti ai giudici, rinunciando ad avvalersi di un difensore e senza chiedere clemenza, l’affermò con forza: «Chi osa affermare che io, a quest’età, andassi alla ricerca di onori? Giovani giudici, che avete già pronunciato cinquantamila condanne per collaborazionismo, in una terra di tre milioni di abitanti, volete punire il vostro vecchio poeta nazionale?». Knut Hamsun, PanE il termine “punire” si dimostrerà solo un delicato eufemismo. Subì, come gli altri grandi scrittori europei accusati di collaborazionismo, l’avvilente trafila di una penosa pantomima giudiziaria: accuse generiche, processi farsa, senza riscontri, senza prove, le cui sentenze erano già scritte ben prima della conclusione dei procedimenti. «Il tribunale», come ha scritto Luigi De Anna nel “profilo” Le illusioni di un viandante (pubblicato sul numero 8 dalla rivista quadrimestrale di cultura politica Trasgressioni, diretta dal professore fiorentino Marco Tarchi), «aveva già deciso la condanna, o meglio essa era stata già emessa dalla stampa norvegese e da una parte dell’opinione pubblica». Davanti alla Corte si difese dalle accuse, pur senza fare abiure e rinnegare se stesso, anzi rivendicando di essere sempre stato «onesto e sincero»: «Ciò che io scrivevo non era sbagliato nella sua essenza, e nemmeno era sbagliato nel momento che lo scrivevo. Era giusto ciò che scrivevo e quando lo scrivevo […] Mi era stato detto che la Norvegia avrebbe occupato un posto eminente nella grande società mondiale germanica in gestazione; chi più, chi meno, allora tutti quanti ci credevano. E anch’io ci avevo creduto. Quindi è chiaro che, scrivendo, dicevo quello che credevo. […] Perché scrivevo? Scrivevo per impedire che la Norvegia, ossia i giovani e gli uomini adulti, si comportassero stoltamente verso la potenza occupante, che la provocassero inutilmente col solo risultato di portare se stessi alla perdizione e alla morte». Posizione condivisa da altri intellettuali: Pierre Drieu La Rochelle auspicava: «ogni occupazione da parte della Germania doveva mutuarsi in rivoluzione nazionale, ogni rivoluzione doveva costituire un palpito della rivoluzione europea». Hamsun avrebbe potuto uccidersi, come fece Drieu: «Si, sono un traditore. Sì, ho collaborato con il nemico. Non è colpa mia se quel nemico non era intelligente. Sì, non sono un patriota qualunque, un nazionalista con il paraocchi, sono un internazionalista. Non sono soltanto un francese, ma un europeo. Anche voi lo siete, coscientemente o incoscientemente. Ma abbiamo giocato ed io ho perduto, esigo la morte». Ma il vecchio norvegese era uomo troppo orgoglioso per farlo e con la coscienza troppo tranquilla. Robert Brasillach venne fucilato, nonostante la mobilitazione in sua difesa di buona parte del mondo culturale francese. Ezra Pound, prima di essere scagionato da ogni accusa, subì per oltre un anno l’onta del manicomio criminale. Ferdinand Céline fu costretto alla fuga e all’esilio. Anche Hamsun avrebbe potuto scappare, «in Svezia, come hanno fatto tanti altri […] Vi avevo molti amici, vi si trovavano i miei grandi e potenti editori […] Senza poi contare che avrei potuto trovare il verso di sgaiattolarmela in Inghilterra, come facevano molti altri. I quali sono poi tornati da eroi, per il fatto che avevano abbandonato il loro paese, per il fatto che se n’erano scappati. Io non feci nulla del genere; io non mi mossi. Una simile fuga non mi sarebbe mai venuta in mente. Credetti di poter servire meglio il mio paese restando dov’ero […] La Norvegia doveva avere un posto eminente fra i paesi germanici europei. […] E mi pareva che, per quell’idea, valesse la pena di faticare, di lottare». Knut Hamsun, FameRispettava «l’autorità giudiziaria» del suo paese, ma «non più in alto» di quanto rispettasse la sua «coscienza del bene e del male, di ciò che è giusto e di ciò che è ingiusto. Credo d’essere abbastanza vecchio per aver diritto a possedere una linea di condotta». Dagli arresti domiciliari venne tradotto in un ospedale psichiatrico e poi in un ospizio, subendo un trattamento indegno, fatto di una esecrabile violenza morale e fisica. Era ormai un uomo vecchio, quasi del tutto sordo, giunto al termine della vita, eppure furono innumerevoli le vessazioni e le umiliazioni che fu costretto a subire nei quattro anni in cui fu privato della libertà, non ultima la curiosità invadente e morbosa di alcuni medici (che si spinsero sino a pretendere informazioni dettagliate sulla sua vita sessuale con la moglie). Contrariamente a quanto avrebbe voluto, evitò il processo penale perché le sue facoltà mentali vennero certificate come «indebolite». Hamsun si “vendicò” di questo mortificante giudizio scrivendo un ultimo capolavoro, Sui sentieri dove cresce l’erba (l’opera, che contiene tra l’altro l’autodifesa di Hamsun, venne tradotta per la prima volta in Italia nel 1962 per i tipi del Borghese, poi da Ciarrapico, con il titolo Io, traditore e con la bella prefazione di Adriano Romualdi, ed oggi è ripubblicata dall’editore Fazi). Ma non sfuggì al procedimento civile, che quantificò i danni provocati alla Norvegia (per i suoi articoli politici, sic!) in trecentoventicinquemila corone, spogliandolo così di ogni bene. Una persecuzione crudele, ben resa nei suoi dettagli da Thorkild Hansen nell’imponente (per documentazione) Il processo Hamsun (1978). Quest’opera è stata «il punto di partenza» del più recente Processo a Hamsun (Iperborea 1996), come ha dichiarato l’autore Per Olov Enquist. Quest’ultimo lavoro era nato come sceneggiatura per il film Hamsun di Jan Troell, interpretato da Max von Sydow e presentato con un discreto successo al Festival di Venezia nel 1996, ma possiede una certa forza letteraria. L’interpretazione dello scrittore svedese, anche se si muove da valutazioni diverse da quelle di Hansen (a differenza del quale giudica «giusto» il processo di Hamsun), è fondamentalmente onesta, sino a riconoscere la buona fede del grande norvegese quando afferma: «personalmente credette di giocare il ruolo di chi vuole salvare la patria». E’ un libro pieno di dettagli, ma mai invadente, anzi è persino delicato quando descrive gli ultimi giorni di vita dello scrittore, la ritrovata complicità con la seconda moglie Marie, condannata anche lei per collaborazionismo. La colpa di Hamsun? Come scrive Goffredo Fofi nella prefazione, è quella di essere stato un grande scrittore, tanto da aver ottenuto il Premio Nobel per la letteratura nel 1920, e di essere stato (e rimasto) filotedesco fino alla fine dei suoi giorni: «La colpa di Hamsun fu enorme anche per questo, per la sua notorietà, per il fatto che l’autore più amato e considerato del suo paese, orgoglio e vanto della Norvegia, si fosse posto dalla parte dell’occupante». Knut Hamsun, La regina di SabaSubì un vero «processo alle idee», come Diorama Letterario (mensile di attualità culturali e metapolitiche diretto da Marco Tarchi) titolò uno dei due numeri monotematici che ha dedicato, oltre dieci anni fa, allo scrittore norvegese: Il caso Hamsun, un processo alle idee, n. 131 del novembre 1989, e Sui sentieri di Knut Hamsun, n. 121 del dicembre 1988. Il merito di Diorama Letterario è stato proprio quello di aver affrontato con serietà, e con un approccio diremmo “scientifico”, un ampio studio della vita e delle opere di Hamsun, affiancando ad articoli “divulgativi” anche numerosi contributi di “specialisti”, senza scegliere, anzi evitando di percorrere, la scorciatoia del ricorso a facili apologie ad uso di “fedeli”, come nelle cattive abitudini della pubblicistica di destra. L’intento di Diorama non era quello, riduttivo e strumentale, di ribadire la collocazione politica di Hamsun “a destra” e magari di rivendicarne la continuità in una comune battaglia di idee, ma piuttosto di sottolinearne la complessità del pensiero, di offrire maggiori informazioni ed elementi sull’intera opera dello scrittore, al fine di costringere la cosiddetta cultura ufficiale a confrontarsi «con l’uomo, con le sue idee e le sue scelte». Il modo più efficace per conoscere Hamsun rimane senz’altro quello di avvicinarsi ai personaggi, tutti autobiografici, delle sue opere. Nel 1890 raggiunse il successo letterario, prima ancora di compiere trent’anni di età, con Fame. Il protagonista è un giovane che, in una Oslo che ancora si chiamava Cristania, combatte per affermarsi come giornalista. Per scrivere affronta mille difficoltà di carattere pratico, facendo persino la «fame» e vivendo come un “viandante”. Lo stesso Hamsun, scrisse che così conobbe «l’infinita varietà dei movimenti della mia piccola anima, la stranezza originale della mia vita mentale, il mistero dei nervi in un corpo affamato». E’ il primo dei personaggi hamsuniani, tutti simili nel temperamento. Sono sognatori, uomini selvatici e primitivi, sinceri, imprevedibili, alteri e beffardi, impulsivi e capricciosi, sempre con i nervi scoperti, irrequieti, dispettosi, a tratti fanfaroni, lunatici, infantili, ribelli e impetuosi, dei veri vagabondi animati dalla volontà di liberarsi della civiltà moderna. Vivono a loro agio solo fuori dalla città, a contatto con una natura spesso aspra, ma mai ostile. Sono uomini che non subiscono il fascino delle illusioni moderne, pronti ad innamorarsi di un’idea, di una immagine, di una donna, mai cinici e quasi sprovveduti di fronte all’amore e alle inesorabili disillusioni che la modernità finisce per infliggergli, chiamandoli brusamente ad un’arida attualità. «Sono comete, stelle strappate alla loro orbita», annota Robert Steuckers nel suo contributo su Diorama Letterario. In Pan, il tenente Glahn, protagonista di questo straordinario romanzo (pubblicato per la prima volta nel 1894 e da poche settimane tornato nelle nostre librerie in una bella edizione Adelphi), eroe malato di nordica malinconia, sceglie di lasciare l’uniforme di ufficiale per stabilirsi in una piccola capanna del Nordland, dove la caccia rappresenta il migliore pretesto per godere una solitudine immersa in una natura che sola può donargli un po’ di sollievo, lontana com’è dalla disprezzata società mercantile e industrializzata. Però è proprio nel momento in cui Glahn cede alle lusinghe dell’amore di una ragazza del vicino villaggio, che, come ha efficacemente scritto Luigi De Anna nel richiamato Le illusioni di un viandante, finisce per «cedere alle lusinghe della civiltà. E si perde. Respinto va a cercare la morte in India». hamsun-misteriE si uccide anche Nagel, il protagonista di Misteri, uomo “tutta anima”, istintivo e intuitivo, complicato e incoerente, pronto a sfidare con il suo ostentato anticonformismo il mondo intero, a scandalizzarlo e a provocarlo. Ma è sufficiente che la dolcissima Dagny, simile a «neve purissima e spessa come seta», di cui si innamora perdutamente, lo respinga, per non trovare più alcun interesse nella vita. Il loro destino è, come ha colto Steuckers, «quello di quei vagabondi che non hanno la forza di tornare definitivamente alla terra o che, per stupidità, lasciano la foresta che li aveva accolti, come fece Hamsun all’epoca del suo breve sogno americano» (dall’esperienza statunitense trasse un saggio, fortemente critico, La vita culturale dell’America moderna, tradotto da Arianna Editrice). Il drammatico epilogo riservato ai personaggi può essere letto anche come la metafora della vita di Hamsun, grande scrittore e magnifico interprete di una grande tradizione culturale, quale quella neoromantica germanica, fino a quando non cedette alla tentazione fascista. Sempre per rimanere alle intelligenti considerazioni di Kunnas, pagò l’errore di «aver identificato una concezione del mondo con una politica», con un marchio d’ignominia che ancora è ben impresso su ogni sua opera. Non c’è editore o critico, infatti, che al momento della pubblicazione di un romanzo di Hamsun non avverta, ancora oggi, l’esigenza di mettere in guardia l’umanità della “stranezza politica” di cui si ammalò in vecchiaia lo scrittore. Eppure basterebbe leggere meglio le sue opere, osservare con attenzione i protagonisti dei suoi romanzi muoversi a loro agio nelle foreste del Nord, ascoltare le loro anime insofferenti, per comprendere come Hamsun abbia solo voluto «recare testimonianza a una precisa scala di valori», irrinunciabili per lui. «La mia unica amica era la foresta», in queste parole di Thomas Glahn, si evince la personalità dell’autore, di questo scrittore norvegese romantico e irrazionalista. «Il poeta dell’irremovibile forza», lo definì Ernest Hemingway. Non può esserci migliore omaggio a questo grandissimo scrittore, di quello che gli rivolse Thomas Mann, suo devoto ammiratore, per “festeggiarne” il settantesimo compleanno: «Lo ho sempre amato, sin dalla mia gioventù […] Gli incanti incomparabili dei suoi mezzi artistici mi ammaliavano già quando avevo diciannove anni e non dimenticherò mai quello che hanno significato allora per la mia recettività di giovanotto Fame, Misteri, Pan, Victoria, le sue novelle e il diario dei suoi viaggi. La gloria mondiale che è ricaduta sul suo nome con l’attribuzione del premio Nobel mi ha riempito di una soddisfazione veramente personale; trovavo che mai esso fosse capitato ad un poeta più degno di averlo […] E’, dicevo, uno di quegli autori la cui lettura fa nascere un riso solitario, scaturito dalle profondità». E’ alla terra che Hamsun apparteneva intimamente: «Io sono della terra e del bosco con tutte le mie radici. Nelle città vivo solo una vita artistica con Caffè, spiritosaggini e fantasticherie d’ogni specie, ma appartengo alla terra». Quando scrive il libro-testamento Sui sentieri dove cresce l’erba è un uomo sfinito, consumato, eppure non ha smesso di amare la natura, tanto da scrivere: «Quando mi sono stancato di me stesso e sono vuoto, e mi sento inutile, vado nei boschi. Non aiuta, ma nemmeno rende la situazione peggiore. Non posso più, ormai, ascoltare il mormorio degli alberi, ma posso vedere i rami che dondolano, e anche questo è qualcosa di cui essere grati». E noi che non ci siamo stancati di leggerlo e amarlo e che gli siamo riconoscenti per le splendide pagine di letteratura che ci ha lasciato, lo salutiamo con affetto. Knut Hamsun, lo scrittore contadino, l’uomo che alla terra è tornato, cinquanta anni fa, la sera del 19 febbraio 1952. * * * Tratto da Area del gennaio 2002. (https://www.centrostudilaruna.it/knut-hamsun-il-poeta-dell%e2%80%99irremovibile-forza.html)