L’altare della Vittoria

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di Q. A. Simmaco, A. Ambrogio

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Autore:AAVV
Casa editrice: Edizioni di Ar

Riguardano la restitutio, il ripristino dell’altare della Vittoria queste esortazioni destinate all’autorità imperiale: la Relatio III di Simmaco, prefetto dell’Urbe, e le Epistole di Ambrogio, vescovo di Milano. Scritture, le loro, che equivalgono a professioni religiose, non prove di retorica esornativa ma esercizi di milizia, addestramenti non tanto dichiarativi di verità quanto invocativi di vittoria – come impone la pratica militare, per condurre felicemente una battaglia. E la battaglia fra i credi, di annientamento – giacché l’assolutamente vero e l’assolutamente puro possono sopportare il non-vero e l’impuro non accanto ma di contro a sé, per ottenere il trionfo eliminandoli (“nulla enim sine adversario corona victoriae“) -, ispira l’ostilità dei cantici di fede intesi a diventare canti di vittoria. Per la fede dei Gentili nel pantheon politeistico, valorosamente affermata da Simmaco, l’eternità dell’impero è garantita dalla dea Vittoria, la cui statua va riportata nel Senato, ‘tempio’ delle vittorie romane. Per la fede monoteistica dei cristiani, integralisticamente sostenuta da Ambrogio, gli dèi dei Gentili sono esseri demoniaci, manifestazioni dell’anti-dio, autori di cose tutte demoniache. Per i Gentili, vera religione è quella pietas panteistica che, per i cristiani, è soltanto superstitio. E mentre per i primi la venerazione della Vittoria salvaguarda la perpetuità dello Stato romano, per i secondi solo la venerazione del Dio unico assicura la ‘salvezza’ perpetua – salus animae apud Deum. Progressisti i cristiani e reazionari i pagani, nelle parole ‘illuministiche’ di Ambrogio: rudes animi, con la loro celebrazione della antiquitas, della ritualità tradizionale, i Gentili – egli dice – sono figure arretrate e ostinate nell’idolatria – tutto, per costoro dovrebbe “manere in suis principiis“, consistere nelle proprie origini. Per il beneficio della rivelazione, che ha dissolto le tenebre della loro anima, i cristiani sono invece persone progredite – “quod omnia postea in melius profecerunt“. Nella storia, quella che i pagani formano è la secta gentilium, la sacca di resistenza del passato: “ea quae fuerunt, reposcunt“; quello che i cristiani, liberati dal peccato, redenti dalla morte e dallo Stato, vivono è invece l’avvenire della grazia, l’introduzione al mysterium coeli. Ma nei monologhi di Simmaco e di Ambrogio, sottolinea il curatore del volume, le parole, più che mandare il suono di voci umane, ripetono il fragore di due spade che s’incrociano: di due inflessibili ideologie, di cui ciascuno degli Autori è “santo atleta/ benigno a’ suoi e a’ nemici crudo“.

A cura di Francesco Ingravalle, testi latini a fronte.

Anno

2010

Pagine

82

AAVV