Libreria Cinabro

25 Febbraio 1798: quando Roma resistette al giacobinismo

Riproponiamo questo articolo in ricordo del Vespro Romano, insurrezione Controrivoluzionaria ed antigiacobina che si oppose alla neonata Repubblica romana, stato satellite della Francia di Napoleone.
Oggi ci occupiamo di una pagina di storia poco nota. Il 25 Febbraio del 1798 fu il giorno del Vespro Romano, in cui il popolo di Roma si rivoltò all’oppressore giacobino ed agli “immortali principi” della rivoluzione borghese da cui questi erano mossi.
Ma facciamo un passo indietro. I francesi si erano instaurati a Roma, con la c.d. Repubblica Romana, a seguito dell’uccisione del Generale Duphot per mano di un soldato pontificio il 28 Dicembre 1797. L’episodio avveniva al termine di una confusa giornata per le vie di Trastevere, caratterizzata da continue voci su presunti tentativi rivoluzionari da parte dei giacobini romani.
Secondo la cronaca del Cardinale Antonelli: “Poco dopo il mezzogiorno dello stesso dì 28 sortirono dal Palazzo dell’Ambasciatore questi emissarj, che inoltratisi per la strada che da Porta Settimiana conduce a San Francesco a Ripa, cominciarono a gridare “Viva la libertà, viva la Repubblica Francese”. Non trovarono però seguito tra i Romani, anzi i Trasteverini specialmente vi furono donne, e ragazzi, che all’opposto gridavano “Viva il Papa, viva la Religione, viva Maria”.[1]
Le autorità religiose romane mobilitarono nei giorni seguenti il popolo, poiché “in mancanza degli umani sussidi, si dovette ricorrere a implorare i celesti”.[2] Processioni, tridui, missioni popolari e funzioni religiose straordinarie si susseguirono nell’Urbe per tutto il mese di Gennaio, ma ciò non fermò i francesi, che Il 9 febbraio occuparono Monte Mario, ed il 15 febbraio innalzarono l’albero della libertà in Campidoglio, proclamarono la deposizione del Papa come sovrano temporale e l’istituzione della Repubblica Romana. Il Papa Pio VI, cinque giorni dopo, abbandonava Roma. Si apriva una nuova epoca, tra lo sbigottimento e la paura generale.
Si avverava la profezia del “morbo della Rivoluzione”, “crudele infezione” che si espande in tutta l’Europa, preconizzato negli anni precedenti con toni apocalittici dalle testate “Annali di Roma” e dal “Giornale Ecclesiastico di Roma”. L’èlite conservatrice romana, costituita dal c.d. “partito degli zelanti” – tra cui si distinguevano il Cardinale Giovan Francesco Albani ed il Vicario di Roma Giulio Maria della Somaglia – si era lungamente prodigata nel neutralizzare, culturalmente e socialmente i germi del giacobinismo, che si espandeva inesorabile in Europa ed in Italia.
L’immagine dei francesi, anche a livello popolare, era quella di belve assetate di sangue, demoni, violentatori, perfino antropofagi. Piuttosto eloquenti, a riguardo, sono i sonetti composti nella tradizione della Pasquinata (il c.d. “Misogallo Romano”). Ne citeremo due:
1.“Peloso de’ Monti a Peppone Trasteverino’’[3]

 

Mo che li Frosci [=francesi] avemo sparecchiato

Peppone mio, e più non ne vedemo,

de fa l’istesso in capo m’è sartato

con quanti pasticcetti in Roma avemo

che da questo vestì così sguajato

queste mode, che noi non conoscemo,

sto lenzolaccio ar collo attorcinato,

che portano quest’anime da remo:

senz’artro sti cagnacci, giuraddina!

C’hanno er grugno, e i carzoni alla francese,

so per certo de razza giacobina.

o se vestino tutti in antro arnese

o a furia de sassate nella schi[e]na,

li manneremo via da sto paese.

***

2.“Sonetto de’ Trasteveri a’ francesi minaccianti di venire a Roma”[4]
di Camillo Fiorentini, detto “Cacarone de Trastevere”

 

Francese sgarrazzato, non lo so

perché tu pensi de portarte qui

che diavolo mai in testa te sartò?

A Roma, te lo dico, non venì.

Che se ce venghi, dieci dita io ci ho.

Che già mi fanno contro te così

e questa mano a te fa dì mo’ mo’

De sassi a furia cento vorte voi.

Sta forte cor cestone, e bada a te,

e guarda ancora quarche poco in su

Il fondatore della nostra Fe’.

Ce l’hanno i santi nostri col monsù.

E chi nel nostro litto mette er piè,

Sagrapo in Francia non ce torna più.

 

Festa della Rigenerazione.

Obiettivo di questi componimenti in dialetto romanesco era diffondere l’avversione nei confronti dei francesi, e compattare tutto il popolo romano, troppo spesso diviso da orgogli rionali, specie tra monticiani[5] e trasteverini, contro la comune minaccia rivoluzionaria.
Ma, come detto, tutto ciò non fermò le truppe francesi, che occuparono Roma e vi instauravano la Repubblica Romana, con la sua “totale organizzazione” fondata sul modello della madrepatria francese, messa nera su bianco in una Costituzione, ispirata a quella direttoriale dell’anno III (1795). Iniziò un’opera di sradicamento forzato delle tradizioni: il calendario gregoriano fu sostituito da quello artificiale già vigente in Francia; le feste liturgiche rimpiazzate da cerimonie laiche, come la Festa della Rigenerazione e la Festa della Federazione, nel segno di quella “religione civile” e di quel deismo venerato ogni qual volta che si vuole distruggere una Tradizione legittima. Gli alberi della libertà scalzavano le Chiese, le coccarde tricolori le croci. Furono soppresse le corporazioni ed il Monte di Pietà, imposta la coscrizione obbligatoria.
La gestione francese si rivelò disastrosa: A fronte della pioggia di disposizioni e di quotidiane ingerenze in ogni momento della vita dei cittadini, — che miravano alla distruzione di ogni istituzione, di ogni forma di aggregazione sociale e religiosa già esistente, per fare degli abitanti della Repubblica Romana felici cittadini — si registra una quantità di proteste, malumori, lamentele, richieste di deroga e di sospensione di provvedimenti.[6]
Il territorio dello Stato Pontificio fu diviso in dipartimenti. Fu soprattutto nella gestione delle periferie che la Repubblica giacobina diede il peggio di sé, come prova questa lettera dalla centrale del Dipartimento del Dipartimento Metauro indirizzata al Ministero degli Interni: «Tutto prova che il vantato nome di Libertà non è per noi che un fantasma, mentre in realtà si soggiace alla più insopportabile tirannia, in paragone della quale quella della Tiara e delle Chiavi [i simboli del governo pontificio] giunge a venire desiderabile»[7]
Ciò sull’esperienza della Repubblica Romano dal punto di vista politico. Consideriamo ora un aspetto del punto di vista ideale. La propaganda francese si richiamava fortemente a Roma. Cariche politiche (consolato, tribunato e santo) e l’iconografia erano permeati dal mito di Roma. Anche qui, come per il Risorgimento, è bene precisare a quale Roma essi si riferissero. Alla Roma delle origini? Al principio universale ed imperituro dell’Imperium? All’aristocrazia dello spirito che la Romanità incarnò? Certamente no. Il richiamo della Repubblica Romana giacobina era in realtà ad una romanità generica, ad una Roma laica intesa come “regno della libertà”, ovviamente secondo la concezione moderna del termine. Insomma, la Roma repubblicana decaduta e sfaldata, la Roma di Bruto, non di Cesare. Non a caso, spesso la propaganda inneggiava ai Cesaricidi come uccisori del “tiranno”, in linea con le correnti intellettuali del tempo[8], e, nelle raffigurazioni iconografiche, immancabile era la piramide massonica, a testimonianza della chiara matrice antitradizionale della Repubblica Romana.[9]
Come appendice della rivoluzione borghese dell’89, la Repubblica Romana, che rimase, per tutti i sui 20 mesi di vita – prima dell’ingresso in città delle truppe napoletane – estranea alla fascia popolare della città[10], che, pur, giacobinamente, diceva arbitrariamente di rappresentare, non potè che far presa sugli artisti, sui medici, sugli avvocati. La causa filofrancese trovava sostenitori negli ambienti dei caffè e dei salotti,[11] espressione dell’infezione intellettualistica illuminista radicatasi anche anche a Roma, seppur in misura nettamente minore rispetto a Milano e a Napoli. Gli strati popolari dell’Urbe, invece, rimasero, per tutto il periodo giacobino, immuni dal contagio rivoluzionario.
Ciò giustificava un editto emesso dal governo repubblicano, che proibiva ai romani di portare “coltello o stilo[12], sotto pena della fucilazione. La rivolta antigiacobina era nell’aria e, infatti, il 25 Febbraio del 1798, arrivò.
All’ora dei vespri dal rione di Trastevere scoppiò, al grido di “Viva Maria![13] Viva il Papa!”, la sommossa antigiacobina, che presto si espanse ai rioni di Borgo, Monti e Regola, fino a contagiare perfino i Castelli Romani. Ad irritare i trasteverini nei giorni precedenti al 25 Febbraio erano stati i comportamenti antireligiosi (ad esempio, il plateale “rito funebre laico” del generale Duphot in Campidoglio) e l’atteggiamento di equiparazione di cristiani ed ebrei[14] La rivolta scoppiò quando i Francesi ordinarono ai trasteverini di togliere “una crocetta di Oro” che essi avevano apposto sulla coccarda “per distinguersi dalli Giudij”[15]
A capo della rivolta era il pescivendolo Gioacchino Savelli detto “Cimarra”, definito dalle fonti “trasteverino”[16]. Fuggito alla repressione successiva al “Vespro Romano”, Cimarra tornò a Roma con la prima invasione napoletana del novembre 1798, ma venne fatto uccidere, secondo un testimone del processo postumo, su commissione di alcuni ebrei che “lo odiavano […] come nemico della Repubblica”[17].

Pendenti di epoca repubblicana realizzati con la tecnica del micromosaico

Nei mesi successivi alla giornata controrivoluzionaria di Roma, Trastevere e gli altri rioni, furono sottoposti a una sorta di stato d’assedio, “con una grande presenza di soldati, data la preoccupazione del governo di possibili sommosse di fronte al sistematico attacco al sentimento religioso, in modo particolare a causa dell’abolizione di feste e della sostituzione delle immagini sacre con i simboli repubblicani. I trasteverini continuarono la loro resistenza passiva, facendo la guardia alle immagini della Vergine, oggetto di sassaiole da parte dei filo-repubblicani, le quali propiziavano l’ordine di rimuoverle, oppure non rinunciando ai giorni di festa, sebbene soppressi. Alla fine di aprile nei quartieri intorno al Quirinale e in altri luoghi della città, comparve una minacciosa scritta: « è vero che San Pietro dorme, ma San Paolo colla spada sta sveglio»” [18]
Conclusione
Le insorgenze, in particolare quella Romana, sono una pagina della storia italiana che merita di essere approfondite. In esse troviamo una adesione popolare immediata, quasi istintiva, alla resistenza contro l’azione antitradizionale di livellamento delle forze della Sovversione.
Non si può pretendere, certo, dai semplici protagonisti di queste vicende, di avere la consapevolezza della portata cosmica della battaglia, che pur per minima parte, essi hanno contribuito a condurre, ma meritano, comunque, il riconoscimento di essersi opposti, difendendo le forme religiose, alla Caduta, in una fase di accelerazione della stessa. E non è poco.
 
Note

[1] Biblioteca Vallicelliana, Falzacappa, Z 12, Relazione del Card. Antonelli sull’avvenuto in Roma dal 1797 al 1799, c.10r.

[2] Diario di memorie appartenenti all’insigne basilica di S. Maria in Trastevere scritte da Basilio Tragnoli benefiziato e cerimonista della medesima basilica dall’anno 1780 all’anno 1814, cit. p. 193

[3] Biblioteca Apostolica Vaticana, Ferrajoli, 719, f. 137r.

[4] Cfr. L.Vicchi, Les Francais a Rome, cit. pp. 19-20.

[5] Abitanti del Rione Monti

[6] Sandro Petrucci, L’insorgenza nell’Italia Centrale negli anni 1797-99, riportato in: http://www.identitanazionale.it/inso_1003.php

[7] Cit. in Francesca Falaschi, Francesi e Giacobini in Ancona dallּ febbraio 1797 al 28 febbraio 1798, Luchetti, Cingoli (Macerata) 1928, p. 30, n. 1

[8] su tutti, Cfr. Vittorio Alfieri, Della Tirannide

[9] Repubblica Romana sarà infatti il nome del massonico Stato instaurato da Garibaldi a Roma, nel 1849, collocantesi, appunto, nel solco di quella francese.

[10] Sui motivi della distanza tra popolo e governo francese riportiamo le parole dello storico Vittorio Emanuele Giuntella: “Alla base vi è il sentimento di fedeltà al Governo pontificio […]. In secondo luogo, tra le cause dell’insorgenza, è da considerare l’atteggiamento tenuto dai Francesi e dai giacobini romani nei confronti dei sentimenti religiosi della popolazione. Gli eccessi a cui si erano lasciati andare gli oratori nei Circoli, la vendita dei beni ecclesiastici, la soppressione delle feste religiose, sostituite con il riposo decadario, il divieto della esposizione delle immagini della Madonna nelle vie di Roma e di altre città della Repubblica, la soppressione delle confraternite, il saccheggio e la chiusura delle chiese […] sembravano segni, agli occhi delle popolazioni, del carattere anticristiano della rivoluzione ed incentivo ad armarsi per una nuova crociata. A tutto ciò si aggiungevano le continue ruberie dei Francesi e dei commissari romani; il timore della coscrizione militare e, nelle campagne, le requisizioni di grano e di bestiame per le truppe e per la popolazione cittadina” (Cfr. Vittorio Emanuele Giuntella, La giacobina Repubblica romana. Aspetti e momenti, in Archivio della Società Romana di Storia Patria, 3a serie, 1950, fasc. I-IV, p. 7.)

[11] Come il Caffè dei Milanesi e la bottega del barbiere Alessandro Donnini a Campo Marzio, dove i patrioti si riunivano per leggere i giornali e cospirare contro il Papato. Cfr. Folle Controrivoluzionarie, p.260 a cura di Anna Maria Rao, Carocci, Roma, 1999.

[12] G.A. Sala, Diario romano degli anni 1798-99, 3 voll., Roma, Società Romana di storia patria, 1980, vol.I, p.50.

[13] “Viva Maria!” fu il grido di battaglia di tutte le insorgenze italiane nel triennio giacobino. In particolare, a Roma, la devozione mariana fu una costante della resistenza antifrancese. A Trastevere mossero gli occhi le immagini mariane di Chiese (S.Maria in Trastevere, S. San Salvatore a Ponte Rotto), monasteri femminili (carmelitane scalze di S.Egidio, oblate agostianiane di S.Pietro in Montorio), edicole sacre di strada, e anche un’immagine conservata in casa di un droghiere in vicolo del Moro e un’altra nella scuola del Maestro F. Tomasotti (cfr. Matteo Cattaneo, Gli occhi di Maria sulla rivoluzione: «miracoli» a Roma e nello Stato della Chiesa (1796-1797), cit. pp. 139-142)

[14] I Francesi aprirono il Ghetto ed introdussero l’obbligo indiscriminato di portare la medesima coccarda tricolore. I trasteverini, per distinguersi dagli Ebrei, apposero una croce su di essa. Inoltre, l’irritazione tra i popolani era dovuta anche alle voci per cui la chiesa di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, di cui già erano stati demoliti gli altari, sarebbe stata convertita in caserma o teatro oppure in un magazzino per gli ebrei. L’astio verso la popolazione ebraica romana trovò l’apice nell’anonimo sonetto “Memoriale delli trasteverini contro li giudii”, in cui minacciavano gli Ebrei di dar fuoco al ghetto se non si fossero rimessi lo sciamanno giallo, segno distintivo che i Francesi avevano abolito.

[15] Il virgolettato è tratto dalla relazione del “Vespro Romano” di Francesco Fortunati. Cfr. BAV, Vat. Lat. 10730, F. Fortunati, Avvenimenti sotto il Pontificato di Pio VI dall’anno 1775 al 1800, ff. 194r-195v.

[16] Le fonti in questione sono la già citata relazione del canonico G.A.Sala e la Giunta di Stato. “Cimarra” è definito “trasteverino”. Ciò dimostra lo slittamento semantico del termine da connotato geografico a definizione politica equivalente a “controrivoluzionario”. Cfr. Andrea Damascelli, Cimarra e gli ebrei nella Repubblica romana del 1798-1799, in La repubblica romana tra giacobinismo e insorgenza 1798-1799, Roma 1992, pp. 31-60.

[17] Armando Lodolini, La Repubblica romana del 1798 in una collezione di bandi, in Rassegna Storica del Risorgimento, anno XVIII, ottobre-dicembre 1931

[18] Cit. Sandro Petrucci, L’insorgenza nell’Italia Centrale negli anni 1797-99, riportato in: http://www.identitanazionale.it/inso_1003.php

Per la scritta su San Pietro e San Paolo, cfr. il già richiamato G. A. Sala, Diario op. cit., ad 20/4/1798.

L’articolo 25 Febbraio 1798: quando Roma resistette al giacobinismo proviene da AZIONE TRADIZIONALE.

Riproponiamo questo articolo in ricordo del Vespro Romano, insurrezione Controrivoluzionaria ed antigiacobina che si oppose alla neonata Repubblica romana, stato satellite della Francia di Napoleone.
Oggi ci occupiamo di una pagina di storia poco nota. Il 25 Febbraio del 1798 fu il giorno del Vespro Romano, in cui il popolo di Roma si rivoltò all’oppressore giacobino ed agli “immortali principi” della rivoluzione borghese da cui questi erano mossi.
Ma facciamo un passo indietro. I francesi si erano instaurati a Roma, con la c.d. Repubblica Romana, a seguito dell’uccisione del Generale Duphot per mano di un soldato pontificio il 28 Dicembre 1797. L’episodio avveniva al termine di una confusa giornata per le vie di Trastevere, caratterizzata da continue voci su presunti tentativi rivoluzionari da parte dei giacobini romani.
Secondo la cronaca del Cardinale Antonelli: “Poco dopo il mezzogiorno dello stesso dì 28 sortirono dal Palazzo dell’Ambasciatore questi emissarj, che inoltratisi per la strada che da Porta Settimiana conduce a San Francesco a Ripa, cominciarono a gridare “Viva la libertà, viva la Repubblica Francese”. Non trovarono però seguito tra i Romani, anzi i Trasteverini specialmente vi furono donne, e ragazzi, che all’opposto gridavano “Viva il Papa, viva la Religione, viva Maria”.[1]
Le autorità religiose romane mobilitarono nei giorni seguenti il popolo, poiché “in mancanza degli umani sussidi, si dovette ricorrere a implorare i celesti”.[2] Processioni, tridui, missioni popolari e funzioni religiose straordinarie si susseguirono nell’Urbe per tutto il mese di Gennaio, ma ciò non fermò i francesi, che Il 9 febbraio occuparono Monte Mario, ed il 15 febbraio innalzarono l’albero della libertà in Campidoglio, proclamarono la deposizione del Papa come sovrano temporale e l’istituzione della Repubblica Romana. Il Papa Pio VI, cinque giorni dopo, abbandonava Roma. Si apriva una nuova epoca, tra lo sbigottimento e la paura generale.
Si avverava la profezia del “morbo della Rivoluzione”, “crudele infezione” che si espande in tutta l’Europa, preconizzato negli anni precedenti con toni apocalittici dalle testate “Annali di Roma” e dal “Giornale Ecclesiastico di Roma”. L’èlite conservatrice romana, costituita dal c.d. “partito degli zelanti” – tra cui si distinguevano il Cardinale Giovan Francesco Albani ed il Vicario di Roma Giulio Maria della Somaglia – si era lungamente prodigata nel neutralizzare, culturalmente e socialmente i germi del giacobinismo, che si espandeva inesorabile in Europa ed in Italia.
L’immagine dei francesi, anche a livello popolare, era quella di belve assetate di sangue, demoni, violentatori, perfino antropofagi. Piuttosto eloquenti, a riguardo, sono i sonetti composti nella tradizione della Pasquinata (il c.d. “Misogallo Romano”). Ne citeremo due:
1.“Peloso de’ Monti a Peppone Trasteverino’’[3]

 

Mo che li Frosci [=francesi] avemo sparecchiato

Peppone mio, e più non ne vedemo,

de fa l’istesso in capo m’è sartato

con quanti pasticcetti in Roma avemo

che da questo vestì così sguajato

queste mode, che noi non conoscemo,

sto lenzolaccio ar collo attorcinato,

che portano quest’anime da remo:

senz’artro sti cagnacci, giuraddina!

C’hanno er grugno, e i carzoni alla francese,

so per certo de razza giacobina.

o se vestino tutti in antro arnese

o a furia de sassate nella schi[e]na,

li manneremo via da sto paese.

***

2.“Sonetto de’ Trasteveri a’ francesi minaccianti di venire a Roma”[4]
di Camillo Fiorentini, detto “Cacarone de Trastevere”

 

Francese sgarrazzato, non lo so

perché tu pensi de portarte qui

che diavolo mai in testa te sartò?

A Roma, te lo dico, non venì.

Che se ce venghi, dieci dita io ci ho.

Che già mi fanno contro te così

e questa mano a te fa dì mo’ mo’

De sassi a furia cento vorte voi.

Sta forte cor cestone, e bada a te,

e guarda ancora quarche poco in su

Il fondatore della nostra Fe’.

Ce l’hanno i santi nostri col monsù.

E chi nel nostro litto mette er piè,

Sagrapo in Francia non ce torna più.

 

Festa della Rigenerazione.

Obiettivo di questi componimenti in dialetto romanesco era diffondere l’avversione nei confronti dei francesi, e compattare tutto il popolo romano, troppo spesso diviso da orgogli rionali, specie tra monticiani[5] e trasteverini, contro la comune minaccia rivoluzionaria.
Ma, come detto, tutto ciò non fermò le truppe francesi, che occuparono Roma e vi instauravano la Repubblica Romana, con la sua “totale organizzazione” fondata sul modello della madrepatria francese, messa nera su bianco in una Costituzione, ispirata a quella direttoriale dell’anno III (1795). Iniziò un’opera di sradicamento forzato delle tradizioni: il calendario gregoriano fu sostituito da quello artificiale già vigente in Francia; le feste liturgiche rimpiazzate da cerimonie laiche, come la Festa della Rigenerazione e la Festa della Federazione, nel segno di quella “religione civile” e di quel deismo venerato ogni qual volta che si vuole distruggere una Tradizione legittima. Gli alberi della libertà scalzavano le Chiese, le coccarde tricolori le croci. Furono soppresse le corporazioni ed il Monte di Pietà, imposta la coscrizione obbligatoria.
La gestione francese si rivelò disastrosa: A fronte della pioggia di disposizioni e di quotidiane ingerenze in ogni momento della vita dei cittadini, — che miravano alla distruzione di ogni istituzione, di ogni forma di aggregazione sociale e religiosa già esistente, per fare degli abitanti della Repubblica Romana felici cittadini — si registra una quantità di proteste, malumori, lamentele, richieste di deroga e di sospensione di provvedimenti.[6]
Il territorio dello Stato Pontificio fu diviso in dipartimenti. Fu soprattutto nella gestione delle periferie che la Repubblica giacobina diede il peggio di sé, come prova questa lettera dalla centrale del Dipartimento del Dipartimento Metauro indirizzata al Ministero degli Interni: «Tutto prova che il vantato nome di Libertà non è per noi che un fantasma, mentre in realtà si soggiace alla più insopportabile tirannia, in paragone della quale quella della Tiara e delle Chiavi [i simboli del governo pontificio] giunge a venire desiderabile»[7]
Ciò sull’esperienza della Repubblica Romano dal punto di vista politico. Consideriamo ora un aspetto del punto di vista ideale. La propaganda francese si richiamava fortemente a Roma. Cariche politiche (consolato, tribunato e santo) e l’iconografia erano permeati dal mito di Roma. Anche qui, come per il Risorgimento, è bene precisare a quale Roma essi si riferissero. Alla Roma delle origini? Al principio universale ed imperituro dell’Imperium? All’aristocrazia dello spirito che la Romanità incarnò? Certamente no. Il richiamo della Repubblica Romana giacobina era in realtà ad una romanità generica, ad una Roma laica intesa come “regno della libertà”, ovviamente secondo la concezione moderna del termine. Insomma, la Roma repubblicana decaduta e sfaldata, la Roma di Bruto, non di Cesare. Non a caso, spesso la propaganda inneggiava ai Cesaricidi come uccisori del “tiranno”, in linea con le correnti intellettuali del tempo[8], e, nelle raffigurazioni iconografiche, immancabile era la piramide massonica, a testimonianza della chiara matrice antitradizionale della Repubblica Romana.[9]
Come appendice della rivoluzione borghese dell’89, la Repubblica Romana, che rimase, per tutti i sui 20 mesi di vita – prima dell’ingresso in città delle truppe napoletane – estranea alla fascia popolare della città[10], che, pur, giacobinamente, diceva arbitrariamente di rappresentare, non potè che far presa sugli artisti, sui medici, sugli avvocati. La causa filofrancese trovava sostenitori negli ambienti dei caffè e dei salotti,[11] espressione dell’infezione intellettualistica illuminista radicatasi anche anche a Roma, seppur in misura nettamente minore rispetto a Milano e a Napoli. Gli strati popolari dell’Urbe, invece, rimasero, per tutto il periodo giacobino, immuni dal contagio rivoluzionario.
Ciò giustificava un editto emesso dal governo repubblicano, che proibiva ai romani di portare “coltello o stilo[12], sotto pena della fucilazione. La rivolta antigiacobina era nell’aria e, infatti, il 25 Febbraio del 1798, arrivò.
All’ora dei vespri dal rione di Trastevere scoppiò, al grido di “Viva Maria![13] Viva il Papa!”, la sommossa antigiacobina, che presto si espanse ai rioni di Borgo, Monti e Regola, fino a contagiare perfino i Castelli Romani. Ad irritare i trasteverini nei giorni precedenti al 25 Febbraio erano stati i comportamenti antireligiosi (ad esempio, il plateale “rito funebre laico” del generale Duphot in Campidoglio) e l’atteggiamento di equiparazione di cristiani ed ebrei[14] La rivolta scoppiò quando i Francesi ordinarono ai trasteverini di togliere “una crocetta di Oro” che essi avevano apposto sulla coccarda “per distinguersi dalli Giudij”[15]
A capo della rivolta era il pescivendolo Gioacchino Savelli detto “Cimarra”, definito dalle fonti “trasteverino”[16]. Fuggito alla repressione successiva al “Vespro Romano”, Cimarra tornò a Roma con la prima invasione napoletana del novembre 1798, ma venne fatto uccidere, secondo un testimone del processo postumo, su commissione di alcuni ebrei che “lo odiavano […] come nemico della Repubblica”[17].

Pendenti di epoca repubblicana realizzati con la tecnica del micromosaico

Nei mesi successivi alla giornata controrivoluzionaria di Roma, Trastevere e gli altri rioni, furono sottoposti a una sorta di stato d’assedio, “con una grande presenza di soldati, data la preoccupazione del governo di possibili sommosse di fronte al sistematico attacco al sentimento religioso, in modo particolare a causa dell’abolizione di feste e della sostituzione delle immagini sacre con i simboli repubblicani. I trasteverini continuarono la loro resistenza passiva, facendo la guardia alle immagini della Vergine, oggetto di sassaiole da parte dei filo-repubblicani, le quali propiziavano l’ordine di rimuoverle, oppure non rinunciando ai giorni di festa, sebbene soppressi. Alla fine di aprile nei quartieri intorno al Quirinale e in altri luoghi della città, comparve una minacciosa scritta: « è vero che San Pietro dorme, ma San Paolo colla spada sta sveglio»” [18]
Conclusione
Le insorgenze, in particolare quella Romana, sono una pagina della storia italiana che merita di essere approfondite. In esse troviamo una adesione popolare immediata, quasi istintiva, alla resistenza contro l’azione antitradizionale di livellamento delle forze della Sovversione.
Non si può pretendere, certo, dai semplici protagonisti di queste vicende, di avere la consapevolezza della portata cosmica della battaglia, che pur per minima parte, essi hanno contribuito a condurre, ma meritano, comunque, il riconoscimento di essersi opposti, difendendo le forme religiose, alla Caduta, in una fase di accelerazione della stessa. E non è poco.
 
Note

[1] Biblioteca Vallicelliana, Falzacappa, Z 12, Relazione del Card. Antonelli sull’avvenuto in Roma dal 1797 al 1799, c.10r.

[2] Diario di memorie appartenenti all’insigne basilica di S. Maria in Trastevere scritte da Basilio Tragnoli benefiziato e cerimonista della medesima basilica dall’anno 1780 all’anno 1814, cit. p. 193

[3] Biblioteca Apostolica Vaticana, Ferrajoli, 719, f. 137r.

[4] Cfr. L.Vicchi, Les Francais a Rome, cit. pp. 19-20.

[5] Abitanti del Rione Monti

[6] Sandro Petrucci, L’insorgenza nell’Italia Centrale negli anni 1797-99, riportato in: http://www.identitanazionale.it/inso_1003.php

[7] Cit. in Francesca Falaschi, Francesi e Giacobini in Ancona dallּ febbraio 1797 al 28 febbraio 1798, Luchetti, Cingoli (Macerata) 1928, p. 30, n. 1

[8] su tutti, Cfr. Vittorio Alfieri, Della Tirannide

[9] Repubblica Romana sarà infatti il nome del massonico Stato instaurato da Garibaldi a Roma, nel 1849, collocantesi, appunto, nel solco di quella francese.

[10] Sui motivi della distanza tra popolo e governo francese riportiamo le parole dello storico Vittorio Emanuele Giuntella: “Alla base vi è il sentimento di fedeltà al Governo pontificio […]. In secondo luogo, tra le cause dell’insorgenza, è da considerare l’atteggiamento tenuto dai Francesi e dai giacobini romani nei confronti dei sentimenti religiosi della popolazione. Gli eccessi a cui si erano lasciati andare gli oratori nei Circoli, la vendita dei beni ecclesiastici, la soppressione delle feste religiose, sostituite con il riposo decadario, il divieto della esposizione delle immagini della Madonna nelle vie di Roma e di altre città della Repubblica, la soppressione delle confraternite, il saccheggio e la chiusura delle chiese […] sembravano segni, agli occhi delle popolazioni, del carattere anticristiano della rivoluzione ed incentivo ad armarsi per una nuova crociata. A tutto ciò si aggiungevano le continue ruberie dei Francesi e dei commissari romani; il timore della coscrizione militare e, nelle campagne, le requisizioni di grano e di bestiame per le truppe e per la popolazione cittadina” (Cfr. Vittorio Emanuele Giuntella, La giacobina Repubblica romana. Aspetti e momenti, in Archivio della Società Romana di Storia Patria, 3a serie, 1950, fasc. I-IV, p. 7.)

[11] Come il Caffè dei Milanesi e la bottega del barbiere Alessandro Donnini a Campo Marzio, dove i patrioti si riunivano per leggere i giornali e cospirare contro il Papato. Cfr. Folle Controrivoluzionarie, p.260 a cura di Anna Maria Rao, Carocci, Roma, 1999.

[12] G.A. Sala, Diario romano degli anni 1798-99, 3 voll., Roma, Società Romana di storia patria, 1980, vol.I, p.50.

[13] “Viva Maria!” fu il grido di battaglia di tutte le insorgenze italiane nel triennio giacobino. In particolare, a Roma, la devozione mariana fu una costante della resistenza antifrancese. A Trastevere mossero gli occhi le immagini mariane di Chiese (S.Maria in Trastevere, S. San Salvatore a Ponte Rotto), monasteri femminili (carmelitane scalze di S.Egidio, oblate agostianiane di S.Pietro in Montorio), edicole sacre di strada, e anche un’immagine conservata in casa di un droghiere in vicolo del Moro e un’altra nella scuola del Maestro F. Tomasotti (cfr. Matteo Cattaneo, Gli occhi di Maria sulla rivoluzione: «miracoli» a Roma e nello Stato della Chiesa (1796-1797), cit. pp. 139-142)

[14] I Francesi aprirono il Ghetto ed introdussero l’obbligo indiscriminato di portare la medesima coccarda tricolore. I trasteverini, per distinguersi dagli Ebrei, apposero una croce su di essa. Inoltre, l’irritazione tra i popolani era dovuta anche alle voci per cui la chiesa di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, di cui già erano stati demoliti gli altari, sarebbe stata convertita in caserma o teatro oppure in un magazzino per gli ebrei. L’astio verso la popolazione ebraica romana trovò l’apice nell’anonimo sonetto “Memoriale delli trasteverini contro li giudii”, in cui minacciavano gli Ebrei di dar fuoco al ghetto se non si fossero rimessi lo sciamanno giallo, segno distintivo che i Francesi avevano abolito.

[15] Il virgolettato è tratto dalla relazione del “Vespro Romano” di Francesco Fortunati. Cfr. BAV, Vat. Lat. 10730, F. Fortunati, Avvenimenti sotto il Pontificato di Pio VI dall’anno 1775 al 1800, ff. 194r-195v.

[16] Le fonti in questione sono la già citata relazione del canonico G.A.Sala e la Giunta di Stato. “Cimarra” è definito “trasteverino”. Ciò dimostra lo slittamento semantico del termine da connotato geografico a definizione politica equivalente a “controrivoluzionario”. Cfr. Andrea Damascelli, Cimarra e gli ebrei nella Repubblica romana del 1798-1799, in La repubblica romana tra giacobinismo e insorgenza 1798-1799, Roma 1992, pp. 31-60.

[17] Armando Lodolini, La Repubblica romana del 1798 in una collezione di bandi, in Rassegna Storica del Risorgimento, anno XVIII, ottobre-dicembre 1931

[18] Cit. Sandro Petrucci, L’insorgenza nell’Italia Centrale negli anni 1797-99, riportato in: http://www.identitanazionale.it/inso_1003.php

Per la scritta su San Pietro e San Paolo, cfr. il già richiamato G. A. Sala, Diario op. cit., ad 20/4/1798.

L’articolo 25 Febbraio 1798: quando Roma resistette al giacobinismo proviene da AZIONE TRADIZIONALE.

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