Libreria Cinabro

Coscienza e Dovere | Slogan, non fatti

“Dio, Patria e Famiglia” sembrano essere le parole d’ordine adottate dal centrodestra per questa tornata elettorale. Forse per “populismo” o forse ancora per riempire il vuoto politico e sociale di una sinistra in cui la famiglia, in termini tradizionali, è ormai un nemico culturale, minatorio della libertà, evitata e ignorata perché causa di imbarazzanti scivoloni logici, a meno che non serva a parlare di unioni tra omosessuali, divorzio, e patriarcato.
Comunque sia, l’attenzione su questo “slogan” si è riaccesa nel momento in cui uno dei paladini della sinistra radical chic, alias Roberto Saviano, ha dedicato il suo ennesimo post ad infangare gli avversari elettorali asserendo che il trinomio in questione sia un crimine. Niente di più divertente poteva essere partorito dalla fiera della campagna elettorale che, notoriamente, tira fuori sempre il meglio di noi italiani. “Dio, Patria e Famiglia”: è un crimine solo usarlo a sproposito, senza crederci, come un paracadute elettorale, biascicato sul palco o in TV quando si è perso il filo di quello che si voleva dire! Se Saviano è il cane da guardia della sinistra — dimostrando sempre l’unità cieca, ideologica, del fronte dell’odio del mainstream —, per una seria contro argomentazione non si può giocare allo stesso modo del nemico, difendendo a spada tratta chiunque si barrichi dietro la triade accusata. “Dio, Patria e Famiglia” è un trinomio da difendere per applicarlo, nel cuore della vita, sociale e politica, di tutti gli italiani.
Ma è anche importante capire che i valori evocati da queste parole non sono solo uno slogan! È forse una delle frasi più usate nelle recenti competizioni elettorali, ma c’è chi a questa frase ha consacrato la propria militanza e chi se ne è fatto gioco, favorendo nell’immaginario collettivo lo svuotamento di significato di questa triade, minandone  la  forza evocativa, capace ancora di far vibrare le coscienze. 
Insomma, questa idea-forza sa ancora avere grande consenso e per anni lo ha fatto, ma oggigiorno, come tutto ciò che è vero e giusto, è soggetto a insidie, negazioni e contestazioni. Però, è dovere militante mettere in discussione l’uso – o l’abuso – di queste parole soltanto se la critica è dovuta alla difesa dei simboli e dei loro significati, come nel caso di questa frase, perché questi non scadano in semplici slogan elettorali dal sapore fin troppo borghese. 
Se ci pensiamo per un istante, il rischio maggiore è proprio che il significato intrinseco venga inteso in modo borghese e che sia privato della sua potenza naturale, rendendo quindi Dio una semplice reminiscenza del passato al quale ci si lega per folklore, la Patria qualcosa che piace perché è il territorio di “pizza e mandolino” — nonché della nazionale di calcio e dei bellissimi monumenti che solo noi abbiamo — e la Famiglia un obbligo di status sociale di facciata “tradizionale”. Non è nostra intenzione remare contro chi, gettatosi in campagna elettorale per una genuina spinta di riscatto, avendo sentito un campanello d’allarme nei riguardi del sacro e del normale, cerca di fare la propria parte in una nazione in cui vige la totale stigmatizzazione dei suddetti valori, anzi. Ma allo stesso tempo non possiamo fingere di essere ciechi quando entra l’elefante nella stanza.
Parlare e difendere il trinomio Dio, Patria e Famiglia è ciò che deve essere fatto, ed ogni militante al servizio della Tradizione lo sa. Ma è altresì vero che tale trinomio corrisponde a uno stile di vita, concreto e quotidiano, non ad un semplice slogan per far infuriare chi è indottrinato dai disvalori del mondo moderno. Chi, da un lato, critica con furia cieca questa triade, perché succube delle ideologie e dei fanatismi mainstream, così e chi, dall’altro lato, la sbandiera  come etichetta di “purezza”,  costruendovi le proprie fortune elettorali, non son altro che due facce del medesimo spirito borghese che tutto invade e infetta con un artificioso antagonismo, riducendo a meri strumenti elettorali i simboli di una vocazione superiore.

L’articolo Coscienza e Dovere | Slogan, non fatti proviene da AZIONE TRADIZIONALE.

“Dio, Patria e Famiglia” sembrano essere le parole d’ordine adottate dal centrodestra per questa tornata elettorale. Forse per “populismo” o forse ancora per riempire il vuoto politico e sociale di una sinistra in cui la famiglia, in termini tradizionali, è ormai un nemico culturale, minatorio della libertà, evitata e ignorata perché causa di imbarazzanti scivoloni logici, a meno che non serva a parlare di unioni tra omosessuali, divorzio, e patriarcato.
Comunque sia, l’attenzione su questo “slogan” si è riaccesa nel momento in cui uno dei paladini della sinistra radical chic, alias Roberto Saviano, ha dedicato il suo ennesimo post ad infangare gli avversari elettorali asserendo che il trinomio in questione sia un crimine. Niente di più divertente poteva essere partorito dalla fiera della campagna elettorale che, notoriamente, tira fuori sempre il meglio di noi italiani. “Dio, Patria e Famiglia”: è un crimine solo usarlo a sproposito, senza crederci, come un paracadute elettorale, biascicato sul palco o in TV quando si è perso il filo di quello che si voleva dire! Se Saviano è il cane da guardia della sinistra — dimostrando sempre l’unità cieca, ideologica, del fronte dell’odio del mainstream —, per una seria contro argomentazione non si può giocare allo stesso modo del nemico, difendendo a spada tratta chiunque si barrichi dietro la triade accusata. “Dio, Patria e Famiglia” è un trinomio da difendere per applicarlo, nel cuore della vita, sociale e politica, di tutti gli italiani.
Ma è anche importante capire che i valori evocati da queste parole non sono solo uno slogan! È forse una delle frasi più usate nelle recenti competizioni elettorali, ma c’è chi a questa frase ha consacrato la propria militanza e chi se ne è fatto gioco, favorendo nell’immaginario collettivo lo svuotamento di significato di questa triade, minandone  la  forza evocativa, capace ancora di far vibrare le coscienze. 
Insomma, questa idea-forza sa ancora avere grande consenso e per anni lo ha fatto, ma oggigiorno, come tutto ciò che è vero e giusto, è soggetto a insidie, negazioni e contestazioni. Però, è dovere militante mettere in discussione l’uso – o l’abuso – di queste parole soltanto se la critica è dovuta alla difesa dei simboli e dei loro significati, come nel caso di questa frase, perché questi non scadano in semplici slogan elettorali dal sapore fin troppo borghese. 
Se ci pensiamo per un istante, il rischio maggiore è proprio che il significato intrinseco venga inteso in modo borghese e che sia privato della sua potenza naturale, rendendo quindi Dio una semplice reminiscenza del passato al quale ci si lega per folklore, la Patria qualcosa che piace perché è il territorio di “pizza e mandolino” — nonché della nazionale di calcio e dei bellissimi monumenti che solo noi abbiamo — e la Famiglia un obbligo di status sociale di facciata “tradizionale”. Non è nostra intenzione remare contro chi, gettatosi in campagna elettorale per una genuina spinta di riscatto, avendo sentito un campanello d’allarme nei riguardi del sacro e del normale, cerca di fare la propria parte in una nazione in cui vige la totale stigmatizzazione dei suddetti valori, anzi. Ma allo stesso tempo non possiamo fingere di essere ciechi quando entra l’elefante nella stanza.
Parlare e difendere il trinomio Dio, Patria e Famiglia è ciò che deve essere fatto, ed ogni militante al servizio della Tradizione lo sa. Ma è altresì vero che tale trinomio corrisponde a uno stile di vita, concreto e quotidiano, non ad un semplice slogan per far infuriare chi è indottrinato dai disvalori del mondo moderno. Chi, da un lato, critica con furia cieca questa triade, perché succube delle ideologie e dei fanatismi mainstream, così e chi, dall’altro lato, la sbandiera  come etichetta di “purezza”,  costruendovi le proprie fortune elettorali, non son altro che due facce del medesimo spirito borghese che tutto invade e infetta con un artificioso antagonismo, riducendo a meri strumenti elettorali i simboli di una vocazione superiore.

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