Libreria Cinabro

FUOCO 6 | Dalla parte della caccia

Tratto da leggifuoco.it

ARS VENANDI
La caccia fra tradizione e modernità

Intervista a Pietro Fiocchi

 

Nonostante le sue antiche e nobili origini – la caccia è la più antica pratica rituale della storia – e i circa 700mila cacciatori italiani oggi in attività, possiamo dire che la caccia è da decenni uno dei bersagli ante litteram del moralismo ipocrita del ‘politicamente corretto’?

Parto dal presupposto che viviamo nella dittatura del politicamente corretto e la caccia non è considerata politicamente corretta. Faccio un esempio concreto: io stesso ho incontrato rappresentanti di Associazioni animaliste e mi sono sentito qualificare come un ‘assassino’. Poi però, quando ho fatto notare che loro stessi non mancavano di alimentarsi di carne, mi sono sentito rispondere che la loro era un’esigenza alimentare, mentre il mio puro sadismo. Dunque, se è vera questa metafora e questo sillogismo, io posso pure accettare questa etichetta, ma questi signori sarebbero i miei ‘mandanti’: chi è più colpevole? Non è evidentemente questa la chiave per parlare della caccia e di chi non la gradisce, ma chi ragiona così non lo capisce. Siamo a questo livello del dibattito: viviamo in un mondo in cui tutti i media sono a priori contrari alla caccia, a qualunque livello.

Qual è il contributo dei cacciatori all’ecosistema, al presidio e conservazione della natura?

In primo luogo, va detto che l’atteggiamento così ostile verso la caccia non è comprensibile, dati alla mano, in quanto anche recenti indagini scientifiche svolte dall’Agenzia Europea per l’Ambiente dimostrano come l’impatto negativo dell’attività venatoria sulla biodiversità è pari allo 0,66%. Tutto il resto dell’impatto negativo è rappresentato da inquinamento ed elementi annessi. Questi signori non capiscono che, invece, il cacciatore proprio per portare avanti la sua passione ha tutto l’interesse che la natura sia rispettata e continui a offrire biodiversità perché senza ciò la caccia stessa non potrebbe esistere. Si omette di dire che i cacciatori si danno da fare in primis per la tutela della natura: puliscono i boschi, i greti dei fiumi, controllano il territorio (che impedisce per esempio lo smaltimento abusivo dei rifiuti), sono spesso volontari della Protezione Civile o del Servizio anti-incendi… Si omette di dire che i cacciatori amano la natura, perché per cacciare occorre conoscere la natura, rispettarne i limiti, apprezzarne le caratteristiche e sottomettersi ai suoi ritmi, i suoi luoghi, le sue dinamiche. Questi signori, spesso ben remunerati grazie a donazioni e finanziamenti che arrivano anche dalla UE, non conoscono la natura e men che meno i cacciatori: forse dovrebbero vivere meno i salotti (televisivi e non) e più la natura che dicono di voler salvare, stando però al calduccio.

Quindi qual è il futuro della caccia in Italia?

Temo che la caccia rischi seriamente di esaurirsi come fenomeno popolare, culturale e legato ai territori. Nel senso che la caccia sta diventando uno ‘sport per ricchi’, perdendo la sua anima originale. A forza di limitare le zone di caccia, accorciare i calendari di caccia, burocratizzare all’inverosimile la vita degli appassionati, tasse e balzelli vari e tutto il resto, il rischio concreto è che a continuare a cacciare potrà essere solo chi potrà permetterselo, a caro prezzo. Per non parlare poi della trasformazione antropologica del cacciatore, la cui età media è sempre più alta in Italia. E questo è il risultato di una rottura nella trasmissione intergenerazionale di questa passione. Storicamente, di padre in figlio, la caccia si tramandava come una passione famigliare: oggi, questa catena si è spezzata. Ed è triste perché è sintomatico di un disinteresse dei giovani, i quali hanno altri interessi, spesso molto meno edificanti e costruttivi, perdendo così l’occasione di tramandare queste tradizioni familiari. Si perde un legame con la natura, con i propri territori natii. In tutto questo scenario non aiutano le lotte intestine tra le associazioni di categoria del mondo venatorio, un fenomeno che contrasto cercando sempre la convergenza di tutte le associazioni sullo stesso fronte: non a caso il mio slogan elettorale è stato “Uniti si vince!”. […]

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L’articolo FUOCO 6 | Dalla parte della caccia proviene da AZIONE TRADIZIONALE.

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Nonostante le sue antiche e nobili origini – la caccia è la più antica pratica rituale della storia – e i circa 700mila cacciatori italiani oggi in attività, possiamo dire che la caccia è da decenni uno dei bersagli ante litteram del moralismo ipocrita del ‘politicamente corretto’?

Parto dal presupposto che viviamo nella dittatura del politicamente corretto e la caccia non è considerata politicamente corretta. Faccio un esempio concreto: io stesso ho incontrato rappresentanti di Associazioni animaliste e mi sono sentito qualificare come un ‘assassino’. Poi però, quando ho fatto notare che loro stessi non mancavano di alimentarsi di carne, mi sono sentito rispondere che la loro era un’esigenza alimentare, mentre il mio puro sadismo. Dunque, se è vera questa metafora e questo sillogismo, io posso pure accettare questa etichetta, ma questi signori sarebbero i miei ‘mandanti’: chi è più colpevole? Non è evidentemente questa la chiave per parlare della caccia e di chi non la gradisce, ma chi ragiona così non lo capisce. Siamo a questo livello del dibattito: viviamo in un mondo in cui tutti i media sono a priori contrari alla caccia, a qualunque livello.

Qual è il contributo dei cacciatori all’ecosistema, al presidio e conservazione della natura?

In primo luogo, va detto che l’atteggiamento così ostile verso la caccia non è comprensibile, dati alla mano, in quanto anche recenti indagini scientifiche svolte dall’Agenzia Europea per l’Ambiente dimostrano come l’impatto negativo dell’attività venatoria sulla biodiversità è pari allo 0,66%. Tutto il resto dell’impatto negativo è rappresentato da inquinamento ed elementi annessi. Questi signori non capiscono che, invece, il cacciatore proprio per portare avanti la sua passione ha tutto l’interesse che la natura sia rispettata e continui a offrire biodiversità perché senza ciò la caccia stessa non potrebbe esistere. Si omette di dire che i cacciatori si danno da fare in primis per la tutela della natura: puliscono i boschi, i greti dei fiumi, controllano il territorio (che impedisce per esempio lo smaltimento abusivo dei rifiuti), sono spesso volontari della Protezione Civile o del Servizio anti-incendi… Si omette di dire che i cacciatori amano la natura, perché per cacciare occorre conoscere la natura, rispettarne i limiti, apprezzarne le caratteristiche e sottomettersi ai suoi ritmi, i suoi luoghi, le sue dinamiche. Questi signori, spesso ben remunerati grazie a donazioni e finanziamenti che arrivano anche dalla UE, non conoscono la natura e men che meno i cacciatori: forse dovrebbero vivere meno i salotti (televisivi e non) e più la natura che dicono di voler salvare, stando però al calduccio.

Quindi qual è il futuro della caccia in Italia?

Temo che la caccia rischi seriamente di esaurirsi come fenomeno popolare, culturale e legato ai territori. Nel senso che la caccia sta diventando uno ‘sport per ricchi’, perdendo la sua anima originale. A forza di limitare le zone di caccia, accorciare i calendari di caccia, burocratizzare all’inverosimile la vita degli appassionati, tasse e balzelli vari e tutto il resto, il rischio concreto è che a continuare a cacciare potrà essere solo chi potrà permetterselo, a caro prezzo. Per non parlare poi della trasformazione antropologica del cacciatore, la cui età media è sempre più alta in Italia. E questo è il risultato di una rottura nella trasmissione intergenerazionale di questa passione. Storicamente, di padre in figlio, la caccia si tramandava come una passione famigliare: oggi, questa catena si è spezzata. Ed è triste perché è sintomatico di un disinteresse dei giovani, i quali hanno altri interessi, spesso molto meno edificanti e costruttivi, perdendo così l’occasione di tramandare queste tradizioni familiari. Si perde un legame con la natura, con i propri territori natii. In tutto questo scenario non aiutano le lotte intestine tra le associazioni di categoria del mondo venatorio, un fenomeno che contrasto cercando sempre la convergenza di tutte le associazioni sullo stesso fronte: non a caso il mio slogan elettorale è stato “Uniti si vince!”. […]

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