Libreria Cinabro

FUOCO 6 | Transnistria: un pezzo d’Europa perso nel tempo

Daniele Dell’Orco | Giornalista pubblicista e autore di libri, è laureato in Scienze della comunicazione. Dirige la rivista trimestrale “Nazione Futura” ed è collaboratore di “Libero” e del “Giornale.it”. Ha fondato la casa editrice “Idrovolante”.

«Avvicinati, vieni a leggere che c’è scritto qui», mi dice Pavel. È un giovane poliglotta che prima della pandemia lavorava come guida turistica per quanti volessero provare a visitare la Transnistria, lo stato fantasma. Ora, dal febbraio 2022, il giorno dell’apocalisse per i popoli slavi orientali, è uno dei pochi volti con cui riesco a parlare liberamente, senza dare troppo nell’occhio. Dall’inizio della guerra in Ucraina le mura già piuttosto fortificate della PMR (Pridnestrovskaya Moldovskaya Respublika) sono diventate quasi invalicabili. Entrare nella regione separatista filorussa della Moldova da giornalisti occidentali non è possibile. Richiedere un accredito stampa è un processo farraginoso, lungo, sfinente e, soprattutto, molto controllato. Con un fixer, un po’ di prudenza e il giusto quantitativo di faccia tosta, invece, è possibile optare per un’altra strada: il basso profilo. Senza attrezzatura vistosa, con una comunissima reflex e il desiderio di visitare questa sorta di Donbass moldavo, si riesce a penetrare la rete di controlli. Ma vuol dire dover tenere a bada le curiosità, interloquire il meno possibile, indagare con tatto.

Pavel, però, riesco ad avvicinarlo. «Vieni a leggere questa targa», mi ripete indicando una delle statue poste nello spazio antistante gli edifici dell’università di Tiraspol, la capitale. Sui pennoni sventolano due bandiere: quella transnistra e quella russa. La scritta nella targa della statua è in cirillico, ovviamente. «Che c’è scritto?», chiedo. «Taras Hryhorovych Shevchenko», risponde fiero. Shevchenko è stato un poeta, scrittore e fine intellettuale… ucraino. Molti hanno imparato a conoscerlo proprio dall’inizio dell’ostilità. Il suo nome ricorre parecchio tra gli alti profili culturali di cui l’Ucraina va fiera e intorno ai quali ha costruito la propria identità nazionale. Ma trovare la sua immagine intatta in un territorio controllato dai russi è quantomeno curioso, visto che poche decine di chilometri più in là gli eserciti di Russia e Ucraina (Odessa è a 40 chilometri) si stanno trucidando gli uni contro gli altri. E visto che in Occidente è già partita l’insensata gara alla rimozione di qualsiasi riferimento alla cultura russa. Qui invece di cancel culture proprio non ce n’è. Anzi. L’iconografia ucraina è paradossalmente più al sicuro di prima. Perché dal Cremlino, Vladimir Putin ci tiene molto a utilizzare la sua ‘tolleranza’ come tratto distintivo di una civiltà che a differenza del ‘miliardo d’oro’ occidentale non rimuove, non imbratta, non cancella le storie. Anche quelle dolorose.

Quella che sorge al di là del fiume Nistro è una Repubblica non riconosciuta a livello internazionale dal punto di vista normativo e spaziale. Ma pure temporale. Soprattutto temporale. Quando Anton, un sodale di Pavel, mi legge l’intestazione posta fuori dal teatro cittadino di Tiraspol, ci tiene a precisare che la Transnistria, come entità statale, non è solo il frutto della guerra del 1992 contro la Moldavia. Già nel 1990, infatti, con la morte del dittatore rumeno Nicolae Ceausescu e l’ipotesi sempre più tangibile che Moldavia e Romania potessero tornare a essere una cosa sola, la minoranza russofona che viveva in Transnistria decise di proclamare la Repubblica socialista sovietica moldava di Pridnestrovie. Un atto, tuttavia, mai riconosciuto dal Cremlino e da Michail Gorbachev, che fece piombare la Transnistria nel novero delle repubbliche non riconosciute dell’URSS: come le georgiane Abcasia e Ossezia del Sud, o come il caucasico Nagorno-Karabakh. Non è un caso che le loro bandiere sventolino tutte insieme nella mastodontica piazza centrale di Tiraspol intitolata al generale russo Alexander Suvorov. E non è un caso nemmeno che a distanza di 30 anni tutte queste repubbliche siano ancora dei teatri di scontro etnico, politico e militare.

La Transnistria la sua indipendenza se l’è conquistata con le armi, nei 142 giorni di guerra del marzo-maggio ’92 contro gli eserciti rumeno e moldavo. Insieme ai transnistri, oltre ai russi, combatterono anche gli ucraini, che ancora oggi rappresentano un quinto della popolazione totale (circa mezzo milione di persone). Ecco perché i due giovani transnistri, Anton e Pavel, dicono all’unisono che, per loro, per tutti loro, il 24 febbraio 2022 resterà una data inspiegabile nella storia. Quella cioè in cui russi e ucraini hanno iniziato a uccidersi tra loro […]

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Daniele Dell’Orco | Giornalista pubblicista e autore di libri, è laureato in Scienze della comunicazione. Dirige la rivista trimestrale “Nazione Futura” ed è collaboratore di “Libero” e del “Giornale.it”. Ha fondato la casa editrice “Idrovolante”.

«Avvicinati, vieni a leggere che c’è scritto qui», mi dice Pavel. È un giovane poliglotta che prima della pandemia lavorava come guida turistica per quanti volessero provare a visitare la Transnistria, lo stato fantasma. Ora, dal febbraio 2022, il giorno dell’apocalisse per i popoli slavi orientali, è uno dei pochi volti con cui riesco a parlare liberamente, senza dare troppo nell’occhio. Dall’inizio della guerra in Ucraina le mura già piuttosto fortificate della PMR (Pridnestrovskaya Moldovskaya Respublika) sono diventate quasi invalicabili. Entrare nella regione separatista filorussa della Moldova da giornalisti occidentali non è possibile. Richiedere un accredito stampa è un processo farraginoso, lungo, sfinente e, soprattutto, molto controllato. Con un fixer, un po’ di prudenza e il giusto quantitativo di faccia tosta, invece, è possibile optare per un’altra strada: il basso profilo. Senza attrezzatura vistosa, con una comunissima reflex e il desiderio di visitare questa sorta di Donbass moldavo, si riesce a penetrare la rete di controlli. Ma vuol dire dover tenere a bada le curiosità, interloquire il meno possibile, indagare con tatto.

Pavel, però, riesco ad avvicinarlo. «Vieni a leggere questa targa», mi ripete indicando una delle statue poste nello spazio antistante gli edifici dell’università di Tiraspol, la capitale. Sui pennoni sventolano due bandiere: quella transnistra e quella russa. La scritta nella targa della statua è in cirillico, ovviamente. «Che c’è scritto?», chiedo. «Taras Hryhorovych Shevchenko», risponde fiero. Shevchenko è stato un poeta, scrittore e fine intellettuale… ucraino. Molti hanno imparato a conoscerlo proprio dall’inizio dell’ostilità. Il suo nome ricorre parecchio tra gli alti profili culturali di cui l’Ucraina va fiera e intorno ai quali ha costruito la propria identità nazionale. Ma trovare la sua immagine intatta in un territorio controllato dai russi è quantomeno curioso, visto che poche decine di chilometri più in là gli eserciti di Russia e Ucraina (Odessa è a 40 chilometri) si stanno trucidando gli uni contro gli altri. E visto che in Occidente è già partita l’insensata gara alla rimozione di qualsiasi riferimento alla cultura russa. Qui invece di cancel culture proprio non ce n’è. Anzi. L’iconografia ucraina è paradossalmente più al sicuro di prima. Perché dal Cremlino, Vladimir Putin ci tiene molto a utilizzare la sua ‘tolleranza’ come tratto distintivo di una civiltà che a differenza del ‘miliardo d’oro’ occidentale non rimuove, non imbratta, non cancella le storie. Anche quelle dolorose.

Quella che sorge al di là del fiume Nistro è una Repubblica non riconosciuta a livello internazionale dal punto di vista normativo e spaziale. Ma pure temporale. Soprattutto temporale. Quando Anton, un sodale di Pavel, mi legge l’intestazione posta fuori dal teatro cittadino di Tiraspol, ci tiene a precisare che la Transnistria, come entità statale, non è solo il frutto della guerra del 1992 contro la Moldavia. Già nel 1990, infatti, con la morte del dittatore rumeno Nicolae Ceausescu e l’ipotesi sempre più tangibile che Moldavia e Romania potessero tornare a essere una cosa sola, la minoranza russofona che viveva in Transnistria decise di proclamare la Repubblica socialista sovietica moldava di Pridnestrovie. Un atto, tuttavia, mai riconosciuto dal Cremlino e da Michail Gorbachev, che fece piombare la Transnistria nel novero delle repubbliche non riconosciute dell’URSS: come le georgiane Abcasia e Ossezia del Sud, o come il caucasico Nagorno-Karabakh. Non è un caso che le loro bandiere sventolino tutte insieme nella mastodontica piazza centrale di Tiraspol intitolata al generale russo Alexander Suvorov. E non è un caso nemmeno che a distanza di 30 anni tutte queste repubbliche siano ancora dei teatri di scontro etnico, politico e militare.

La Transnistria la sua indipendenza se l’è conquistata con le armi, nei 142 giorni di guerra del marzo-maggio ’92 contro gli eserciti rumeno e moldavo. Insieme ai transnistri, oltre ai russi, combatterono anche gli ucraini, che ancora oggi rappresentano un quinto della popolazione totale (circa mezzo milione di persone). Ecco perché i due giovani transnistri, Anton e Pavel, dicono all’unisono che, per loro, per tutti loro, il 24 febbraio 2022 resterà una data inspiegabile nella storia. Quella cioè in cui russi e ucraini hanno iniziato a uccidersi tra loro […]

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