Libreria Cinabro

FUOCO | Cronache di un infiltrato in una generazione fuori tempo

Tratto da leggifuoco.it

Intendiamoci: essere fuori tempo non è di per sé negativo, nemmeno musicalmente parlando. Nondimeno c’è modo e modo di stare fuori tempo: si può sviare dal tempo per scelta, ed il che produce – in musica quanto in generale – un effetto straniante e maestoso; ma si può anche andare fuori tempo per errore, senza farci caso: perché si è travolti, perché non si è capito. E questa è tutta un’altra faccenda.

Ora, appare chiaro che la generazione cui appartengo – fra i 15 e i 30 anni – è (in gran parte ma non del tutto, va sottolineato) fuori tempo nel senso peggiore: è in balia di ciò che accade. È in balia e rifiuta di sedersi al tavolo con quel frammento di Storia che le è toccato in sorte, e di prenderlo di petto; si fa trascinare indietro e avanti: indietro da una certa «intellettualità» sessantottina che le passa il testimone delle sue mortifere battaglie postmoderne; avanti da un mondo virtuale che mira a farne l’oggetto delle proprie sperimentazioni postumane.

Detto così può sembrare un vaneggiamento: le cose appariranno più chiare nel considerare qualche caso concreto.

Si potrebbe partire da i/gl*/lə «liberə di abortire». Da anni – soprattutto ai giovani targhettizzati dai social come il sottoscritto – accade d’imbattersi in «attivisti» (e sappiate che usare il maschile generico mi potrebbe costare una querela da parte di quest3 amant* dei geroglifici) che lottano per il diritto all’aborto: Libera di abortireInterruzione volontaria di gravidanza sto benissimoNon è un veleno e altri. Ora, prescindendo dalla questione inerente alla nozione di «diritto» (e non è cosa da poco), è noto che l’aborto in Italia è assolutamente legale e, di più, tutt’altro che stigmatizzato a livello sociale. Eppure costoro – e il loro seguito, nutritissimo soprattutto a livello di giovani studenti (anzi, di asterischetti e schwa) superiori e universitari – sentono la necessità di «battersi» per esercitare questo loro «diritto» e per affermare la totale ingiudicabilità di chi lo esercita. Ma come si battono, i nostri eroi? È un’ottima domanda. La risposta è sfuggente, e, quando la si trova, disarmante: i nostri eroi, non avendo vere battaglie da combattere, si attaccano all’uscita infelice di un lefebvriano, al manifesto di un’organizzazione pro-vita sommessamente affisso alla fermata del tram, all’articolo di questo o quell’altro «figlio del patriarcato» alla sedicesima pagina di un quotidiano in fallimento. E si mettono a piangere e a gridare: incapaci di accorgersi dei propri problemi, scimmiottano il ‘68 (in assenza di qualsiasi impedimento – a mio parere non così sbagliato – che vi era in quegli anni) invocando il proprio diritto (ripetiamo: diritto che hanno!) d’interrompere una gravidanza in quello stesso paese che, anche «grazie» a gente come loro, è il secondo più vecchio del mondo dopo il Giappone (dati ISTAT); in quello stesso paese che, nel 2020, ha toccato tassi di (de)natalità mai visti prima nella storia. E con ciò intendo «fuori tempo».

Ma a ben vedere, una battaglia innovativa rispetto agli anni ‘60 e ‘70, tali figuri – per usare un termine montanelliano – la portano avanti: l’essenziale lotta per affermare l’aborto quale diritto non esclusivo delle donne, ma di tutt(seguirebbero 43 geroglifici che ometto – d’ora in avanti userò il maschile). Incommentabile. Come è incommentabile il fatto che, costoro, oltre che idolatrati dalle masse studentesche e universitarie, la cui prima preoccupazione è di affiggere cartelloni su come abortire o distribuire assorbenti nei bagni, qualche giorno fa siano stati ricevuti da nientemeno che il Ministro della Salute Roberto Speranza (si vedano i profili di detti attivisti). Il quale Roberto Speranza, evidentemente, in questo momento storico di piena quarta ondata, con gravi problemi anche per i vaccinati, nonché di inverno demografico, ritiene saggio impiegare il proprio tempo a discutere con un manipolo di carnascialeschi abortisti e, di più, ritiene di doversi impegnare nei loro confronti, presentando un vademecum al parlamento per incitare un’attività di potenziamento del diritto dall’aborto.

E i «giovani» gioiscono di questo: i «giovani», diventati in questo tempo una categoria giornalistica che mi fa orrore (rinvio a vari recenti interventi, scritti e non, su temi di diritti civili, di gente come Tomaso Montanari, Michela Murgia, Ilvo Diamanti e simili), rappresentati da certi «chierici di sinistra» (profetica espressione di Pasolini) come una massa compatta di non pensanti, di oggetti metallici calamitati dal nuovo, di sessantottardi in miniatura, hanno finito col credere di essere questo e col comportarsi di conseguenza. Molti miei coetanei hanno sinceramente sentito i propri cuori infiammarsi quando, accoccolati davanti al televisore poiché non potevano uscire di casa, il primo maggio dello scorso anno, hanno visto l’uomo smaltato inveire contro chi osava opporsi a un disegno di legge che avrebbe dovuto (in una maniera che non ho afferrato) tutelare gli omosessuali. Altra battaglia malamente fuori tempo: oggi non solo non esiste alcun tipo di stigma sociale nei confronti dell’omosessualità, non solo esistono già leggi che puniscono ogni tipo discriminazione, ma nel mondo mediatico si rasenta il senso di colpa per essere eterosessuale! (Bellissimo uno storico sketch di Zalone in merito).

Io, da «giovane», mi sono fatto un’idea su questi «giovani» fuori tempo, così sensibili alle tematiche civili, così facilmente suscettibili al pianto se qualcuno non si rivolge a loro con i consueti 43 geroglifici (e si badi: ciò dilaga anche ai piani più alti della comunicazione istituzionale), così «belli a gridare nelle piazze» per salvare il pianeta nel 2878 senza preoccuparsi che il loro futuro si ridurrà, se andrà bene, ad avere un figlio a quarant’anni, dopo aver lavorato in nero per quindici, oppure con contratti da stagisti da tre mesi ciascuno. Si tratta di disperati: di una massa a cui è stato tolto ogni riferimento in nome di quel relativismo che dal postmoderno è destinato a condurre al postumano. Si tratta di schiavi di una logica del «faccio i capricci dunque sono» con cui un certo (e dominante) ceto intellettuale delle generazioni precedenti ha ammorbato il dibattito: perciò per loro la salvezza è sempre un muro abbattuto più in là; perciò costoro non si accorgono, o non vogliono accorgersi, che, se lottano, lottano «per sentito dire», «per visto su Instagram» e mai per una loro propria esigenza, individuale o collettiva. Disorientati e travolti da un tempo che non tollera più il capriccio come fondamento etico ed estetico dell’esistenza, abbandonati a sé stessi in un ridicolo revival delle lotte di cinquant’anni fa, credo non debbano nemmeno destar rabbia: devono farci pena. Una generazione fuori tempo.

Forse fuori tempo massimo. Fuori tempo massimo perché non comprende che oggi non viviamo la situazione di Tondelli, di Capanna, della Bonino. È finita l’era «facile» dei capricci, dei giochi, dei postmodernismi: fra derive autoritarie a carattere tecno-sanitario, denatalità galoppante, istruzione inefficace, precariato come condizione lavorativa ed esistenziale, guerra istituzionale a ogni cultura tradizionale, oggi il futuro è una disgrazia che esige tutto il nostro impegno per essere sventata. E il nostro impegno in questo senso deve essere serrato e instancabile, e deve manifestarsi anzitutto come testimonianza: ognuno di noi, specialmente fra i più giovani, dica che c’è, che è un Tradizionale, e che è fuori tempo per sua scelta e non perché è travolto dagli eventi; e urli, con le parole bellissime di Arnaut Daniel, che amas l’aura, caz la lebre ab lo buef et nadi contra la suberna («ama l’aria, caccia la lepre con il bue e nuota contro corrente»).

L’articolo FUOCO | Cronache di un infiltrato in una generazione fuori tempo proviene da AZIONE TRADIZIONALE.

Tratto da leggifuoco.it

Intendiamoci: essere fuori tempo non è di per sé negativo, nemmeno musicalmente parlando. Nondimeno c’è modo e modo di stare fuori tempo: si può sviare dal tempo per scelta, ed il che produce – in musica quanto in generale – un effetto straniante e maestoso; ma si può anche andare fuori tempo per errore, senza farci caso: perché si è travolti, perché non si è capito. E questa è tutta un’altra faccenda.

Ora, appare chiaro che la generazione cui appartengo – fra i 15 e i 30 anni – è (in gran parte ma non del tutto, va sottolineato) fuori tempo nel senso peggiore: è in balia di ciò che accade. È in balia e rifiuta di sedersi al tavolo con quel frammento di Storia che le è toccato in sorte, e di prenderlo di petto; si fa trascinare indietro e avanti: indietro da una certa «intellettualità» sessantottina che le passa il testimone delle sue mortifere battaglie postmoderne; avanti da un mondo virtuale che mira a farne l’oggetto delle proprie sperimentazioni postumane.

Detto così può sembrare un vaneggiamento: le cose appariranno più chiare nel considerare qualche caso concreto.

Si potrebbe partire da i/gl*/lə «liberə di abortire». Da anni – soprattutto ai giovani targhettizzati dai social come il sottoscritto – accade d’imbattersi in «attivisti» (e sappiate che usare il maschile generico mi potrebbe costare una querela da parte di quest3 amant* dei geroglifici) che lottano per il diritto all’aborto: Libera di abortireInterruzione volontaria di gravidanza sto benissimoNon è un veleno e altri. Ora, prescindendo dalla questione inerente alla nozione di «diritto» (e non è cosa da poco), è noto che l’aborto in Italia è assolutamente legale e, di più, tutt’altro che stigmatizzato a livello sociale. Eppure costoro – e il loro seguito, nutritissimo soprattutto a livello di giovani studenti (anzi, di asterischetti e schwa) superiori e universitari – sentono la necessità di «battersi» per esercitare questo loro «diritto» e per affermare la totale ingiudicabilità di chi lo esercita. Ma come si battono, i nostri eroi? È un’ottima domanda. La risposta è sfuggente, e, quando la si trova, disarmante: i nostri eroi, non avendo vere battaglie da combattere, si attaccano all’uscita infelice di un lefebvriano, al manifesto di un’organizzazione pro-vita sommessamente affisso alla fermata del tram, all’articolo di questo o quell’altro «figlio del patriarcato» alla sedicesima pagina di un quotidiano in fallimento. E si mettono a piangere e a gridare: incapaci di accorgersi dei propri problemi, scimmiottano il ‘68 (in assenza di qualsiasi impedimento – a mio parere non così sbagliato – che vi era in quegli anni) invocando il proprio diritto (ripetiamo: diritto che hanno!) d’interrompere una gravidanza in quello stesso paese che, anche «grazie» a gente come loro, è il secondo più vecchio del mondo dopo il Giappone (dati ISTAT); in quello stesso paese che, nel 2020, ha toccato tassi di (de)natalità mai visti prima nella storia. E con ciò intendo «fuori tempo».

Ma a ben vedere, una battaglia innovativa rispetto agli anni ‘60 e ‘70, tali figuri – per usare un termine montanelliano – la portano avanti: l’essenziale lotta per affermare l’aborto quale diritto non esclusivo delle donne, ma di tutt(seguirebbero 43 geroglifici che ometto – d’ora in avanti userò il maschile). Incommentabile. Come è incommentabile il fatto che, costoro, oltre che idolatrati dalle masse studentesche e universitarie, la cui prima preoccupazione è di affiggere cartelloni su come abortire o distribuire assorbenti nei bagni, qualche giorno fa siano stati ricevuti da nientemeno che il Ministro della Salute Roberto Speranza (si vedano i profili di detti attivisti). Il quale Roberto Speranza, evidentemente, in questo momento storico di piena quarta ondata, con gravi problemi anche per i vaccinati, nonché di inverno demografico, ritiene saggio impiegare il proprio tempo a discutere con un manipolo di carnascialeschi abortisti e, di più, ritiene di doversi impegnare nei loro confronti, presentando un vademecum al parlamento per incitare un’attività di potenziamento del diritto dall’aborto.

E i «giovani» gioiscono di questo: i «giovani», diventati in questo tempo una categoria giornalistica che mi fa orrore (rinvio a vari recenti interventi, scritti e non, su temi di diritti civili, di gente come Tomaso Montanari, Michela Murgia, Ilvo Diamanti e simili), rappresentati da certi «chierici di sinistra» (profetica espressione di Pasolini) come una massa compatta di non pensanti, di oggetti metallici calamitati dal nuovo, di sessantottardi in miniatura, hanno finito col credere di essere questo e col comportarsi di conseguenza. Molti miei coetanei hanno sinceramente sentito i propri cuori infiammarsi quando, accoccolati davanti al televisore poiché non potevano uscire di casa, il primo maggio dello scorso anno, hanno visto l’uomo smaltato inveire contro chi osava opporsi a un disegno di legge che avrebbe dovuto (in una maniera che non ho afferrato) tutelare gli omosessuali. Altra battaglia malamente fuori tempo: oggi non solo non esiste alcun tipo di stigma sociale nei confronti dell’omosessualità, non solo esistono già leggi che puniscono ogni tipo discriminazione, ma nel mondo mediatico si rasenta il senso di colpa per essere eterosessuale! (Bellissimo uno storico sketch di Zalone in merito).

Io, da «giovane», mi sono fatto un’idea su questi «giovani» fuori tempo, così sensibili alle tematiche civili, così facilmente suscettibili al pianto se qualcuno non si rivolge a loro con i consueti 43 geroglifici (e si badi: ciò dilaga anche ai piani più alti della comunicazione istituzionale), così «belli a gridare nelle piazze» per salvare il pianeta nel 2878 senza preoccuparsi che il loro futuro si ridurrà, se andrà bene, ad avere un figlio a quarant’anni, dopo aver lavorato in nero per quindici, oppure con contratti da stagisti da tre mesi ciascuno. Si tratta di disperati: di una massa a cui è stato tolto ogni riferimento in nome di quel relativismo che dal postmoderno è destinato a condurre al postumano. Si tratta di schiavi di una logica del «faccio i capricci dunque sono» con cui un certo (e dominante) ceto intellettuale delle generazioni precedenti ha ammorbato il dibattito: perciò per loro la salvezza è sempre un muro abbattuto più in là; perciò costoro non si accorgono, o non vogliono accorgersi, che, se lottano, lottano «per sentito dire», «per visto su Instagram» e mai per una loro propria esigenza, individuale o collettiva. Disorientati e travolti da un tempo che non tollera più il capriccio come fondamento etico ed estetico dell’esistenza, abbandonati a sé stessi in un ridicolo revival delle lotte di cinquant’anni fa, credo non debbano nemmeno destar rabbia: devono farci pena. Una generazione fuori tempo.

Forse fuori tempo massimo. Fuori tempo massimo perché non comprende che oggi non viviamo la situazione di Tondelli, di Capanna, della Bonino. È finita l’era «facile» dei capricci, dei giochi, dei postmodernismi: fra derive autoritarie a carattere tecno-sanitario, denatalità galoppante, istruzione inefficace, precariato come condizione lavorativa ed esistenziale, guerra istituzionale a ogni cultura tradizionale, oggi il futuro è una disgrazia che esige tutto il nostro impegno per essere sventata. E il nostro impegno in questo senso deve essere serrato e instancabile, e deve manifestarsi anzitutto come testimonianza: ognuno di noi, specialmente fra i più giovani, dica che c’è, che è un Tradizionale, e che è fuori tempo per sua scelta e non perché è travolto dagli eventi; e urli, con le parole bellissime di Arnaut Daniel, che amas l’aura, caz la lebre ab lo buef et nadi contra la suberna («ama l’aria, caccia la lepre con il bue e nuota contro corrente»).

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