Libreria Cinabro

FUOCO N.6 | Faccia a faccia con lo sport moderno: intervista a Paolo Bargiggia

Paolo Bargiggia è giornalista e conduttore televisivo con più di 30 anni di esperienza, tra “Corriere dello Sport” e “Sport Mediaset”, ama il giornalismo sportivo italiano con posizioni libere e non allineate.

Molti giornalisti sportivi sembrano ormai più interessati allo scoop sul personaggio sportivo inteso quale VIP piuttosto che alle sue prestazioni atletiche o alla notizia scomoda. Un appiattimento generale sembra aver pervaso le redazioni sportive. Noti che vi sia una sorta di abbassamento del livello qualitativo giornalistico sportivo italiano?

A mio avviso, è piuttosto evidente un forte scadimento della qualità del giornalismo sportivo italiano, che da anni sto denunciando, anche  alla luce della mia carriera in cui – tra 5 anni trascorsi nella redazione del Corriere dello Sport e 25 anni in forza a Mediaset – ho maturato una certa esperienza per poter esprimere questo giudizio. Questo abbassamento qualitativo è innanzitutto dovuto a un motivo strutturale: la digitalizzazione del giornalismo – tra giornali online e app delle maggiori testate – ha portato a una minore domanda di qualità giornalistica. In poche parole, il merito della qualificazione giornalistica è stato spazzato via perché gli editori oggi vogliono dai giornalisti molta quantità in termini di produzione di articoli e grande flusso di informazioni, la cd. massa critica, che genera clic, visualizzazioni e condivisioni. Di conseguenza, le notizie diffuse sono sempre meno verificate in questa corsa folle alla prossima notizia. È sotto gli occhi di tutti: la digitalizzazione ha portato una quantità smisurata di notizie rispetto a quella di un quotidiano sportivo cartaceo. E nella corsa alla quantità, si perde la qualità. Così, al giornalista non si chiede più l’agenda ampia e profonda, con i contatti esclusivi, bensì lo si porta a copiare e incollare informazioni di altri, molto spesso non verificate.

Quindi, sono cambiati anche gli equilibri tra interlocutori nel dialogo tra giornalisti, sportivi e società?

Certo. Un’altra ragione dello scadimento qualitativo è proprio lo svuotamento di personalità e di identità del giornalista: in passato, i giornalisti non erano dei calciatori né si esprimevano da tifosi, per una motivazione etica e professionale. Il giornalista ambiva certamente a ottenere il contatto giusto, ad avere le notizie da diffondere e a guadagnare autorevolezza, quasi fino a essere temuto dalle società sportive. Ma con l’avvento dei social questi rapporti sono cambiati: oggi le notizie sono diffuse sui social da chicchessia, senza alcuna autorevolezza né fonte verificata, rendendo il mondo del giornalismo molto più orizzontale e livellato: ad esempio, trovo spesso che le notizie da me individuate in esclusiva, tramite i miei canali riservati, sono poi rilanciate da chiunque sui social network.
A questa ragione, aggiungo che nell’ultimo decennio, essendo esploso il fenomeno delle pay-per-view televisive, gli editori hanno smesso di chiedere maggiore rispetto e distanza da parte dei club, mettendosi sul loro stesso pianosi. D’altra parte, oggi tutti i club hanno rapporti stretti con le televisioni, che ne pagano i diritti di sfruttamento economico. Così, si creano conflitti di interessi, che inibiscono il giornalista e l’approfondimento.

Tra le tue tante qualificazioni professionali, sei un esperto di calciomercato, che sembra essere diventata una dinamica ormai perversa e pervasa di interessi economici, procure invadenti e plusvalenze da rilevare: c’è ancora del buono e del romantico nel mondo del calcio?

Per rispondere a questa domanda occorre guardare il fenomeno ‘calcio’ da più lontano: il calcio è ormai un evento sociale come molti altri, dalla moda agli eventi legati al business. Né più, né meno, dimodoché non possiamo considerare il mondo del calcio al di fuori delle dinamiche sociali: il ‘pallone’ ha subito tutti gli effetti della globalizzazione, dai troppi stranieri nei campionati nazionali – che penalizzano i giovani e le nazionali – ai rapporti contrattuali che, dopo la sentenza Bosman, vedono i calciatori a fine contratto liberi di passare a parametro zero ad altre squadre. Non dimentichiamo il mondo degli agenti dei calciatori che, con le loro gonfie commissioni, hanno creato un clima di ricatto e di interessi subdoli tra le società e gli atleti[…]

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Paolo Bargiggia è giornalista e conduttore televisivo con più di 30 anni di esperienza, tra “Corriere dello Sport” e “Sport Mediaset”, ama il giornalismo sportivo italiano con posizioni libere e non allineate.

Molti giornalisti sportivi sembrano ormai più interessati allo scoop sul personaggio sportivo inteso quale VIP piuttosto che alle sue prestazioni atletiche o alla notizia scomoda. Un appiattimento generale sembra aver pervaso le redazioni sportive. Noti che vi sia una sorta di abbassamento del livello qualitativo giornalistico sportivo italiano?

A mio avviso, è piuttosto evidente un forte scadimento della qualità del giornalismo sportivo italiano, che da anni sto denunciando, anche  alla luce della mia carriera in cui – tra 5 anni trascorsi nella redazione del Corriere dello Sport e 25 anni in forza a Mediaset – ho maturato una certa esperienza per poter esprimere questo giudizio. Questo abbassamento qualitativo è innanzitutto dovuto a un motivo strutturale: la digitalizzazione del giornalismo – tra giornali online e app delle maggiori testate – ha portato a una minore domanda di qualità giornalistica. In poche parole, il merito della qualificazione giornalistica è stato spazzato via perché gli editori oggi vogliono dai giornalisti molta quantità in termini di produzione di articoli e grande flusso di informazioni, la cd. massa critica, che genera clic, visualizzazioni e condivisioni. Di conseguenza, le notizie diffuse sono sempre meno verificate in questa corsa folle alla prossima notizia. È sotto gli occhi di tutti: la digitalizzazione ha portato una quantità smisurata di notizie rispetto a quella di un quotidiano sportivo cartaceo. E nella corsa alla quantità, si perde la qualità. Così, al giornalista non si chiede più l’agenda ampia e profonda, con i contatti esclusivi, bensì lo si porta a copiare e incollare informazioni di altri, molto spesso non verificate.

Quindi, sono cambiati anche gli equilibri tra interlocutori nel dialogo tra giornalisti, sportivi e società?

Certo. Un’altra ragione dello scadimento qualitativo è proprio lo svuotamento di personalità e di identità del giornalista: in passato, i giornalisti non erano dei calciatori né si esprimevano da tifosi, per una motivazione etica e professionale. Il giornalista ambiva certamente a ottenere il contatto giusto, ad avere le notizie da diffondere e a guadagnare autorevolezza, quasi fino a essere temuto dalle società sportive. Ma con l’avvento dei social questi rapporti sono cambiati: oggi le notizie sono diffuse sui social da chicchessia, senza alcuna autorevolezza né fonte verificata, rendendo il mondo del giornalismo molto più orizzontale e livellato: ad esempio, trovo spesso che le notizie da me individuate in esclusiva, tramite i miei canali riservati, sono poi rilanciate da chiunque sui social network.
A questa ragione, aggiungo che nell’ultimo decennio, essendo esploso il fenomeno delle pay-per-view televisive, gli editori hanno smesso di chiedere maggiore rispetto e distanza da parte dei club, mettendosi sul loro stesso pianosi. D’altra parte, oggi tutti i club hanno rapporti stretti con le televisioni, che ne pagano i diritti di sfruttamento economico. Così, si creano conflitti di interessi, che inibiscono il giornalista e l’approfondimento.

Tra le tue tante qualificazioni professionali, sei un esperto di calciomercato, che sembra essere diventata una dinamica ormai perversa e pervasa di interessi economici, procure invadenti e plusvalenze da rilevare: c’è ancora del buono e del romantico nel mondo del calcio?

Per rispondere a questa domanda occorre guardare il fenomeno ‘calcio’ da più lontano: il calcio è ormai un evento sociale come molti altri, dalla moda agli eventi legati al business. Né più, né meno, dimodoché non possiamo considerare il mondo del calcio al di fuori delle dinamiche sociali: il ‘pallone’ ha subito tutti gli effetti della globalizzazione, dai troppi stranieri nei campionati nazionali – che penalizzano i giovani e le nazionali – ai rapporti contrattuali che, dopo la sentenza Bosman, vedono i calciatori a fine contratto liberi di passare a parametro zero ad altre squadre. Non dimentichiamo il mondo degli agenti dei calciatori che, con le loro gonfie commissioni, hanno creato un clima di ricatto e di interessi subdoli tra le società e gli atleti[…]

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