Fëdor Dostoevskij scriveva che “La bellezza salverà il mondo”. Al giorno d’oggi probabilmente lo scrittore russo nutrirebbe qualche dubbio in più sulla validità di tale affermazione dato che nell’epoca digitale sembra esser il bello stesso a dover esser salvato.  
Il bello oggi si misura con il “like”, si manifesta tramite l’anestetizzazione e si fonda sul positivismo. Svilito e mercificato, ciò che è veramente bello viene sostituito dal bello digitale. Prostituto ideale del consumo e della comunicazione, il bello digitale conduce a un costante autorispecchiamento, grazie alla digitalizzazione dell’essere viene raggiunta una totale umanizzazione, una soggettività assoluta in cui il soggetto umano finisce per incontrare solo se stesso.
Diventare un influencer, postare il proprio fisico grazie ai ritocchi offerti dai social o sognare di farsi ritrarre in una foto come il rapper preferito, sono diventate le massime aspirazioni delle nuove generazioni. Mentre questa terribile (dis)educazione miete sempre più vittime, i problemi restano le unioni civili, il gender e la cannabis.

(Tratto da Open.online) – «Instagram spinge a pensieri suicidi, ansia e depressione nostra figlia». La famiglia fa causa a Meta di Antonio Di Noto

«Nostra figlia stava sparendo. Lentamente, pezzo dopo pezzo. Stavamo perdendo la nostra bambina sicura di sé, mentre lei diventava depressa, arrabbiata e chiusa in sé stessa». È questa la dichiarazione di Kathleen Spence ad Abc News. Lei e il marito Jeffrey, genitori di Alexis hanno fatto causa a Meta (la compagnia che riunisce Facebook, Instagram e Whatsapp) poiché hanno visto la loro figlia sviluppare una dipendenza da Instagram che ha portato a «disturbi alimentari, ansia, autolesionismo e pensieri suicidi» si legge nel documento d’accusa alla compagnia di Mark Zuckerberg. Il documento continua, spiegando che la famiglia di Long Island (New York), «ha subito danni emozionali e finanziari a causa del design in grado di creare dipendenza di Meta, e dalla continuativa e dannosa disponibilità di account che Instagram ha fornito alla loro figlia». «Il fatto che Alexis sia qui è un vero e proprio miracolo», ha detto Kathleen Spence, «perché abbiamo combattuto con le unghie e con i denti per lei».

Alexis, ora diciannovenne, ha aperto il suo primo account su Instagram quando aveva 11 anni, due in meno di quelli richiesti da Instagram per iscriversi. «A 11 anni, cos’altro c’è da fare se non guardare questi contenuti», ha dichiarato Spence, «e quando mi veniva detto ogni giorno “è così che si diventa carine… questo è l’aspetto che dovresti avere”, cosa avrei dovuto pensare? Ero solo una bambina». La ragazza è riuscita a superare i traumi solo grazie all’aiuto dei medici. Gli Spence pensavano non ci fosse altro da fare, ma sono state le dichiarazioni della whistleblower Frances Haugen a convincerli a fare causa a Meta per lesioni personali. Nei Facebook Papers, Haugen, ex product manager dell’azienda aveva rivelato a ottobre 2021 che la compagnia avrebbe sempre messo il profitto di fronte ai problemi che le piattaforme di Meta causano negli utenti, tra cui, appunto, dipendenza e ansia e depressione, nonostante ne fosse pienamente al corrente.

 

L’articolo Il deserto cresce; guai a colui che cela deserti dentro di sé proviene da AZIONE TRADIZIONALE.

Fëdor Dostoevskij scriveva che “La bellezza salverà il mondo”. Al giorno d’oggi probabilmente lo scrittore russo nutrirebbe qualche dubbio in più sulla validità di tale affermazione dato che nell’epoca digitale sembra esser il bello stesso a dover esser salvato.  
Il bello oggi si misura con il “like”, si manifesta tramite l’anestetizzazione e si fonda sul positivismo. Svilito e mercificato, ciò che è veramente bello viene sostituito dal bello digitale. Prostituto ideale del consumo e della comunicazione, il bello digitale conduce a un costante autorispecchiamento, grazie alla digitalizzazione dell’essere viene raggiunta una totale umanizzazione, una soggettività assoluta in cui il soggetto umano finisce per incontrare solo se stesso.
Diventare un influencer, postare il proprio fisico grazie ai ritocchi offerti dai social o sognare di farsi ritrarre in una foto come il rapper preferito, sono diventate le massime aspirazioni delle nuove generazioni. Mentre questa terribile (dis)educazione miete sempre più vittime, i problemi restano le unioni civili, il gender e la cannabis.

(Tratto da Open.online) – «Instagram spinge a pensieri suicidi, ansia e depressione nostra figlia». La famiglia fa causa a Meta di Antonio Di Noto

«Nostra figlia stava sparendo. Lentamente, pezzo dopo pezzo. Stavamo perdendo la nostra bambina sicura di sé, mentre lei diventava depressa, arrabbiata e chiusa in sé stessa». È questa la dichiarazione di Kathleen Spence ad Abc News. Lei e il marito Jeffrey, genitori di Alexis hanno fatto causa a Meta (la compagnia che riunisce Facebook, Instagram e Whatsapp) poiché hanno visto la loro figlia sviluppare una dipendenza da Instagram che ha portato a «disturbi alimentari, ansia, autolesionismo e pensieri suicidi» si legge nel documento d’accusa alla compagnia di Mark Zuckerberg. Il documento continua, spiegando che la famiglia di Long Island (New York), «ha subito danni emozionali e finanziari a causa del design in grado di creare dipendenza di Meta, e dalla continuativa e dannosa disponibilità di account che Instagram ha fornito alla loro figlia». «Il fatto che Alexis sia qui è un vero e proprio miracolo», ha detto Kathleen Spence, «perché abbiamo combattuto con le unghie e con i denti per lei».

Alexis, ora diciannovenne, ha aperto il suo primo account su Instagram quando aveva 11 anni, due in meno di quelli richiesti da Instagram per iscriversi. «A 11 anni, cos’altro c’è da fare se non guardare questi contenuti», ha dichiarato Spence, «e quando mi veniva detto ogni giorno “è così che si diventa carine… questo è l’aspetto che dovresti avere”, cosa avrei dovuto pensare? Ero solo una bambina». La ragazza è riuscita a superare i traumi solo grazie all’aiuto dei medici. Gli Spence pensavano non ci fosse altro da fare, ma sono state le dichiarazioni della whistleblower Frances Haugen a convincerli a fare causa a Meta per lesioni personali. Nei Facebook Papers, Haugen, ex product manager dell’azienda aveva rivelato a ottobre 2021 che la compagnia avrebbe sempre messo il profitto di fronte ai problemi che le piattaforme di Meta causano negli utenti, tra cui, appunto, dipendenza e ansia e depressione, nonostante ne fosse pienamente al corrente.

 

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