Libreria Cinabro

Il sabato per l’uomo, non l’uomo per il sabato

«Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!» (Mc 2,23-28).

Tale insegnamento è una vera e propria chiave per vivere la Tradizione, per percorrere seriamente e con equilibrio un percorso tradizionale, per vivere centrati nell’Altissimo: la radice più vera e profonda del nostro essere. Per comprendere la portata e l’efficacia di tale insegnamento anche e soprattutto in relazione al percorso militante, è necessario ripartire dal presupposto per cui, nell’ambito di una tradizione, l’approssimazione alla Dottrina conosce un punto di vista più ‘esteriore’, esclusivamente devozionale e duale, e uno più profondo e ‘interiore’, sempre più non-duale e volto alla conoscenza dei Princìpi metafisici. Chiaramente, non è possibile vivere profondamente la Dottrina, se preliminarmente non vi è un accostamento sempre più consapevole e partecipato a tutto ciò che di una tradizione possa sembrare più esteriore, alle sue forme: i dogmi, i riti e la disciplina fatta di precetti e comandamenti, ossia ciò che possiamo indicare come ‘il sabato’ (per essere coerenti con l’insegnamento su cui, con questo scritto, vogliamo meditare). D’altronde, ‘il sabato’ è proprio un’espressione dei Princìpi metafisici cuore e centro della Dottrina; ne deriva, dunque, che ‘il sabato’ non rappresenta un aspetto esteriore e superficiale di tale Dottrina (come taluni potrebbero pensare), ma più correttamente è esteriore o interiore, superficiale o profondo, il punto di vista con cui ‘il sabato’ si vive, con cui alla Dottrina vi si approccia.
È necessario ribadire tale punto di partenza perché questo, pur basilare e strutturale, dato il caos dei tempi ultimi è stato spesso travisato.
Infatti, in primo luogo, c’è chi presume di poter percorrere un percorso ‘esoterico’ (in questo caso, con la tara di tutte le incomprensioni di cui questo termine è stato ingiustificatamente gravato) senza aderire anche agli aspetti formali e ‘visibili’ di una tradizione, ossia al ‘sabato’, si illude di essere ‘al di là delle forme’ e di poterne farne a meno: egli cerca di adattare la Tradizione alla propria vita e non a conformare, invece, la propria vita alla Tradizione. In secondo luogo, c’è chi invece si irrigidisce sugli aspetti formali ed esteriori della propria tradizione, ossia sul ‘sabato’, facendone uno strumento per autocompiacersi del proprio zelo e sentirsi migliore degli altri, schiacciandoli sotto il peso dei propri fardelli. Entrambi sono i casi di «guide cieche» (Mt 23,16), da cui il Cristo ci mette in guardia proprio perché ci chiudono in noi stessi, nelle fragilità e nelle fantasmagorie del nostro ego. Egli, infatti, da una parte ribadisce quanto sia fondamentale l’osservanza scrupolosa dei comandamenti (cfr., tra i tanti, Mc 10,19; Gv 14,21), ma, dall’altra, critica aspramente gli scribi e i farisei (Mt 23), i quali avevano ridotto la religione a mero legalismo, fondandola sul mero adempimento dei precetti (tanto da individuarne 613) e perdendone la sostanza più profonda: l’Amore, quell’Amore che è Dio stesso.
Questo è il senso della famosa e fondante pericope «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Mt 22,37-40), che è un reale trattato di metafisica. Questo è l’Amor vero, santo e romano, lo stesso di cui si sostanzia la vita militante: pura offerta di sé, sacrificio trasfigurante, reale testimonianza di una visione spirituale: «un’offerta perenne a te [Dio Padre] gradita», non il mero gesto esteriore di chi adempie al precetto timbrando il cartellino.
È l’Amor che santifica ‘il sabato’, proprio perché ‘il sabato’ è fatto per l’uomo, che è Spirito, anima e corpo, immagine di Dio (Gen 1,27), il senso della cui esistenza è unicamente quello di realizzarsi spiritualmente.
Proprio alla luce di una visione non-duale, ‘il sabato’ non solo è fatto per l’uomo, ma profondamente gli appartiene. I dogmi, i riti e la disciplina, insomma le forme, sono infatti connaturati alla natura dell’uomo a cui sono rivolti: egli vi ritrova equilibrio e coscienza se sa viverli con purezza e fiducia, soprattutto quando sembrano impegnativi e gravosi, dando prova di fedeltà all’Altissimo. 
I dogmi, i riti e la disciplina sono tali non perché obbligatorie, ma perché per noi, con tutti i nostri difetti, necessari!
‘Il sabato’ è necessario affinché noi, uomini decaduti, possiamo ristabilire una relazione, un collegamento, un’identità con Dio, che è la radice più vera e profonda del nostro essere, ivi sempre reale e sempre presente, ma da noi dimenticato. 
Ecco perché il sabato è per l’uomo!
Certo, tale consapevolezza richiede sicuramente costanza e impegno, ma soprattutto apertura: moltissime saranno le cadute, proprio per questo sono necessarie l’umiltà e la semplicità con cui la debolezza è forza se affidata all’Altissimo, divenendo chiave per aprire al cielo il proprio cuore. Ogni caduta è un’occasione per riscattarsi, rialzarsi e sempre più conoscere se stessi facendo i conti con le nostre virtù e con le nostre fragilità: per tornare ad essere uomini, per poter conoscere Dio.
Chiaramente, un tale discorso non può essere fatto da chi è ripiegato su se stesso, appagato dalla propria superbia e schiacciato dal senso di colpa: espressioni di un’eccessiva considerazione di sé che nasce da grandi fragilità: il senso di colpa – distinto dal sano e santo Timor Dei – non ha alcun valore positivo sul piano metafisico, anzi, è spesso fonte di chiusura e di incomprensione… per non parlare della superbia!
Insomma, il vivere una tradizione diviene spiritualità autentica solo se è fondato e illuminato dall’Amore e dal Sacrificio che nobilitano le nostre intenzioni; diversamente avremo solo sciupato la cosa più importante delle nostre vite per sentirci a posto con noi stessi.  

L’articolo Il sabato per l’uomo, non l’uomo per il sabato proviene da AZIONE TRADIZIONALE.

«Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!» (Mc 2,23-28).

Tale insegnamento è una vera e propria chiave per vivere la Tradizione, per percorrere seriamente e con equilibrio un percorso tradizionale, per vivere centrati nell’Altissimo: la radice più vera e profonda del nostro essere. Per comprendere la portata e l’efficacia di tale insegnamento anche e soprattutto in relazione al percorso militante, è necessario ripartire dal presupposto per cui, nell’ambito di una tradizione, l’approssimazione alla Dottrina conosce un punto di vista più ‘esteriore’, esclusivamente devozionale e duale, e uno più profondo e ‘interiore’, sempre più non-duale e volto alla conoscenza dei Princìpi metafisici. Chiaramente, non è possibile vivere profondamente la Dottrina, se preliminarmente non vi è un accostamento sempre più consapevole e partecipato a tutto ciò che di una tradizione possa sembrare più esteriore, alle sue forme: i dogmi, i riti e la disciplina fatta di precetti e comandamenti, ossia ciò che possiamo indicare come ‘il sabato’ (per essere coerenti con l’insegnamento su cui, con questo scritto, vogliamo meditare). D’altronde, ‘il sabato’ è proprio un’espressione dei Princìpi metafisici cuore e centro della Dottrina; ne deriva, dunque, che ‘il sabato’ non rappresenta un aspetto esteriore e superficiale di tale Dottrina (come taluni potrebbero pensare), ma più correttamente è esteriore o interiore, superficiale o profondo, il punto di vista con cui ‘il sabato’ si vive, con cui alla Dottrina vi si approccia.
È necessario ribadire tale punto di partenza perché questo, pur basilare e strutturale, dato il caos dei tempi ultimi è stato spesso travisato.
Infatti, in primo luogo, c’è chi presume di poter percorrere un percorso ‘esoterico’ (in questo caso, con la tara di tutte le incomprensioni di cui questo termine è stato ingiustificatamente gravato) senza aderire anche agli aspetti formali e ‘visibili’ di una tradizione, ossia al ‘sabato’, si illude di essere ‘al di là delle forme’ e di poterne farne a meno: egli cerca di adattare la Tradizione alla propria vita e non a conformare, invece, la propria vita alla Tradizione. In secondo luogo, c’è chi invece si irrigidisce sugli aspetti formali ed esteriori della propria tradizione, ossia sul ‘sabato’, facendone uno strumento per autocompiacersi del proprio zelo e sentirsi migliore degli altri, schiacciandoli sotto il peso dei propri fardelli. Entrambi sono i casi di «guide cieche» (Mt 23,16), da cui il Cristo ci mette in guardia proprio perché ci chiudono in noi stessi, nelle fragilità e nelle fantasmagorie del nostro ego. Egli, infatti, da una parte ribadisce quanto sia fondamentale l’osservanza scrupolosa dei comandamenti (cfr., tra i tanti, Mc 10,19; Gv 14,21), ma, dall’altra, critica aspramente gli scribi e i farisei (Mt 23), i quali avevano ridotto la religione a mero legalismo, fondandola sul mero adempimento dei precetti (tanto da individuarne 613) e perdendone la sostanza più profonda: l’Amore, quell’Amore che è Dio stesso.
Questo è il senso della famosa e fondante pericope «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Mt 22,37-40), che è un reale trattato di metafisica. Questo è l’Amor vero, santo e romano, lo stesso di cui si sostanzia la vita militante: pura offerta di sé, sacrificio trasfigurante, reale testimonianza di una visione spirituale: «un’offerta perenne a te [Dio Padre] gradita», non il mero gesto esteriore di chi adempie al precetto timbrando il cartellino.
È l’Amor che santifica ‘il sabato’, proprio perché ‘il sabato’ è fatto per l’uomo, che è Spirito, anima e corpo, immagine di Dio (Gen 1,27), il senso della cui esistenza è unicamente quello di realizzarsi spiritualmente.
Proprio alla luce di una visione non-duale, ‘il sabato’ non solo è fatto per l’uomo, ma profondamente gli appartiene. I dogmi, i riti e la disciplina, insomma le forme, sono infatti connaturati alla natura dell’uomo a cui sono rivolti: egli vi ritrova equilibrio e coscienza se sa viverli con purezza e fiducia, soprattutto quando sembrano impegnativi e gravosi, dando prova di fedeltà all’Altissimo. 
I dogmi, i riti e la disciplina sono tali non perché obbligatorie, ma perché per noi, con tutti i nostri difetti, necessari!
‘Il sabato’ è necessario affinché noi, uomini decaduti, possiamo ristabilire una relazione, un collegamento, un’identità con Dio, che è la radice più vera e profonda del nostro essere, ivi sempre reale e sempre presente, ma da noi dimenticato. 
Ecco perché il sabato è per l’uomo!
Certo, tale consapevolezza richiede sicuramente costanza e impegno, ma soprattutto apertura: moltissime saranno le cadute, proprio per questo sono necessarie l’umiltà e la semplicità con cui la debolezza è forza se affidata all’Altissimo, divenendo chiave per aprire al cielo il proprio cuore. Ogni caduta è un’occasione per riscattarsi, rialzarsi e sempre più conoscere se stessi facendo i conti con le nostre virtù e con le nostre fragilità: per tornare ad essere uomini, per poter conoscere Dio.
Chiaramente, un tale discorso non può essere fatto da chi è ripiegato su se stesso, appagato dalla propria superbia e schiacciato dal senso di colpa: espressioni di un’eccessiva considerazione di sé che nasce da grandi fragilità: il senso di colpa – distinto dal sano e santo Timor Dei – non ha alcun valore positivo sul piano metafisico, anzi, è spesso fonte di chiusura e di incomprensione… per non parlare della superbia!
Insomma, il vivere una tradizione diviene spiritualità autentica solo se è fondato e illuminato dall’Amore e dal Sacrificio che nobilitano le nostre intenzioni; diversamente avremo solo sciupato la cosa più importante delle nostre vite per sentirci a posto con noi stessi.  

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