Libreria Cinabro

Il sentiero della vita Nobile | Le virtù del pugilato

Uscito su Raido n. 30
Le origini del pugilato risalgono all’antica Grecia, dove era presente nell’addestramento dei soldati narrato nella mitologia e, dal VII sec a.C. per oltre un millennio, anche come disciplina olimpica.
A Roma era una disciplina sportiva con regole e tecniche precise. I pugilatori combattevano con i cosiddetti caesti, costituiti da corregge di bue intrecciate. I combattimenti, spesso mortali si svolgevano senza pause fino alla resa di uno dei due contendenti.
La cultura cristiana annovera tra i praticanti ed estimatori figure come San Paolo, San Bernardino da Siena e Sant’Ubaldo da Gubbio. Nel 1719 nasce a Londra la prima scuola moderna. Tuttavia, fino a fine ‘800 i combattimenti si svolgono a mani nude dentro un cerchio (ring), disegnato sull’erba o formato da spettatori che reggevano una corda.
La “nobile arte” è ed è stata spesso oggetto di critiche ed avversioni, perché vista come semplice fare a pugni, come sfogo naturale per i soggetti più aggressivi o come strumento di rivalsa per chi è disagiato, economicamente o moralmente nella propria vita.
Anche Julius Evola, nel suo “L’Arco e la Clava”, ne parla come del “più brutale degli sport” NOTA PG DA DOVE ESTRATTO.
Inoltre alcune vicende non proprio edificanti della vita privata di qualche pugile professionista, torbidi e loschi giri riguardanti scommesse, malavita e corruzione, hanno contribuito a screditarne l’immagine.
Lo stesso si può dire per alcune pellicole cinematografiche che, esaltando violenza e spettacolarità, non hanno colto la vera essenza di questo sport. La pratica della boxe forse non sarà in grado di realizzare quel livello di armonia tra spirito e corpo proprio delle arti marziali orientali ma, se praticata con il giusto spirito, può essere fonte di valide esperienze formative.
L’allenamento per un pugile è tutto.
La preparazione atletica è mirata allo sviluppo di potenza, forza, velocità, resistenza, coordinazione e scioltezza. Per questo è dura, bisogna essere tenaci, dediti al sacrificio e
sopportare la sofferenza. Un esercizio apparentemente banale come può essere la corda presenta non per pochi delle difficoltà iniziali, che si supereranno facilmente solo con un po’ di impegno e di pratica.
La tecnica pugilistica almeno inizialmente non è cosi immediata ed intuitiva, ma procedendo per gradi, con pazienza e perseveranza, correggendo i propri errori, si riuscirà a rendere i movimenti sciolti e veloci, il tutto in maniera naturale ed istintiva, riducendo al minimo la parte mentale.
Una combinazione di colpi portata correttamente ed in rapida successione è il risultato di mesi di lavoro con il maestro o da soli davanti lo specchio o il sacco.
Al momento di fare i guanti sul ring bisogna mettere veramente in pratica quello che abbiamo imparato di fronte ad un avversario.(1)
Capiremo quanto sia difficile fare le cose giuste al momento giusto, studiare l’avversario, non perdere la pazienza, dominare la paura, non eccedere nella foga cosi come non stare troppo sulla difensiva ed accettare il rischio, mantenere la lucidità mentale anche se attaccati dall’avversario o stremati dalla stanchezza che ci assale e trovare dentro di se la volontà per vincerla.
Quanto detto vale in misura maggiore nel momento del match.
Avere una vita sana è una buona abitudine valida sempre, ma prima dell’incontro è bene contenere ancor di più vizi e piaceri, soprattutto in campo alimentare.
Questo serve sia a raggiungere o mantenere il peso di categoria, sia per portare il nostro corpo al massimo della condizione e forma fisica possibile.
Soprattutto nelle prime esperienze entra in gioco il fattore pubblico e le reazioni che ci può causare, frenando o esaltando le nostre potenzialità secondo la personalità del carattere di ognuno.
Di fronte all’avversario è importante mantenere un atteggiamento distaccato non facendosi condizionare dall’apparenza.
Alcune sedute di guanti in palestra possono essere anche particolarmente dure, ma è durante il match che si da veramente tutto.
Nel momento in cui la stanchezza ci annebbia la mente, le braccia diventano pesanti, il respiro sempre più affannato, si tempra il carattere e la volontà, decisi a non mollar fino alla fine anche se quei pochi minuti ci potranno apparire lunghissimi.
Alla fine l’abbraccio tra i due pugili indica il rispetto ed il riconoscimento del valore dell’avversario.
La cattiveria agonistica non è mai rabbia, non si odia l’avversario nonostante si sia tentato per tutto l’incontro di fargli male.
Il verdetto premia il vincitore ma non squalifica lo sconfitto che si è battuto con onore. La misura del valore di una vittoria d’altronde dipende dal valore dell’avversario battuto.
Per quest’ultimo l’esperienza non è comunque negativa poiché gli servirà da lezione e sarà stimolo per un pronto riscatto.
Insegnare il pugilato significa tramandare un modo antico di combattere con tutto il complesso di regole e valori ad esso connessi.
Significa mettere a disposizione di altri metodo, tecniche e piccoli segreti un tempo imparati e perfezionati con l’esperienza, cercando di far emergere e valorizzare le potenzialità e le qualità di chi abbiamo di fronte, è un donarsi e ricevere in un gioco dove la crescita avviene per entrambi perché nel pugilato si potrebbe imparare qualcosa di nuovo ogni giorno, indipendentemente dall’età o dall’esperienza.
La crescita comunque non è intesa solo in senso puramente tecnico-sportivo, infatti il rapporto allievo-insegnante è soprattutto umano.
Molti maestri considerano i propri ragazzi come figli e sta loro vicino nelle lotte contro se stessi prima ancora che con gli avversari.
Ma se tutto questo non viene portato avanti nel giusto modo, se si rincorre il risultato sportivo esclusivamente per gratificare ed accrescere il proprio ego, se solo per il semplice fatto di sapere all’occorrenza “muovere bene le mani” (il che poi, è tutto da vedere e comunque sempre relativo), assumiamo un atteggiamento di arroganza e superbia nei confronti degli altri, allora è meglio lascia perdere altrimenti quello che faremo risulterà non solo vano ma addirittura dannoso.(2)
Sarebbe a questo punto scontato vedere il pugilato come metafora della vita, soprattutto per coloro i quali, mettendosi continuamente alla prova hanno intrapreso la via guerriera di rinnovamento interiore.
(1) Nelle palestre vige la regola non scritta secondo la quale sul ring chi è più esperto non si approfitta mai di chi è principiante.
(2) E’ però importante distinguere questa spavalderia dalla sicurezza interiore che invece è utile e positiva7

L’articolo Il sentiero della vita Nobile | Le virtù del pugilato proviene da AZIONE TRADIZIONALE.

Uscito su Raido n. 30
Le origini del pugilato risalgono all’antica Grecia, dove era presente nell’addestramento dei soldati narrato nella mitologia e, dal VII sec a.C. per oltre un millennio, anche come disciplina olimpica.
A Roma era una disciplina sportiva con regole e tecniche precise. I pugilatori combattevano con i cosiddetti caesti, costituiti da corregge di bue intrecciate. I combattimenti, spesso mortali si svolgevano senza pause fino alla resa di uno dei due contendenti.
La cultura cristiana annovera tra i praticanti ed estimatori figure come San Paolo, San Bernardino da Siena e Sant’Ubaldo da Gubbio. Nel 1719 nasce a Londra la prima scuola moderna. Tuttavia, fino a fine ‘800 i combattimenti si svolgono a mani nude dentro un cerchio (ring), disegnato sull’erba o formato da spettatori che reggevano una corda.
La “nobile arte” è ed è stata spesso oggetto di critiche ed avversioni, perché vista come semplice fare a pugni, come sfogo naturale per i soggetti più aggressivi o come strumento di rivalsa per chi è disagiato, economicamente o moralmente nella propria vita.
Anche Julius Evola, nel suo “L’Arco e la Clava”, ne parla come del “più brutale degli sport” NOTA PG DA DOVE ESTRATTO.
Inoltre alcune vicende non proprio edificanti della vita privata di qualche pugile professionista, torbidi e loschi giri riguardanti scommesse, malavita e corruzione, hanno contribuito a screditarne l’immagine.
Lo stesso si può dire per alcune pellicole cinematografiche che, esaltando violenza e spettacolarità, non hanno colto la vera essenza di questo sport. La pratica della boxe forse non sarà in grado di realizzare quel livello di armonia tra spirito e corpo proprio delle arti marziali orientali ma, se praticata con il giusto spirito, può essere fonte di valide esperienze formative.
L’allenamento per un pugile è tutto.
La preparazione atletica è mirata allo sviluppo di potenza, forza, velocità, resistenza, coordinazione e scioltezza. Per questo è dura, bisogna essere tenaci, dediti al sacrificio e
sopportare la sofferenza. Un esercizio apparentemente banale come può essere la corda presenta non per pochi delle difficoltà iniziali, che si supereranno facilmente solo con un po’ di impegno e di pratica.
La tecnica pugilistica almeno inizialmente non è cosi immediata ed intuitiva, ma procedendo per gradi, con pazienza e perseveranza, correggendo i propri errori, si riuscirà a rendere i movimenti sciolti e veloci, il tutto in maniera naturale ed istintiva, riducendo al minimo la parte mentale.
Una combinazione di colpi portata correttamente ed in rapida successione è il risultato di mesi di lavoro con il maestro o da soli davanti lo specchio o il sacco.
Al momento di fare i guanti sul ring bisogna mettere veramente in pratica quello che abbiamo imparato di fronte ad un avversario.(1)
Capiremo quanto sia difficile fare le cose giuste al momento giusto, studiare l’avversario, non perdere la pazienza, dominare la paura, non eccedere nella foga cosi come non stare troppo sulla difensiva ed accettare il rischio, mantenere la lucidità mentale anche se attaccati dall’avversario o stremati dalla stanchezza che ci assale e trovare dentro di se la volontà per vincerla.
Quanto detto vale in misura maggiore nel momento del match.
Avere una vita sana è una buona abitudine valida sempre, ma prima dell’incontro è bene contenere ancor di più vizi e piaceri, soprattutto in campo alimentare.
Questo serve sia a raggiungere o mantenere il peso di categoria, sia per portare il nostro corpo al massimo della condizione e forma fisica possibile.
Soprattutto nelle prime esperienze entra in gioco il fattore pubblico e le reazioni che ci può causare, frenando o esaltando le nostre potenzialità secondo la personalità del carattere di ognuno.
Di fronte all’avversario è importante mantenere un atteggiamento distaccato non facendosi condizionare dall’apparenza.
Alcune sedute di guanti in palestra possono essere anche particolarmente dure, ma è durante il match che si da veramente tutto.
Nel momento in cui la stanchezza ci annebbia la mente, le braccia diventano pesanti, il respiro sempre più affannato, si tempra il carattere e la volontà, decisi a non mollar fino alla fine anche se quei pochi minuti ci potranno apparire lunghissimi.
Alla fine l’abbraccio tra i due pugili indica il rispetto ed il riconoscimento del valore dell’avversario.
La cattiveria agonistica non è mai rabbia, non si odia l’avversario nonostante si sia tentato per tutto l’incontro di fargli male.
Il verdetto premia il vincitore ma non squalifica lo sconfitto che si è battuto con onore. La misura del valore di una vittoria d’altronde dipende dal valore dell’avversario battuto.
Per quest’ultimo l’esperienza non è comunque negativa poiché gli servirà da lezione e sarà stimolo per un pronto riscatto.
Insegnare il pugilato significa tramandare un modo antico di combattere con tutto il complesso di regole e valori ad esso connessi.
Significa mettere a disposizione di altri metodo, tecniche e piccoli segreti un tempo imparati e perfezionati con l’esperienza, cercando di far emergere e valorizzare le potenzialità e le qualità di chi abbiamo di fronte, è un donarsi e ricevere in un gioco dove la crescita avviene per entrambi perché nel pugilato si potrebbe imparare qualcosa di nuovo ogni giorno, indipendentemente dall’età o dall’esperienza.
La crescita comunque non è intesa solo in senso puramente tecnico-sportivo, infatti il rapporto allievo-insegnante è soprattutto umano.
Molti maestri considerano i propri ragazzi come figli e sta loro vicino nelle lotte contro se stessi prima ancora che con gli avversari.
Ma se tutto questo non viene portato avanti nel giusto modo, se si rincorre il risultato sportivo esclusivamente per gratificare ed accrescere il proprio ego, se solo per il semplice fatto di sapere all’occorrenza “muovere bene le mani” (il che poi, è tutto da vedere e comunque sempre relativo), assumiamo un atteggiamento di arroganza e superbia nei confronti degli altri, allora è meglio lascia perdere altrimenti quello che faremo risulterà non solo vano ma addirittura dannoso.(2)
Sarebbe a questo punto scontato vedere il pugilato come metafora della vita, soprattutto per coloro i quali, mettendosi continuamente alla prova hanno intrapreso la via guerriera di rinnovamento interiore.
(1) Nelle palestre vige la regola non scritta secondo la quale sul ring chi è più esperto non si approfitta mai di chi è principiante.
(2) E’ però importante distinguere questa spavalderia dalla sicurezza interiore che invece è utile e positiva7

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