Libreria Cinabro

Il sentiero della vita Nobile | Osservare l’albero

L’UOMO E’ COME UN ALBERO.

Brevi riflessioni in una mattina piena di sole

Uscito su Heliodromos rivista

Tra le tante tipicità dell’epoca moderna, i cui labili e relativi punti di riferimento non conferiscono nessuna certezza e stabilità, vi è l’abitudine di denunciare situazioni che sono oggettivamente dannose per l’uomo, ma nello stesso tempo garantire l’esistenza delle cause che le hanno generate. Mentre ci insegnano come la salute sia un diritto fondamentale, oppure come e quanto la natura vada tutelata, allo stesso tempo assistiamo a tutti i tipi di inquinamento alimentare ed ambientale, distruttivi di qualsiasi tipo di vita, umana, animale e vegetale.
In riferimento al rapporto con la natura, perché è da questo che vorremmo partire con la nostra riflessione, ci accorgiamo come per l’uomo tradizionale la natura è sempre stata qualcosa di veramente vissuto e conosciuto, e pertanto autenticamente rispettato, mentre per l’uomo moderno e “civilizzato” la natura è principalmente il frutto di un pensiero e di una elaborazione.
Perché ci stupiamo se i nostri figli, ovvero i bambini dell’ultima generazione, spesso non sanno cosa sia una gallina, un coniglio o un cavallo, identificando questi ultimi con i simpatici personaggi dei cartoni animati? Se mia nipote a sei anni pensava che tutti gli asini fossero come Ciuchino, simpatico e mattacchione amico di Shrek ed un giorno alla vista dal vivo di un asino è scappata dallo spavento, di cosa mi debbo meravigliare? D’altronde, per l’uomo moderno non potrebbe essere altrimenti, rispondo, visto che la sua vita oltre a consumarsi in innaturali contesti metropolitani urbanizzati, è animata da una filosofia le cui radici rimandano al “penso dunque sono” di cartesiana memoria, colonna portante del temp(i)o modernista, che ha reso il pensiero il principio creatore dell’esistente.
La ragione, nonostante i suoi inevitabili labirinti senza via d’uscita, è divenuta l’unico strumento conoscitivo (e quindi solo il razionale è divenuto conoscibile), eliminando qualsiasi possibilità intuitiva e superrazionale che nella Tradizione ha sempre rappresentato la vera chiave per scoprire e comprendere la realtà come simbolo. Per l’uomo della Tradizione, la natura è sempre stata qualcosa di fortemente vissuto, un grande corpo, animato e sacro, un simbolo che, in quanto tale, è l’espressione visibile di una realtà invisibile. In virtù di questo, il rapporto uomo/natura era vivificato da una concezione qualitativa del tempo oltre che dal principio dell’analogia tra macro e microcosmo.
Affermare che il tempo fosse dotato di qualità, significava riconoscere nello svolgimento degli eventi momenti più propizi per un’azione piuttosto che per un’altra, ma non solo in riferimento alle attività legate alla terra, e quindi al “lavoro”, ma anche per lo svolgimento di determinate ritualità, attinenti ad un piano spirituale.
Vi è un tempo per la semina ed uno per il raccolto, uno per le attività verso l’esterno (quando la natura si risveglia, primavera ed estate), ed uno più intimo e concentrato per lo svolgimento del lavoro interiore, rivolto verso se stessi (l’autunno e l’inverno), con i momenti fatidici dei solstizi e degli equinozi a rappresentare i pilastri dell’anno. Osservando la natura, quindi, gli uomini tradizionali sapevano cogliere i segni dell’universo ed in virtù della legge dell’analogia impostavano la vita secondo determinati ritmi, allineando il proprio microcosmo al macrocosmo.
****
Volendo muoverci lungo il solco tradizionale, seguendo l’impostazione poc’anzi accennata, proveremo a condividere alcune riflessioni generate, lo dobbiamo ammettere, da quella che è stata una lettura estiva della “Cittadella” di Antoine de Saint-Exupery.
Ce ne siamo andati in campagna ed abbiamo deciso di osservare un albero, seduti per terra in una splendida giornata di sole. In sintonia con l’ambiente circostante, sereni nell’animo, il più possibile purificati dalle contaminazioni cittadine, con un respiro regolare e mai affannato, ci siamo concentrati dinnanzi ad una bellissima pianta di quercia, giovane ma sufficientemente maestosa da richiedere un approccio, non reverenziale come nel caso degli anziani, ma rispettoso…. ed anche prudente, di chi si avvicina dinnanzi ad una storia in punta di piedi, per imparare. Dopo un po’ abbiamo cominciato a meditare.
L’albero è figlio di un seme…. il più delle volte spontaneo, che nella terra si genera.
Nell’opera di semina è insito un significato tradizionale, che non deve essere confuso con quello di un’azione vincolata ai frutti (anche perché il coltivatore compie il gesto senza comunque sapere se andrà a buon fine), ma con quello di lavorare affinché possa sorgere una nuova vita. “Preparare l’avvenire non significa altro che dare fondamento al presente”, è scritto da Saint-Exupery.
Il seme trascorre lunghi mesi bui e freddi nell’oscuro ventre della terra e nel momento in cui sembra essere morto, eccolo trasformarsi, germogliare e dare la luce, al primo sole, alla nuova vita. E’ come il lavoro dell’uomo che decide di conoscere e riscoprire se stesso, silenzioso, fuori dai clamori della ribalta, interno ed intimo, che deve essere condotto affinché possa germogliare quell’uomo nuovo la cui vita sia ispirata dalla giustizia e la verità.
L’albero per crescere deve mettere radici…. quelle radici che debbono conferire stabilità e forza nel suo percorso di crescita, lungo il quale incontrerà tempeste di vento, pioggia, neve che lo metteranno a dura prova.
Per procedere lungo il cammino di conoscenza e riscoperta di se stessi, difficile e pieno di insidie, si deve riscoprire e rafforzare la propria identità, ovvero l’appartenenza ad una visione del mondo, ad una comunità, mediante lo studio della dottrina e l’impegno concreto, militante, fatto di azioni e non di semplici parole. Attraverso il connubio di teoria e azione, possono essere messe le radici in grado di sostenere le prove della vita.
L’albero, spesso, cresce in spazi che sono limitati dalle rocce o da ostacoli di altra natura…. l’albero cresce all’interno di uno spazio che la natura gli ha conferito.
In quest’ottica, non si deve pensare alla limitazione naturale come ad una forma di impedimento, menomazione, o comunque di assenza di libertà, ma invece come alla capacità di crescere e svilupparsi, in maniera costante e disciplinata, secondo una regola non arbitraria, ma connessa a quella che è la propria strada, la propria natura che va scoperta, rispettata e rafforzata.“L’urna è necessaria affinché il profumo non si disperda”, scrive Saint-Exupery.
Penso allo svadharma e alla necessità di divenire ciò che siamo, penso allo scrittore francese che osserva “il cedro che si forma intorno al suo seme e trova nei limiti la sua pienezza”. Ma non mi fermo qui, e penso alla cittadella che va costruita nel proprio cuore, la quale ha dei limiti rappresentati dalle mura fortificate. Dice Saint-Exupery: “Perché mi è sembrato che l’uomo fosse simile alla cittadella. Egli abbatte le mura per assicurarsi la libertà, ma non è più che una fortezza demolita e aperta alle stelle. Allora comincia l’angoscia che deriva dal non essere. Occorre che l’uomo faccia dell’odore del tralcio che brucia e della pecora che deve tosare la propria verità. La verità si scava come un pozzo. Lo sguardo, quando si smarrisce, perde la visione di Dio. Quel saggio che si è tutto raccolto e non conosce altro che il peso della lana, su Dio ne sa più della sposa adultera attratta dalle promesse della notte. Cittadella io ti costruirò nel cuore dell’uomo”.
L’albero per crescere, più che dell’acqua, ha bisogno del sole e della luce…. fonti indispensabili anche quando sembrano non esserci.
Il giovane albero prodiga tutti i suoi sforzi per trovare la luce, nonostante per la sua giovane età sia problematico all’interno di una foresta, tra alberi già grandi e maturi. Ripenso a Saint-Exupery per il quale “ci sono uomini che rinunciano ad ascoltare la voce di Dio che è necessità, ricerca e sete indicibile. Non cercano il sole come lo cercano gli alberi nel folto della foresta; essi non lo trovano mai come una provvista abbondante perché l’ombra degli altri alberi soffoca ogni albero, ma lo inseguono nella loro ascesa, modellati come colonne superbe e liscie, sbucate dal suolo e divenute potenza inseguendo la loro divinità.
Dio non si può raggiungere ma è posto come fine e l’uomo si edifica nello spazio come un albero”. Per chi vuole avanzare lungo il percorso di conoscenza, è necessaria forza, volontà e coraggio per trovare la luce, un impegno nella cerca anche quando le difficoltà della vita sembrano prevalere.
La luce del sole va scoperta nel proprio cuore attraverso il sacrificio e non mollando mai o senza spaventarsi laddove la fitta foresta sembra non far intravedere alcun spiraglio. Con tutte le nostre forze, si deve lottare per fuggire l’oscurità dell’ignoranza e riscoprire la luminosità della verità.
L’albero cresce e matura…. arriva il momento dei frutti.
I frutti, per l’albero non hanno alcun interesse, ovvero sono donati al mondo senza che sia previsto qualcosa in cambio, nessuna controparte. “Io ti chiedo di vivere non di quello che ricevi ma di quello che dai, poiché solo questo ti accresce.” Ed ancora, sempre Saint-Exupery ricorda: “tu devi formare il tuo frutto. (…) Ma che cos’è un frutto per te? Il tuo frutto ha valore soltanto se non può esserti restituito”.
La crescita di un uomo in cerca di se stesso ed il suo avanzamento lungo il cammino, dipende molto dalla sua capacità di donarsi con abnegazione. Non si migliora se non si dona, ed il dono va inteso a 360 gradi, non solamente nei confronti della propria comunità, dei confratelli, o di coloro che sono legati da un comune destino, ma anche nei confronti del mondo, perché dobbiamo saper investire l’ambiente circostante di questo spirito positivo e costruttivo.
Uomo “è colui che ha in sé qualcosa che lo trascende”, e il trascendere è il saper lanciare il cuore oltre l’ostacolo senza aver cura dei propri egoistici interessi. E se il dono per definizione è sempre disinteressato altrimenti sarebbe un contratto, la Tradizione insegna che solo colui che sa donarsi è felice. Infatti, il non essere “interessati” vuol dire distaccarsi dalle cose, avere la capacità di essere leggeri e non appesantiti dai vincoli materiali della vita, non confondere l’amore in senso tradizionale (amo perché è giusto che lo faccia), con il possesso, l’amore moderno e sentimentale (amo quello cosa o quella persona perché è mia).
Quest’ultimo, è schiavitù perché il possesso genera vincolo, laccio, catena, legame nei confronti delle cose. Come l’albero produce frutti mai per se stesso, in un’opera che possiamo definire figlia dell’amore, così noi dobbiamo imparare che solo il donarsi con amore, ovvero agendo in maniera disinteressata, ci rende veramente liberi e in grado di proseguire lungo il cammino di conoscenza e riscoperta di noi stessi. “Il fervore degli alberi va nei frutti che non gli danno nulla in cambio”. Una volta che l’albero ha dato i suoi frutti eccolo divenire maturo, una volta che l’uomo impara ad agire con abnegazione comincia a scoprire la verità del sé di contro alla menzogna dell’io. E’ come se il cedro, che si è nutrito “del fango del terreno”, è ora capace di trasformarlo “in un folto fogliame che si nutre invece di sole. Il cedro è la perfezione del fango. E’ fango divenuto virtù”.
Ma arriva il momento in cui l’albero muore, spogliato e senza foglie, leggero come mai è stato…. sarà concime per il terreno, rivitalizzando la terra circostante, o sarà tagliato trasformandosi in legna buona per accendere il fuoco?
Per l’uomo la morte è la tappa cruciale. Infatti, la vita non è altro che una preparazione alla morte, a quel passaggio fatidico di stato che tutti noi intraprenderemo. Come l’albero arriva a quel momento privo di tutto, così l’uomo che ha vissuto degnamente, divenendo maturo, è ora nudo dinnanzi alla morte, il più possibile liberato dai pesi, dai legami che ha saputo sciogliere e semplificare nel corso della sua vita. Alla morte si deve arrivare leggeri e con meno vincoli possibili. Ed ancora, se torneremo alla terra, potremo essere l’ulteriore pietra per continuare ad edificare la cittadella, mentre se ci trasformeremo nel vento come la legna che arde, potremo essere fonte di luce e calore. Ma in entrambi i casi, lo potremo essere solo se in vita avremo operato secondo amore, verità, giustizia e rettitudine.
****
Si è fatto tardi, il sole sta calando e il cielo si colora dell’arancione che precede il crepuscolo. E’ ora di andare, un ultimo sguardo ed un ringraziamento a chi ha voluto oggi la mia presenza rendendomi, forse, più consapevole di prima. L’uomo si deve edificare come un albero, ripeto mentre riprendo il mio cammino.

L’articolo Il sentiero della vita Nobile | Osservare l’albero proviene da AZIONE TRADIZIONALE.

L’UOMO E’ COME UN ALBERO.

Brevi riflessioni in una mattina piena di sole

Uscito su Heliodromos rivista

Tra le tante tipicità dell’epoca moderna, i cui labili e relativi punti di riferimento non conferiscono nessuna certezza e stabilità, vi è l’abitudine di denunciare situazioni che sono oggettivamente dannose per l’uomo, ma nello stesso tempo garantire l’esistenza delle cause che le hanno generate. Mentre ci insegnano come la salute sia un diritto fondamentale, oppure come e quanto la natura vada tutelata, allo stesso tempo assistiamo a tutti i tipi di inquinamento alimentare ed ambientale, distruttivi di qualsiasi tipo di vita, umana, animale e vegetale.
In riferimento al rapporto con la natura, perché è da questo che vorremmo partire con la nostra riflessione, ci accorgiamo come per l’uomo tradizionale la natura è sempre stata qualcosa di veramente vissuto e conosciuto, e pertanto autenticamente rispettato, mentre per l’uomo moderno e “civilizzato” la natura è principalmente il frutto di un pensiero e di una elaborazione.
Perché ci stupiamo se i nostri figli, ovvero i bambini dell’ultima generazione, spesso non sanno cosa sia una gallina, un coniglio o un cavallo, identificando questi ultimi con i simpatici personaggi dei cartoni animati? Se mia nipote a sei anni pensava che tutti gli asini fossero come Ciuchino, simpatico e mattacchione amico di Shrek ed un giorno alla vista dal vivo di un asino è scappata dallo spavento, di cosa mi debbo meravigliare? D’altronde, per l’uomo moderno non potrebbe essere altrimenti, rispondo, visto che la sua vita oltre a consumarsi in innaturali contesti metropolitani urbanizzati, è animata da una filosofia le cui radici rimandano al “penso dunque sono” di cartesiana memoria, colonna portante del temp(i)o modernista, che ha reso il pensiero il principio creatore dell’esistente.
La ragione, nonostante i suoi inevitabili labirinti senza via d’uscita, è divenuta l’unico strumento conoscitivo (e quindi solo il razionale è divenuto conoscibile), eliminando qualsiasi possibilità intuitiva e superrazionale che nella Tradizione ha sempre rappresentato la vera chiave per scoprire e comprendere la realtà come simbolo. Per l’uomo della Tradizione, la natura è sempre stata qualcosa di fortemente vissuto, un grande corpo, animato e sacro, un simbolo che, in quanto tale, è l’espressione visibile di una realtà invisibile. In virtù di questo, il rapporto uomo/natura era vivificato da una concezione qualitativa del tempo oltre che dal principio dell’analogia tra macro e microcosmo.
Affermare che il tempo fosse dotato di qualità, significava riconoscere nello svolgimento degli eventi momenti più propizi per un’azione piuttosto che per un’altra, ma non solo in riferimento alle attività legate alla terra, e quindi al “lavoro”, ma anche per lo svolgimento di determinate ritualità, attinenti ad un piano spirituale.
Vi è un tempo per la semina ed uno per il raccolto, uno per le attività verso l’esterno (quando la natura si risveglia, primavera ed estate), ed uno più intimo e concentrato per lo svolgimento del lavoro interiore, rivolto verso se stessi (l’autunno e l’inverno), con i momenti fatidici dei solstizi e degli equinozi a rappresentare i pilastri dell’anno. Osservando la natura, quindi, gli uomini tradizionali sapevano cogliere i segni dell’universo ed in virtù della legge dell’analogia impostavano la vita secondo determinati ritmi, allineando il proprio microcosmo al macrocosmo.
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Volendo muoverci lungo il solco tradizionale, seguendo l’impostazione poc’anzi accennata, proveremo a condividere alcune riflessioni generate, lo dobbiamo ammettere, da quella che è stata una lettura estiva della “Cittadella” di Antoine de Saint-Exupery.
Ce ne siamo andati in campagna ed abbiamo deciso di osservare un albero, seduti per terra in una splendida giornata di sole. In sintonia con l’ambiente circostante, sereni nell’animo, il più possibile purificati dalle contaminazioni cittadine, con un respiro regolare e mai affannato, ci siamo concentrati dinnanzi ad una bellissima pianta di quercia, giovane ma sufficientemente maestosa da richiedere un approccio, non reverenziale come nel caso degli anziani, ma rispettoso…. ed anche prudente, di chi si avvicina dinnanzi ad una storia in punta di piedi, per imparare. Dopo un po’ abbiamo cominciato a meditare.
L’albero è figlio di un seme…. il più delle volte spontaneo, che nella terra si genera.
Nell’opera di semina è insito un significato tradizionale, che non deve essere confuso con quello di un’azione vincolata ai frutti (anche perché il coltivatore compie il gesto senza comunque sapere se andrà a buon fine), ma con quello di lavorare affinché possa sorgere una nuova vita. “Preparare l’avvenire non significa altro che dare fondamento al presente”, è scritto da Saint-Exupery.
Il seme trascorre lunghi mesi bui e freddi nell’oscuro ventre della terra e nel momento in cui sembra essere morto, eccolo trasformarsi, germogliare e dare la luce, al primo sole, alla nuova vita. E’ come il lavoro dell’uomo che decide di conoscere e riscoprire se stesso, silenzioso, fuori dai clamori della ribalta, interno ed intimo, che deve essere condotto affinché possa germogliare quell’uomo nuovo la cui vita sia ispirata dalla giustizia e la verità.
L’albero per crescere deve mettere radici…. quelle radici che debbono conferire stabilità e forza nel suo percorso di crescita, lungo il quale incontrerà tempeste di vento, pioggia, neve che lo metteranno a dura prova.
Per procedere lungo il cammino di conoscenza e riscoperta di se stessi, difficile e pieno di insidie, si deve riscoprire e rafforzare la propria identità, ovvero l’appartenenza ad una visione del mondo, ad una comunità, mediante lo studio della dottrina e l’impegno concreto, militante, fatto di azioni e non di semplici parole. Attraverso il connubio di teoria e azione, possono essere messe le radici in grado di sostenere le prove della vita.
L’albero, spesso, cresce in spazi che sono limitati dalle rocce o da ostacoli di altra natura…. l’albero cresce all’interno di uno spazio che la natura gli ha conferito.
In quest’ottica, non si deve pensare alla limitazione naturale come ad una forma di impedimento, menomazione, o comunque di assenza di libertà, ma invece come alla capacità di crescere e svilupparsi, in maniera costante e disciplinata, secondo una regola non arbitraria, ma connessa a quella che è la propria strada, la propria natura che va scoperta, rispettata e rafforzata.“L’urna è necessaria affinché il profumo non si disperda”, scrive Saint-Exupery.
Penso allo svadharma e alla necessità di divenire ciò che siamo, penso allo scrittore francese che osserva “il cedro che si forma intorno al suo seme e trova nei limiti la sua pienezza”. Ma non mi fermo qui, e penso alla cittadella che va costruita nel proprio cuore, la quale ha dei limiti rappresentati dalle mura fortificate. Dice Saint-Exupery: “Perché mi è sembrato che l’uomo fosse simile alla cittadella. Egli abbatte le mura per assicurarsi la libertà, ma non è più che una fortezza demolita e aperta alle stelle. Allora comincia l’angoscia che deriva dal non essere. Occorre che l’uomo faccia dell’odore del tralcio che brucia e della pecora che deve tosare la propria verità. La verità si scava come un pozzo. Lo sguardo, quando si smarrisce, perde la visione di Dio. Quel saggio che si è tutto raccolto e non conosce altro che il peso della lana, su Dio ne sa più della sposa adultera attratta dalle promesse della notte. Cittadella io ti costruirò nel cuore dell’uomo”.
L’albero per crescere, più che dell’acqua, ha bisogno del sole e della luce…. fonti indispensabili anche quando sembrano non esserci.
Il giovane albero prodiga tutti i suoi sforzi per trovare la luce, nonostante per la sua giovane età sia problematico all’interno di una foresta, tra alberi già grandi e maturi. Ripenso a Saint-Exupery per il quale “ci sono uomini che rinunciano ad ascoltare la voce di Dio che è necessità, ricerca e sete indicibile. Non cercano il sole come lo cercano gli alberi nel folto della foresta; essi non lo trovano mai come una provvista abbondante perché l’ombra degli altri alberi soffoca ogni albero, ma lo inseguono nella loro ascesa, modellati come colonne superbe e liscie, sbucate dal suolo e divenute potenza inseguendo la loro divinità.
Dio non si può raggiungere ma è posto come fine e l’uomo si edifica nello spazio come un albero”. Per chi vuole avanzare lungo il percorso di conoscenza, è necessaria forza, volontà e coraggio per trovare la luce, un impegno nella cerca anche quando le difficoltà della vita sembrano prevalere.
La luce del sole va scoperta nel proprio cuore attraverso il sacrificio e non mollando mai o senza spaventarsi laddove la fitta foresta sembra non far intravedere alcun spiraglio. Con tutte le nostre forze, si deve lottare per fuggire l’oscurità dell’ignoranza e riscoprire la luminosità della verità.
L’albero cresce e matura…. arriva il momento dei frutti.
I frutti, per l’albero non hanno alcun interesse, ovvero sono donati al mondo senza che sia previsto qualcosa in cambio, nessuna controparte. “Io ti chiedo di vivere non di quello che ricevi ma di quello che dai, poiché solo questo ti accresce.” Ed ancora, sempre Saint-Exupery ricorda: “tu devi formare il tuo frutto. (…) Ma che cos’è un frutto per te? Il tuo frutto ha valore soltanto se non può esserti restituito”.
La crescita di un uomo in cerca di se stesso ed il suo avanzamento lungo il cammino, dipende molto dalla sua capacità di donarsi con abnegazione. Non si migliora se non si dona, ed il dono va inteso a 360 gradi, non solamente nei confronti della propria comunità, dei confratelli, o di coloro che sono legati da un comune destino, ma anche nei confronti del mondo, perché dobbiamo saper investire l’ambiente circostante di questo spirito positivo e costruttivo.
Uomo “è colui che ha in sé qualcosa che lo trascende”, e il trascendere è il saper lanciare il cuore oltre l’ostacolo senza aver cura dei propri egoistici interessi. E se il dono per definizione è sempre disinteressato altrimenti sarebbe un contratto, la Tradizione insegna che solo colui che sa donarsi è felice. Infatti, il non essere “interessati” vuol dire distaccarsi dalle cose, avere la capacità di essere leggeri e non appesantiti dai vincoli materiali della vita, non confondere l’amore in senso tradizionale (amo perché è giusto che lo faccia), con il possesso, l’amore moderno e sentimentale (amo quello cosa o quella persona perché è mia).
Quest’ultimo, è schiavitù perché il possesso genera vincolo, laccio, catena, legame nei confronti delle cose. Come l’albero produce frutti mai per se stesso, in un’opera che possiamo definire figlia dell’amore, così noi dobbiamo imparare che solo il donarsi con amore, ovvero agendo in maniera disinteressata, ci rende veramente liberi e in grado di proseguire lungo il cammino di conoscenza e riscoperta di noi stessi. “Il fervore degli alberi va nei frutti che non gli danno nulla in cambio”. Una volta che l’albero ha dato i suoi frutti eccolo divenire maturo, una volta che l’uomo impara ad agire con abnegazione comincia a scoprire la verità del sé di contro alla menzogna dell’io. E’ come se il cedro, che si è nutrito “del fango del terreno”, è ora capace di trasformarlo “in un folto fogliame che si nutre invece di sole. Il cedro è la perfezione del fango. E’ fango divenuto virtù”.
Ma arriva il momento in cui l’albero muore, spogliato e senza foglie, leggero come mai è stato…. sarà concime per il terreno, rivitalizzando la terra circostante, o sarà tagliato trasformandosi in legna buona per accendere il fuoco?
Per l’uomo la morte è la tappa cruciale. Infatti, la vita non è altro che una preparazione alla morte, a quel passaggio fatidico di stato che tutti noi intraprenderemo. Come l’albero arriva a quel momento privo di tutto, così l’uomo che ha vissuto degnamente, divenendo maturo, è ora nudo dinnanzi alla morte, il più possibile liberato dai pesi, dai legami che ha saputo sciogliere e semplificare nel corso della sua vita. Alla morte si deve arrivare leggeri e con meno vincoli possibili. Ed ancora, se torneremo alla terra, potremo essere l’ulteriore pietra per continuare ad edificare la cittadella, mentre se ci trasformeremo nel vento come la legna che arde, potremo essere fonte di luce e calore. Ma in entrambi i casi, lo potremo essere solo se in vita avremo operato secondo amore, verità, giustizia e rettitudine.
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Si è fatto tardi, il sole sta calando e il cielo si colora dell’arancione che precede il crepuscolo. E’ ora di andare, un ultimo sguardo ed un ringraziamento a chi ha voluto oggi la mia presenza rendendomi, forse, più consapevole di prima. L’uomo si deve edificare come un albero, ripeto mentre riprendo il mio cammino.

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