Libreria Cinabro

LA MICCIA | Trasformare il lamento in lotta

(www.lamiccia.com)

È troppo comodo piangersi addosso, incolpare il governo, lo Stato, i giovani, i politici, il sistema e l’Italia della crisi che ci attanaglia. Tutti diranno, specialmente gli incantatori di serpenti che vanno a fare tribuna elettorale in TV, che questo nostro pensiero è giusto. Quante volte abbiamo già sentito frasi del tipo: “basta criticare, bisogna agire” anche se non è quello che poi vediamo fare? Questo dato di fatto ci dà la dimensione del problema, tutti capiscono che la bocca del leone è pericolosa ma nessuno cambia strada per non finirci dentro.
Proprio come la recente angoscia degli esercenti Pescaresi (parliamo di loro ma potremmo nominare qualsiasi altra categoria) che hanno ricevuto bollette raddoppiate nonostante i loro consumi siano pari o minori a quelli dello scorso anno, lamentando di non riuscire più a mantenere le loro attività. Due sono le constatazioni che ci sentiamo in dovere di fare davanti una notizia di questo genere, la prima è ovviamente in favore della verità scomoda, la seconda anche!
Se i costi aumentano in modo pauroso, i soldi non ci sono e la fame inizia a farsi sentire, perchè i gestori dei locali (che notoriamente conoscono centinaia di persone e col loro lavoro partecipano alla vasta rete economica della nazione) non scendono in piazza, muovono i prefetti, bloccano con una protesta seria e senza padrini politici il flusso economico che gestiscono? La semplice manifestazione di ogni barista di Pescara, Montesilvano e Francavilla con al seguito 30 amici e la propria famiglia, sarebbe la prima notizia sui social e costringerebbe chiunque ad ascoltare e iniziare ad accogliere le richieste dei manifestanti. (Se qualcuno in mala fede legge scuotendo la testa vuol dire che non ha mai avuto serio bisogno di lottare per il suo diritto alla sopravvivenza, quindi non si rende conto di cosa stiamo dicendo).
 
Le proteste lo scorso inverno ci sono state ed hanno portato ai tanto discussi “ristori”: in ritardo, pochi, ma sono stati il frutto del dissenso manifestato da una consistente parte degli esercenti della nazione. Perché non credere al beneficio di una protesta di massa seriamente strutturata, duratura e trasversale dal punto di vista politico allora?
Vandali? Ottimisti? Agitatori? Ovviamente noi non affermiamo tutto questo per il cinico gusto di vedere le strade congestionate, la gente angosciata e il rumore affollare le orecchie dei passanti e dei cittadini. Siamo solamente dei militanti schierati in strada per difendere Verità e Giustizia e affermiamo ciò che logicamente dovrebbe esser fatto da chi “ha famiglia”, da quelli che hanno sempre avuto un “basso profilo”; da tutti coloro insomma che non hanno mai attuato scelte “estreme” nella propria vita. E allora, se non la rivoluzione integrale – riconoscendosi in una Comunità organica in cui ci si colloca a seconda delle proprie inclinazioni, contribuendo alla custodia dei principi, al miglioramento di sé attraverso lo sforzo disindividualizzante dell’opera e all’elaborazione organica di una strategia nel mondo pur rimanendo fuori di esso -, quantomeno la difesa dei propri diritti! Perché non manifestare quindi, se la fame e la rabbia ci sono, se i diritti sono calpestati e le motivazioni sono più che legittime da questo punto di vista?
 
 
Qui arriviamo alla nostra seconda verità scomoda: l’italiano è borghese fino all’osso, sotto la pelle non troveremo sangue ma lana che compone cuscini e divani! Quale esempio pensa di dare ai ragazzi se non addirittura ai suoi nipoti o figli, chi si lamenta senza far niente? Chi è quell’eroe che vedendo il suo popolo fare la fame, i suoi figli schiavizzati dalla crisi, la sua terra occupata da truffatori, anziché scendere in strada per iniziare la protesta, si nasconde dietro un balcone o un monitor per gridare? Le radici di questa inconsistenza si possono trovare affondate nel moralismo: un popolo senza più spinte superiori, spento, cristallizzato nel determinismo della situazione politica, teso ormai alla sola sopravvivenza sociale che lo spinge ad accaparrarsi avidamente buone amicizie per fare buoni servigi, al costo di essere ripetitore di qualsiasi lezzo, giudicando tutto e tutti tranne che se stesso. Un tipo educato dunque; educato alla mite sudditanza del sistema.
Noi dietro ad uno schermo non ci sappiamo stare più del tempo necessario per scrivere queste poche righe per aiutare (speriamo) a far riflettere qualcuno, il resto del tempo ci troverete in strada ad accendere la ribellione. Il lamento non serve a niente, l’opera silenziosa è il vero verso necessario per sostenere un cambiamento. Soltanto se le lamentele sui social, a tavola, al bancone del bar, nello spogliatoio, sapranno convertirsi in atti concretamente ribelli, abbandonando individualismo, pigrizia e paura di essere giudicati, strutturando un’azione organica, superando le divisioni politiche e ideologiche, allora si accennerà finalmente ad un’attiva partecipazione del proprio tempo. Ma, come appena detto, soltanto da un lavoro umano prima che operativo si riuscirà nell’obiettivo, tornando ad essere padroni della nostra vita ed esempio vivo per i posteri, riscoprendo e mettendosi al servizio dei valori tradizionali: altrimenti, sarà solo una reazione spasmodica, una momentanea emozione, che come molte altre volte non produrrà nulla.

L’articolo LA MICCIA | Trasformare il lamento in lotta proviene da AZIONE TRADIZIONALE.

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È troppo comodo piangersi addosso, incolpare il governo, lo Stato, i giovani, i politici, il sistema e l’Italia della crisi che ci attanaglia. Tutti diranno, specialmente gli incantatori di serpenti che vanno a fare tribuna elettorale in TV, che questo nostro pensiero è giusto. Quante volte abbiamo già sentito frasi del tipo: “basta criticare, bisogna agire” anche se non è quello che poi vediamo fare? Questo dato di fatto ci dà la dimensione del problema, tutti capiscono che la bocca del leone è pericolosa ma nessuno cambia strada per non finirci dentro.
Proprio come la recente angoscia degli esercenti Pescaresi (parliamo di loro ma potremmo nominare qualsiasi altra categoria) che hanno ricevuto bollette raddoppiate nonostante i loro consumi siano pari o minori a quelli dello scorso anno, lamentando di non riuscire più a mantenere le loro attività. Due sono le constatazioni che ci sentiamo in dovere di fare davanti una notizia di questo genere, la prima è ovviamente in favore della verità scomoda, la seconda anche!
Se i costi aumentano in modo pauroso, i soldi non ci sono e la fame inizia a farsi sentire, perchè i gestori dei locali (che notoriamente conoscono centinaia di persone e col loro lavoro partecipano alla vasta rete economica della nazione) non scendono in piazza, muovono i prefetti, bloccano con una protesta seria e senza padrini politici il flusso economico che gestiscono? La semplice manifestazione di ogni barista di Pescara, Montesilvano e Francavilla con al seguito 30 amici e la propria famiglia, sarebbe la prima notizia sui social e costringerebbe chiunque ad ascoltare e iniziare ad accogliere le richieste dei manifestanti. (Se qualcuno in mala fede legge scuotendo la testa vuol dire che non ha mai avuto serio bisogno di lottare per il suo diritto alla sopravvivenza, quindi non si rende conto di cosa stiamo dicendo).
 
Le proteste lo scorso inverno ci sono state ed hanno portato ai tanto discussi “ristori”: in ritardo, pochi, ma sono stati il frutto del dissenso manifestato da una consistente parte degli esercenti della nazione. Perché non credere al beneficio di una protesta di massa seriamente strutturata, duratura e trasversale dal punto di vista politico allora?
Vandali? Ottimisti? Agitatori? Ovviamente noi non affermiamo tutto questo per il cinico gusto di vedere le strade congestionate, la gente angosciata e il rumore affollare le orecchie dei passanti e dei cittadini. Siamo solamente dei militanti schierati in strada per difendere Verità e Giustizia e affermiamo ciò che logicamente dovrebbe esser fatto da chi “ha famiglia”, da quelli che hanno sempre avuto un “basso profilo”; da tutti coloro insomma che non hanno mai attuato scelte “estreme” nella propria vita. E allora, se non la rivoluzione integrale – riconoscendosi in una Comunità organica in cui ci si colloca a seconda delle proprie inclinazioni, contribuendo alla custodia dei principi, al miglioramento di sé attraverso lo sforzo disindividualizzante dell’opera e all’elaborazione organica di una strategia nel mondo pur rimanendo fuori di esso -, quantomeno la difesa dei propri diritti! Perché non manifestare quindi, se la fame e la rabbia ci sono, se i diritti sono calpestati e le motivazioni sono più che legittime da questo punto di vista?
 
 
Qui arriviamo alla nostra seconda verità scomoda: l’italiano è borghese fino all’osso, sotto la pelle non troveremo sangue ma lana che compone cuscini e divani! Quale esempio pensa di dare ai ragazzi se non addirittura ai suoi nipoti o figli, chi si lamenta senza far niente? Chi è quell’eroe che vedendo il suo popolo fare la fame, i suoi figli schiavizzati dalla crisi, la sua terra occupata da truffatori, anziché scendere in strada per iniziare la protesta, si nasconde dietro un balcone o un monitor per gridare? Le radici di questa inconsistenza si possono trovare affondate nel moralismo: un popolo senza più spinte superiori, spento, cristallizzato nel determinismo della situazione politica, teso ormai alla sola sopravvivenza sociale che lo spinge ad accaparrarsi avidamente buone amicizie per fare buoni servigi, al costo di essere ripetitore di qualsiasi lezzo, giudicando tutto e tutti tranne che se stesso. Un tipo educato dunque; educato alla mite sudditanza del sistema.
Noi dietro ad uno schermo non ci sappiamo stare più del tempo necessario per scrivere queste poche righe per aiutare (speriamo) a far riflettere qualcuno, il resto del tempo ci troverete in strada ad accendere la ribellione. Il lamento non serve a niente, l’opera silenziosa è il vero verso necessario per sostenere un cambiamento. Soltanto se le lamentele sui social, a tavola, al bancone del bar, nello spogliatoio, sapranno convertirsi in atti concretamente ribelli, abbandonando individualismo, pigrizia e paura di essere giudicati, strutturando un’azione organica, superando le divisioni politiche e ideologiche, allora si accennerà finalmente ad un’attiva partecipazione del proprio tempo. Ma, come appena detto, soltanto da un lavoro umano prima che operativo si riuscirà nell’obiettivo, tornando ad essere padroni della nostra vita ed esempio vivo per i posteri, riscoprendo e mettendosi al servizio dei valori tradizionali: altrimenti, sarà solo una reazione spasmodica, una momentanea emozione, che come molte altre volte non produrrà nulla.

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