Libreria Cinabro

Le fiabe tradizionali | Cuib Femminile (Il latte dell’orsa)

Fiaba islandese tratta da “Racconti dei saggi scandinavi” di Anna Lazowski
Terre di miti e leggende che sembrano riecheggiare nei loro caratteristici paesaggi lunari, i paesi scandinavi, tra i quali l’Islanda, danno voce alla loro creatività attraverso un originale patrimonio di fiabe e racconti.
Quando parliamo di Scandinavia la nostra fantasia evoca subito le immagini dei vichinghi, di Odino, di Thor, degli elfi, dei troll, delle renne, ma anche dei fiordi immensi, dei ghiacciai immacolati e delle aurore boreali.
Ma in queste terre in cui la vita e la morte dipendono da un clima la cui rigidità non lascia posto all’improvvisazione, essenziale è proteggere la propria vita e avere mezzi di sussistenza.
Amore, desiderio, amicizia, lealtà, perseveranza, onore, coraggio, animano gli sfondi simbolici dei racconti e delle fiabe scandite dalla notte dei tempi, durante i lunghi mesi di oscurità in questi territori in cui gli anni si contano in inverni.
Nell’individuo appare la capacità di collegarsi al mondo invisibile grazie alla magia, che è espressione naturale del vivente, ma ciò che ci colpisce maggiormente di questo viaggio settentrionale è la capacità dell’uomo di interagire con la natura.
Parola chiave: armonia.
Buona lettura!

IL LATTE DELL’ORSA

C’era una volta, a nord dell’Islanda, un’isola minuscola. Sola in mezzo ai ghiacci dell’oceano Artico, era così piccola che tutti i suoi abitanti dovevano stare sull’unica pianura protetta dai venti furiosamente freddi che la sferzavano.

Ora, un mattino, inspiegabilmente, senza una ragione, le famiglie dell’isola di Grimsey trovarono tutti i loro focolari spenti, non avevano più fuoco.

Dovevano agire in fretta, o sarebbero morti di freddo. Designarono tre uomini coraggiosi, robusti, abili che avrebbero dovuto riportare loro il calore vitale.

Si sarebbero messi in mare anche se la stagione non era propizia. L’inverno era appena finito, i flutti erano ancora parzialmente ghiacciati: la danza degli iceberg scintillanti e delle banchise alla deriva rendevano il mare imprevedibile e pericoloso.

Sotto un orizzonte che si tingeva di rosso, misero in acqua la loro barca e remarono energicamente in direzione della grande isola. Malgrado tutti i loro tentativi, non riuscirono a raggiungere le coste, circondate da lastrone di ghiaccio. Attraccarono la loro imbarcazione a uno di essi e poi si avviarono in fila indiana in direzione del greto.

L’ultimo seguiva le tracce dei suoi compagni quando uno schiocco secco, simile a quello di una corda che si spezzi, agito il ghiaccio. una lunga crepa lo isolo dagli altri due. La parte su cui stava si staccò dalla banchisa e venne subito ghermita dalla corrente e trascinata al largo. Sul suo lastrone galleggiante, l’uomo smarrito, capì che gli rimaneva poco da vivere.

Il suo corpo sarebbe stato congelato molto in fretta dal Blizzard dell’alto mare. Presto intorpidito, credette a un miraggio bianco vedendo un’orsa maestosa corrergli incontro, seguita da stupendi orsacchiotti. L’allegra banda grugniva di curiosità. L’orsa, dopo averlo annusato rumorosamente, allontanò i suoi piccoli con un grugnito severo. Poi l’animale si rizzò con grazia sulle zampe posteriori, divenendo alto come due uomini e lanciò un grido. Malgrado il suo terrore, l’uomo l’ammiro: l’invincibile creatura era bellissima. Anche se con le sue zampe avrebbe potuto decapitarlo o sventrare lo senza difficoltà, l’orsa non fece nulla.

Gli si avvicinò e lo abbracciò con delicatezza. i suoi artigli gli si posarono sulla pelle in un’insolita carezza.

L’abbraccio si protrasse: l’uomo, rannicchiato contro i suoi lunghi peli di un bianco giallastro si riscaldò.

L’orsa si sedette, continuando a tenere stretto a sé l’uomo che adesso ne udiva il cuore possente a sua immagine che batteva forte come mille tamburi. L’orsa lo leccò. Nel tepore salato e muschiato della sua tenerezza, il naufrago credette di udire una ninna nanna che gli addormentò i sensi.

All’alba, un piglia piglia lo svegliò: gli orsacchiotti si precipitavano sulle mammelle offerte. L’uomo li imitò, affamato com’era. Poi l’orsa lo afferrò con una zampa vigorosa e se lo mise sulla schiena. Quindi cominciò a saltare e a correre sballottando l’ospite e disorientato che finì naturalmente col cadere.

L’orsa grugnì severa come una madre in collera e se lo rimise saldamente sulla schiena. L’uomo istintivamente si aggrappò alla sua magnifica pelliccia. Allora la bestia riprese a correre veloce fino a farlo cadere di nuovo.

Lo strano maneggio si ripeté. L’uomo rischiava ogni giorno di rompersi l’osso del collo. Come ricompensa per il curioso allenamento, giochi e coccole con gli orsacchiotti, che seguivano la sua cavalcata con mugolii gioiosi, gli facevano dimenticare bernoccoli e contusioni. Quanti allegri abbracci punteggiavano le giornate sempre più chiare! L’estate si avvicinava.

Un mattino, sotto un cielo di un bell’azzurro, la solita routine: con mano agguerrita, l’uomo afferrò la carne dell’orsa sotto lo spesso strato di peli. L’animale si mise a correre. l’uomo rimase saldo in sella!

Per la prima volta, si dondolava con abilità senza cadere sulla banchisa. Quando l’orsa ne ebbe abbastanza, lui rimise i piedi a terra. Allora la bestia gli si avvicinò a quattro zampe, strofinando il lungo muso contro la sua faccia. Lui non aveva mai sentito così da vicino il suo fiato. Poi lei lo fissò lentamente. Il suo muso vellutato, aureolato elegantemente di bianco, pareva triste. Quegli occhi di ossidiana, opachi come una notte senza luna, non si muovevano. Che cosa volevano dirgli? In quel silenzioso tete-a tete, l’uomo si sentì pervadere dalla tristezza, perché? Non lo seppe, ma il dispiacere risuonò a lungo nel suo cuore.

Il giorno seguente iniziò come al solito: dopo essersi saziato di latte acidulo, l’uomo saltò a cavalcioni sul dorso dell’orsa che stavolta si precipitò nei flutti. Sballottato tra le correnti, investito da onde di un freddo tagliente, l’uomo si teneva forte.

Fu quando riconobbe le coste della sua isola che capì. L’orsa, dopo averlo deposto sulla riva, gli leccò con dolcezza il viso congelato e gli frizionò il corpo intorpidito dalla traversata. Prima che lui avesse potuto dire qualcosa o salutarla con lo sguardo, la massa imponente si rituffò in mare con un grido lamentoso, diretta al largo. Si allontanava, diventando ormai solo una piccola macchia bianca nel grigio azzurrognolo dell’oceano.

All’improvviso, il cuore gli batte forte come mille tamburi, sentiva l’orsa in sé. E anch’essa portava nel suo cuore il ricordo dell’uomo. Sarebbero rimasti uniti, era così.

L’articolo Le fiabe tradizionali | Cuib Femminile (Il latte dell’orsa) proviene da AZIONE TRADIZIONALE.

Fiaba islandese tratta da “Racconti dei saggi scandinavi” di Anna Lazowski
Terre di miti e leggende che sembrano riecheggiare nei loro caratteristici paesaggi lunari, i paesi scandinavi, tra i quali l’Islanda, danno voce alla loro creatività attraverso un originale patrimonio di fiabe e racconti.
Quando parliamo di Scandinavia la nostra fantasia evoca subito le immagini dei vichinghi, di Odino, di Thor, degli elfi, dei troll, delle renne, ma anche dei fiordi immensi, dei ghiacciai immacolati e delle aurore boreali.
Ma in queste terre in cui la vita e la morte dipendono da un clima la cui rigidità non lascia posto all’improvvisazione, essenziale è proteggere la propria vita e avere mezzi di sussistenza.
Amore, desiderio, amicizia, lealtà, perseveranza, onore, coraggio, animano gli sfondi simbolici dei racconti e delle fiabe scandite dalla notte dei tempi, durante i lunghi mesi di oscurità in questi territori in cui gli anni si contano in inverni.
Nell’individuo appare la capacità di collegarsi al mondo invisibile grazie alla magia, che è espressione naturale del vivente, ma ciò che ci colpisce maggiormente di questo viaggio settentrionale è la capacità dell’uomo di interagire con la natura.
Parola chiave: armonia.
Buona lettura!

IL LATTE DELL’ORSA

C’era una volta, a nord dell’Islanda, un’isola minuscola. Sola in mezzo ai ghiacci dell’oceano Artico, era così piccola che tutti i suoi abitanti dovevano stare sull’unica pianura protetta dai venti furiosamente freddi che la sferzavano.

Ora, un mattino, inspiegabilmente, senza una ragione, le famiglie dell’isola di Grimsey trovarono tutti i loro focolari spenti, non avevano più fuoco.

Dovevano agire in fretta, o sarebbero morti di freddo. Designarono tre uomini coraggiosi, robusti, abili che avrebbero dovuto riportare loro il calore vitale.

Si sarebbero messi in mare anche se la stagione non era propizia. L’inverno era appena finito, i flutti erano ancora parzialmente ghiacciati: la danza degli iceberg scintillanti e delle banchise alla deriva rendevano il mare imprevedibile e pericoloso.

Sotto un orizzonte che si tingeva di rosso, misero in acqua la loro barca e remarono energicamente in direzione della grande isola. Malgrado tutti i loro tentativi, non riuscirono a raggiungere le coste, circondate da lastrone di ghiaccio. Attraccarono la loro imbarcazione a uno di essi e poi si avviarono in fila indiana in direzione del greto.

L’ultimo seguiva le tracce dei suoi compagni quando uno schiocco secco, simile a quello di una corda che si spezzi, agito il ghiaccio. una lunga crepa lo isolo dagli altri due. La parte su cui stava si staccò dalla banchisa e venne subito ghermita dalla corrente e trascinata al largo. Sul suo lastrone galleggiante, l’uomo smarrito, capì che gli rimaneva poco da vivere.

Il suo corpo sarebbe stato congelato molto in fretta dal Blizzard dell’alto mare. Presto intorpidito, credette a un miraggio bianco vedendo un’orsa maestosa corrergli incontro, seguita da stupendi orsacchiotti. L’allegra banda grugniva di curiosità. L’orsa, dopo averlo annusato rumorosamente, allontanò i suoi piccoli con un grugnito severo. Poi l’animale si rizzò con grazia sulle zampe posteriori, divenendo alto come due uomini e lanciò un grido. Malgrado il suo terrore, l’uomo l’ammiro: l’invincibile creatura era bellissima. Anche se con le sue zampe avrebbe potuto decapitarlo o sventrare lo senza difficoltà, l’orsa non fece nulla.

Gli si avvicinò e lo abbracciò con delicatezza. i suoi artigli gli si posarono sulla pelle in un’insolita carezza.

L’abbraccio si protrasse: l’uomo, rannicchiato contro i suoi lunghi peli di un bianco giallastro si riscaldò.

L’orsa si sedette, continuando a tenere stretto a sé l’uomo che adesso ne udiva il cuore possente a sua immagine che batteva forte come mille tamburi. L’orsa lo leccò. Nel tepore salato e muschiato della sua tenerezza, il naufrago credette di udire una ninna nanna che gli addormentò i sensi.

All’alba, un piglia piglia lo svegliò: gli orsacchiotti si precipitavano sulle mammelle offerte. L’uomo li imitò, affamato com’era. Poi l’orsa lo afferrò con una zampa vigorosa e se lo mise sulla schiena. Quindi cominciò a saltare e a correre sballottando l’ospite e disorientato che finì naturalmente col cadere.

L’orsa grugnì severa come una madre in collera e se lo rimise saldamente sulla schiena. L’uomo istintivamente si aggrappò alla sua magnifica pelliccia. Allora la bestia riprese a correre veloce fino a farlo cadere di nuovo.

Lo strano maneggio si ripeté. L’uomo rischiava ogni giorno di rompersi l’osso del collo. Come ricompensa per il curioso allenamento, giochi e coccole con gli orsacchiotti, che seguivano la sua cavalcata con mugolii gioiosi, gli facevano dimenticare bernoccoli e contusioni. Quanti allegri abbracci punteggiavano le giornate sempre più chiare! L’estate si avvicinava.

Un mattino, sotto un cielo di un bell’azzurro, la solita routine: con mano agguerrita, l’uomo afferrò la carne dell’orsa sotto lo spesso strato di peli. L’animale si mise a correre. l’uomo rimase saldo in sella!

Per la prima volta, si dondolava con abilità senza cadere sulla banchisa. Quando l’orsa ne ebbe abbastanza, lui rimise i piedi a terra. Allora la bestia gli si avvicinò a quattro zampe, strofinando il lungo muso contro la sua faccia. Lui non aveva mai sentito così da vicino il suo fiato. Poi lei lo fissò lentamente. Il suo muso vellutato, aureolato elegantemente di bianco, pareva triste. Quegli occhi di ossidiana, opachi come una notte senza luna, non si muovevano. Che cosa volevano dirgli? In quel silenzioso tete-a tete, l’uomo si sentì pervadere dalla tristezza, perché? Non lo seppe, ma il dispiacere risuonò a lungo nel suo cuore.

Il giorno seguente iniziò come al solito: dopo essersi saziato di latte acidulo, l’uomo saltò a cavalcioni sul dorso dell’orsa che stavolta si precipitò nei flutti. Sballottato tra le correnti, investito da onde di un freddo tagliente, l’uomo si teneva forte.

Fu quando riconobbe le coste della sua isola che capì. L’orsa, dopo averlo deposto sulla riva, gli leccò con dolcezza il viso congelato e gli frizionò il corpo intorpidito dalla traversata. Prima che lui avesse potuto dire qualcosa o salutarla con lo sguardo, la massa imponente si rituffò in mare con un grido lamentoso, diretta al largo. Si allontanava, diventando ormai solo una piccola macchia bianca nel grigio azzurrognolo dell’oceano.

All’improvviso, il cuore gli batte forte come mille tamburi, sentiva l’orsa in sé. E anch’essa portava nel suo cuore il ricordo dell’uomo. Sarebbero rimasti uniti, era così.

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