Libreria Cinabro

Pasqua di guerra

di Emilio Del Bel Belluz
La grande guerra era cominciata da tempo. Il giorno di Pasqua del 1918 i soldati dei due fronti fecero rispettare la tregua dettata da una festa così importante. Si udiva solo il suono di una campana che giungeva ai soldati da un campanile semi-distrutto, colpito da una granata nemica. Tedeschi e italiani udivano la melodia di quell’unico strumento di pace. Con i cannocchiali puntati i soldati di vedetta si controllavano a vicenda. I giorni di festa erano rari, quindi la Pasqua aveva un significato ancora più profondo.
Un soldato italiano preso da un forte senso di pace e stanco di stare nascosto in trincea, uscì dalla sua postazione, alzò le braccia verso il cielo e con tutta la sua voce in lingua tedesca lanciò nell’aria l’augurio di buona Pasqua rivolto ai nemici.
Nel settore germanico un soldato seguì il suo esempio e gli venne incontro alzando pure lui le braccia al cielo dimostrando di essere disarmato. Quel semplice gesto bastò a far ribollire di rabbia un ufficiale tedesco a cui venne istintivamente il bisogno di prendere la pistola e sparare al disertore. Ma subito si frenò, ricordandosi che era il giorno di Pasqua e che bisognava festeggiare la resurrezione del Signore non pensando all’eventuale punizione che avrebbe ricevuto dai suoi superiore per non aver bloccato l’iniziativa del suo camerata.
Di sicuro questo comportamento non gli sarebbe stato utile per un’eventuale promozione. Tutto sembrava così irreale e la campana ricominciò a suonare come d’incanto. Tedeschi e italiani cominciarono ad uscire dalle loro trincee e a scambiarsi dei doni. Si trattava di piccole dosi di tabacco e delle tavolette di cioccolato. Ma la cosa più bella erano gli abbracci fraterni fra nemici con le vigorose pacche sulle spalle.
Ognuno di loro avrebbe conservato nel suo cuore questo dolce ricordo e un domani, salvata la pelle, davanti al caminetto acceso, circondato dai suoi familiari, avrebbe descritto questo momento così commovente.
Un giovane ufficiale italiano dall’apparente età di vent’anni si avvicinò ad un camerata tedesco pure lui giovane ufficiale e gli parlò nella sua lingua, perché aveva imparato il tedesco frequentando alcune lezioni all’università di Vienna dove sperava di laurearsi in giurisprudenza. Ma la guerra aveva allontanato questo sogno.
La scelta di frequentare questa facoltà era nata dall’incontro con una studentessa. I due ufficiali si scambiarono le loro vicende esperienze di guerra tranquillamente come se fossero dei buoni amici e avessero cancellato il ruolo che essi avevano. Era la primavera del 1918 e alcuni mesi dopo la guerra sarebbe finita e quei soldati, solo i più fortunati, sarebbero ritornati a casa in tempo per festeggiare il Santo Natale, portando nello zaino i tristi ricordi della guerra. Ma questa certezza in quel momento non l’avevano. Erano partiti per la guerra sotto una valanga di fiori, e ora speravano solo di portare a casa la pelle.
Ad un certo punto un soldato italiano venne riconosciuto da un soldato dell’imperatore Guglielmo II, che lo chiamò per nome a voce alta. I due giovani in tempo di pace avevano lavorato in una miniera di carbone in Germania ed erano diventati buoni amici, ma l’italiano, una volta scoppiata la guerra se ne era tornato a casa, per fare il soldato. I due camerati si abbracciarono cordialmente come di solito fanno i vecchi amici e si scambiarono alcune impressioni sul conflitto. Il tedesco raccontò all’italiano che un compagno di lavoro era caduto proprio qualche giorno prima colpito alla testa da una pallottola. Intanto il suono della campana si era spento nell’aria con una voce sempre più flebile.
E da quel momento le artiglierie dei due eserciti cominciarono a sparare, tempestando il terreno di granate. L’attimo di tregua era finito come il suono della campana. Sul campo fuori dalle trincee rimasero solo i due amici: a loro la guerra sembrava non interessarli più. Il loro abbraccio era fatto di un cameratismo davvero forte e bello, come un sogno. Ad un certo punto quando si stavano separando per correre al riparo nelle loro rispettive trincee, felici di quell’incontro, mentre l’italiano tentava di dare un ultimo abbraccio al suo compagno di miniera, una granata li centrò.
Tutti e due caddero uno accanto all’altro: ora il destino non li avrebbe più separati. I camerati avevano assistito a quella dolorosa fine senza poter fare nulla. Alcuni piansero. In quel campo di battaglia era ridiscesa la morte. Qualche giorno dopo alcuni camerati tedeschi alzarono la bandiera bianca per poter recuperare i corpi dei due amici e portarli vicino all piccola chiesa in rovina per dar loro sepoltura. In quel momento la campana riprese i suoi lenti e mesti rintocchi.
Furono sepolti vicino al muro di cinta.
Sulle croci vennero collocati i loro elmetti. Neppure la guerra era riuscita a separali. Un soldato tedesco raccolse i loro oggetti personali per inviali alle famiglie. Sulla croce furono incisi i rispettivi nomi, e la frase “ Pasqua 1918”. A distanza di tanti anni i loro corpi furono trasportati all’interno della piccola chiesa restaurata.
18I parenti di quei due soldati di pace, dotarono il campanile di due campane, sulle quali fecero incidere i nomi dei due caduti. Il suono di queste campane avrebbe tenuto loro compagnia per sempre.

L’articolo Pasqua di guerra proviene da AZIONE TRADIZIONALE.

di Emilio Del Bel Belluz
La grande guerra era cominciata da tempo. Il giorno di Pasqua del 1918 i soldati dei due fronti fecero rispettare la tregua dettata da una festa così importante. Si udiva solo il suono di una campana che giungeva ai soldati da un campanile semi-distrutto, colpito da una granata nemica. Tedeschi e italiani udivano la melodia di quell’unico strumento di pace. Con i cannocchiali puntati i soldati di vedetta si controllavano a vicenda. I giorni di festa erano rari, quindi la Pasqua aveva un significato ancora più profondo.
Un soldato italiano preso da un forte senso di pace e stanco di stare nascosto in trincea, uscì dalla sua postazione, alzò le braccia verso il cielo e con tutta la sua voce in lingua tedesca lanciò nell’aria l’augurio di buona Pasqua rivolto ai nemici.
Nel settore germanico un soldato seguì il suo esempio e gli venne incontro alzando pure lui le braccia al cielo dimostrando di essere disarmato. Quel semplice gesto bastò a far ribollire di rabbia un ufficiale tedesco a cui venne istintivamente il bisogno di prendere la pistola e sparare al disertore. Ma subito si frenò, ricordandosi che era il giorno di Pasqua e che bisognava festeggiare la resurrezione del Signore non pensando all’eventuale punizione che avrebbe ricevuto dai suoi superiore per non aver bloccato l’iniziativa del suo camerata.
Di sicuro questo comportamento non gli sarebbe stato utile per un’eventuale promozione. Tutto sembrava così irreale e la campana ricominciò a suonare come d’incanto. Tedeschi e italiani cominciarono ad uscire dalle loro trincee e a scambiarsi dei doni. Si trattava di piccole dosi di tabacco e delle tavolette di cioccolato. Ma la cosa più bella erano gli abbracci fraterni fra nemici con le vigorose pacche sulle spalle.
Ognuno di loro avrebbe conservato nel suo cuore questo dolce ricordo e un domani, salvata la pelle, davanti al caminetto acceso, circondato dai suoi familiari, avrebbe descritto questo momento così commovente.
Un giovane ufficiale italiano dall’apparente età di vent’anni si avvicinò ad un camerata tedesco pure lui giovane ufficiale e gli parlò nella sua lingua, perché aveva imparato il tedesco frequentando alcune lezioni all’università di Vienna dove sperava di laurearsi in giurisprudenza. Ma la guerra aveva allontanato questo sogno.
La scelta di frequentare questa facoltà era nata dall’incontro con una studentessa. I due ufficiali si scambiarono le loro vicende esperienze di guerra tranquillamente come se fossero dei buoni amici e avessero cancellato il ruolo che essi avevano. Era la primavera del 1918 e alcuni mesi dopo la guerra sarebbe finita e quei soldati, solo i più fortunati, sarebbero ritornati a casa in tempo per festeggiare il Santo Natale, portando nello zaino i tristi ricordi della guerra. Ma questa certezza in quel momento non l’avevano. Erano partiti per la guerra sotto una valanga di fiori, e ora speravano solo di portare a casa la pelle.
Ad un certo punto un soldato italiano venne riconosciuto da un soldato dell’imperatore Guglielmo II, che lo chiamò per nome a voce alta. I due giovani in tempo di pace avevano lavorato in una miniera di carbone in Germania ed erano diventati buoni amici, ma l’italiano, una volta scoppiata la guerra se ne era tornato a casa, per fare il soldato. I due camerati si abbracciarono cordialmente come di solito fanno i vecchi amici e si scambiarono alcune impressioni sul conflitto. Il tedesco raccontò all’italiano che un compagno di lavoro era caduto proprio qualche giorno prima colpito alla testa da una pallottola. Intanto il suono della campana si era spento nell’aria con una voce sempre più flebile.
E da quel momento le artiglierie dei due eserciti cominciarono a sparare, tempestando il terreno di granate. L’attimo di tregua era finito come il suono della campana. Sul campo fuori dalle trincee rimasero solo i due amici: a loro la guerra sembrava non interessarli più. Il loro abbraccio era fatto di un cameratismo davvero forte e bello, come un sogno. Ad un certo punto quando si stavano separando per correre al riparo nelle loro rispettive trincee, felici di quell’incontro, mentre l’italiano tentava di dare un ultimo abbraccio al suo compagno di miniera, una granata li centrò.
Tutti e due caddero uno accanto all’altro: ora il destino non li avrebbe più separati. I camerati avevano assistito a quella dolorosa fine senza poter fare nulla. Alcuni piansero. In quel campo di battaglia era ridiscesa la morte. Qualche giorno dopo alcuni camerati tedeschi alzarono la bandiera bianca per poter recuperare i corpi dei due amici e portarli vicino all piccola chiesa in rovina per dar loro sepoltura. In quel momento la campana riprese i suoi lenti e mesti rintocchi.
Furono sepolti vicino al muro di cinta.
Sulle croci vennero collocati i loro elmetti. Neppure la guerra era riuscita a separali. Un soldato tedesco raccolse i loro oggetti personali per inviali alle famiglie. Sulla croce furono incisi i rispettivi nomi, e la frase “ Pasqua 1918”. A distanza di tanti anni i loro corpi furono trasportati all’interno della piccola chiesa restaurata.
18I parenti di quei due soldati di pace, dotarono il campanile di due campane, sulle quali fecero incidere i nomi dei due caduti. Il suono di queste campane avrebbe tenuto loro compagnia per sempre.

L’articolo Pasqua di guerra proviene da AZIONE TRADIZIONALE.

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