«Libertà vo cercando ch’è sì cara » PVF n. 87

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Descrizione

La libertà è nella natura dell’uomo che, dotato di libero arbitrio, scegliendo il bene realizza pienamente se stesso (nell’Amore del Padre, aggiungo io, da credente).

Il verso di Dante riportato in copertina ci è quindi sembrato idoneo a intitolare questo numero della nostra Rivista dedicato principalmente a riflettere sulla libertà, e in particolare sulla libertà dallo Stato che oggi sembra sempre più messa in discussione dalla cultura positivista e dal totalitarismo strisciante, mascherato da democrazia, nel quale è calata la civiltà occidentale (un tempo culla della democrazia stessa). Tendenza illiberale che è affiorata in modo particolarmente evidente all’epoca del cosiddetto lockdown, necessario – per certi versi – per affrontare la pandemia.

La (vera) libertà ci è molto cara e merita la stessa tutela che dobbiamo alla vita, con la quale essa, se è vera libertà, mai si pone in contrasto.

«Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta» (Dante, Purg. II, 71) è una frase di Catone Uticense, morto suicida. Sappiamo bene che Dante considera il suicidio un peccato più grave dell’omicidio, eppure il suo Catone è guardiano del Purgatorio, quindi destinato alla gioia eterna. Perché? Perché ha preferito la morte piuttosto che rinunciare alla libertà. È salvo per le sue qualità morali (osannate anche dai grandi classici) e diventa un esempio per tutte le anime, come simbolo della libertà dal peccato che i penitenti cercano. Perché il Catone di Dante prefigura il sacrificio di Cristo che ha reso agli uomini proprio quella libertà – dal peccato e dalla morte – perduta con il cattivo uso del libero arbitrio.

Informazioni aggiuntive

Anno

2020