Libreria Cinabro

Racconto di un esicasta metropolitano

Il giovane rimase ancora alcuni mesi sul Monte Athos. La preghiera di Gesù lo trasportava negli abissi, talvolta al limite di una certa «follia»: «Non più io vivo, è Cristo che vive in me», poteva dire con san Paolo.

Delirio di umiltà, d’intercessione, di desiderio «che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla piena conoscenza della verità». Diventava Amore, diventava fuoco. Il roveto ardente non era più, per lui, una metafora ma realtà: «Ardeva eppure non si consumava». Strani fenomeni di luce succedevano nel suo corpo. Certi dicevano di averlo visto camminare sull’acqua o di averlo sorpreso mentre stava seduto, immobile, a trenta chilometri da terra…

Questa volta padre Serafino latrò: «Basta! Adesso, va!», e gli intimò di lasciare l’Athos e di ritornare a casa; là avrebbe visto che cosa restava delle sue belle meditazioni esicastiche…

Il giovane partì. Ritornò in Francia. Lo trovarono piuttosto smagrito e non videro niente di molto spirituale nella sua barba sporca e nella sua aria trasandata… Ma la vita della città non gli fece dimenticare l’insegnamento dello staretz.

Quando si sentiva troppo agitato per la tirannia del tempo, andava a sedersi come una montagna sulla terrazza di un caffè. Quando sentiva in sé l’orgoglio, la vanità, si ricordava del papavero, «ogni fiore appassisce», e nuovamente il suo cuore si volgeva verso la luce che non muore. Quando la tristezza, la collera, il disgusto invadevano la sua anima, respirava profondamente, come un oceano, riprendeva fiato nel respiro di Dio, invocava il suo Nome e mormorava: «Kyrie eleison…» Quando notava la sofferenza degli uomini, la loro cattiveria, e sentiva la propria impotenza a cambiare le cose, si ricordava della meditazione di Abramo. Quando era calunniato e di lui si diceva ogni sorta di malignità, era felice di meditare come Cristo… Esteriormente, era un uomo come gli altri. Non cercava di avere «l’aria di un santo»… Aveva perfino dimenticato di praticare il metodo d’orazione esicasta, semplicemente cercava di amare Dio, istante per istante, e di camminare alla sua Presenza…

Jean-Yves Leloup, L’Esicasmo che cos’è come lo si vive, Gribaudi, pp. 23-25

L’articolo Racconto di un esicasta metropolitano proviene da AZIONE TRADIZIONALE.

Il giovane rimase ancora alcuni mesi sul Monte Athos. La preghiera di Gesù lo trasportava negli abissi, talvolta al limite di una certa «follia»: «Non più io vivo, è Cristo che vive in me», poteva dire con san Paolo.

Delirio di umiltà, d’intercessione, di desiderio «che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla piena conoscenza della verità». Diventava Amore, diventava fuoco. Il roveto ardente non era più, per lui, una metafora ma realtà: «Ardeva eppure non si consumava». Strani fenomeni di luce succedevano nel suo corpo. Certi dicevano di averlo visto camminare sull’acqua o di averlo sorpreso mentre stava seduto, immobile, a trenta chilometri da terra…

Questa volta padre Serafino latrò: «Basta! Adesso, va!», e gli intimò di lasciare l’Athos e di ritornare a casa; là avrebbe visto che cosa restava delle sue belle meditazioni esicastiche…

Il giovane partì. Ritornò in Francia. Lo trovarono piuttosto smagrito e non videro niente di molto spirituale nella sua barba sporca e nella sua aria trasandata… Ma la vita della città non gli fece dimenticare l’insegnamento dello staretz.

Quando si sentiva troppo agitato per la tirannia del tempo, andava a sedersi come una montagna sulla terrazza di un caffè. Quando sentiva in sé l’orgoglio, la vanità, si ricordava del papavero, «ogni fiore appassisce», e nuovamente il suo cuore si volgeva verso la luce che non muore. Quando la tristezza, la collera, il disgusto invadevano la sua anima, respirava profondamente, come un oceano, riprendeva fiato nel respiro di Dio, invocava il suo Nome e mormorava: «Kyrie eleison…» Quando notava la sofferenza degli uomini, la loro cattiveria, e sentiva la propria impotenza a cambiare le cose, si ricordava della meditazione di Abramo. Quando era calunniato e di lui si diceva ogni sorta di malignità, era felice di meditare come Cristo… Esteriormente, era un uomo come gli altri. Non cercava di avere «l’aria di un santo»… Aveva perfino dimenticato di praticare il metodo d’orazione esicasta, semplicemente cercava di amare Dio, istante per istante, e di camminare alla sua Presenza…

Jean-Yves Leloup, L’Esicasmo che cos’è come lo si vive, Gribaudi, pp. 23-25

L’articolo Racconto di un esicasta metropolitano proviene da AZIONE TRADIZIONALE.

Generated by Feedzy