Libreria Cinabro

Recensione | “La vetta degli dei”, alpinismo e sacrificio sul tetto del mondo

Sulla nota piattaforma di streaming con la “N”, tra tanta, troppa immondizia, ogni tanto passa anche qualcosa che merita di essere visto. In questo caso si tratta della pellicola animata La vetta degli dei, trasposizione cinematografica del fantastico e voluminoso manga (fumetto giapponese) di Jiro Taniguchi, tratto a sua volta da un romanzo altrettanto imponente (quasi duemila pagine) di Baku Yumemakura. Il nostro amore per la montagna non poteva esimerci dalla visione di questo film, il quale per quanto non viaggi in modo lampante su piani di lettura spirituali o metafisici, possiede comunque ottimi spunti e risulta più che piacevole.
La storia è frutto di una ispirazione nata da fatti reali (il mistero che circonda la terza scalata del monte Everest eseguita da George Mallory e Andrew Irvine, nel 1924), altri un po’ meno reali (uno dei personaggi è ispirato all’alpinista Tsuneo Hasegawa) e pura invenzione (per quanto non sembra mai “finzione”).
Tutto inizia più o meno con la scoperta fugace e fortuita, da parte del fotografo alpinista Fukamachi, della possibile messa in circolazione di una macchina fotografica che si dice appartenuta a G. Mallory, creduta dispersa ma che potrebbe portare alla notizia che i due avevano raggiunto la vetta della montagna quasi trent’anni prima di Edmund Hillary e Tenzing Norgay. Seguendo questo ritmato filone “giornalistico”, pieno di ricerche, interviste, etc, ci si imbatterà in Habu Joji, mitologico alpinista ritiratosi in solitudine e in qualche modo fulcro e strumento narrativo per un viaggio molto più introspettivo e di formazione.
Il film è bello, la storia è appassionante, ruota intorno a personaggi affascinanti e porta avanti un buon mix di mistero e azione, con alcune sequenze di scalate che per quanto “animate” fanno palpitare tanto da risultare davvero vertiginose, a cui seguono lunghe inquadrature di contemplazione della montagna che piacciono oppure no (a noi molto).
Il tema principale che sembra pervadere la pellicola è quello della tenacia umana. Il film sembra volerci dire che attraverso l’insistenza, la ripetizione, il fallimento, la tenacia e la capacità di resistenza i personaggi crescono e raggiungono i loro obbiettivi (o almeno ci provano), anche se questo significa sacrificare molto o tutto.
In realtà le sfaccettature e le profondità riflessive di questo film sono molteplici e diversificate, ma riuscire a condensare bene e in poco tempo tematiche così profonde e diverse tra loro è impossibile, non a caso vengono meno molti temi “palesi” del fumetto, come il tentativo di restituire le diverse filosofie di vita e pensiero di chi affronta la montagna (e di chi oltre ad affrontarla la vive costantemente), cercando di capire perché una persona dovrebbe confrontarsi contro qualcosa di tanto più grande e forte, il rapporto uomo-natura, il sacrificio e il dono, il titanismo e l’atto eroico.
Sono intuibili a chi conosce un poco la montagna temi quali il narcisismo egocentrico di certi scalatori, l’ego estremo che rovina e svuota il più bello dei gesti tecnici o delle conquiste, la mancanza di umiltà o lungimiranza che portano alla caduta nostra o di chi ci sta vicino, l’importanza della preparazione, dell’allenamento, il mantenimento di un certo stile di vita prima e dopo l’ascesa, il rapporto con se stessi e con il gruppo, la commercializzazione della montagna e dell’alpinismo.
L’alpinismo come dipendenza da adrenalina, dal record, la fuga dalla società o la necessità di avvicinarsi al Cielo? Giungere sulla vetta per contemplare il Divino e partecipare assieme ad esso o come un titano conquistatore e distruttore dell’Olimpo? Secondo noi questo film può far pensare e riflettere, non dice tutto, anzi dice molto poco, e fortunatamente afferma ancora meno; ma fa vedere uno spaccato, anche crudo e duro (non facciamo spoiler), e chi ha una certa sensibilità (e magari ha anche vissuto un po’ di montagna) potrà certamente trovare nella visione notevoli spunti di riflessione.  
Quindi sì, vi consigliamo questo film ma vi consigliamo ancor di più l’opera da cui sono tratte le parole qui sotto riportate:
“la trasformazione dell’esperienza della montagna in un modo d’essere (…), è allora che sorgerebbe, nei migliori, il senso che ogni andare, ogni ascendere, ogni conquistare, ogni osare è solo contingente mezzo d’espressione di una realtà immateriale (…) e ciò sarebbe la forza di coloro che mai ritornano dalle vette alla pianura, di quelli per i quali non vi è più né l’andare né il tornare, perché la montagna è nel loro spirito, perché il simbolo è divenuto realtà (…) La montagna per essi non è più né novità d’avventura, né romantica evasione (…) né eroismo per l’eroismo, né sport più o meno tecnicizzato. Essa si lega invece a qualcosa (…) che, conquista spirituale inalienabile, fa ormai parte della propria natura (…) a dare un nuovo senso a qualsiasi azione, a qualsiasi esperienza, a qualsiasi lotta della vita quotidiana.” J. Evola – Meditazioni delle vette, 1979

 

 

 

L’articolo Recensione | “La vetta degli dei”, alpinismo e sacrificio sul tetto del mondo proviene da AZIONE TRADIZIONALE.

Sulla nota piattaforma di streaming con la “N”, tra tanta, troppa immondizia, ogni tanto passa anche qualcosa che merita di essere visto. In questo caso si tratta della pellicola animata La vetta degli dei, trasposizione cinematografica del fantastico e voluminoso manga (fumetto giapponese) di Jiro Taniguchi, tratto a sua volta da un romanzo altrettanto imponente (quasi duemila pagine) di Baku Yumemakura. Il nostro amore per la montagna non poteva esimerci dalla visione di questo film, il quale per quanto non viaggi in modo lampante su piani di lettura spirituali o metafisici, possiede comunque ottimi spunti e risulta più che piacevole.
La storia è frutto di una ispirazione nata da fatti reali (il mistero che circonda la terza scalata del monte Everest eseguita da George Mallory e Andrew Irvine, nel 1924), altri un po’ meno reali (uno dei personaggi è ispirato all’alpinista Tsuneo Hasegawa) e pura invenzione (per quanto non sembra mai “finzione”).
Tutto inizia più o meno con la scoperta fugace e fortuita, da parte del fotografo alpinista Fukamachi, della possibile messa in circolazione di una macchina fotografica che si dice appartenuta a G. Mallory, creduta dispersa ma che potrebbe portare alla notizia che i due avevano raggiunto la vetta della montagna quasi trent’anni prima di Edmund Hillary e Tenzing Norgay. Seguendo questo ritmato filone “giornalistico”, pieno di ricerche, interviste, etc, ci si imbatterà in Habu Joji, mitologico alpinista ritiratosi in solitudine e in qualche modo fulcro e strumento narrativo per un viaggio molto più introspettivo e di formazione.
Il film è bello, la storia è appassionante, ruota intorno a personaggi affascinanti e porta avanti un buon mix di mistero e azione, con alcune sequenze di scalate che per quanto “animate” fanno palpitare tanto da risultare davvero vertiginose, a cui seguono lunghe inquadrature di contemplazione della montagna che piacciono oppure no (a noi molto).
Il tema principale che sembra pervadere la pellicola è quello della tenacia umana. Il film sembra volerci dire che attraverso l’insistenza, la ripetizione, il fallimento, la tenacia e la capacità di resistenza i personaggi crescono e raggiungono i loro obbiettivi (o almeno ci provano), anche se questo significa sacrificare molto o tutto.
In realtà le sfaccettature e le profondità riflessive di questo film sono molteplici e diversificate, ma riuscire a condensare bene e in poco tempo tematiche così profonde e diverse tra loro è impossibile, non a caso vengono meno molti temi “palesi” del fumetto, come il tentativo di restituire le diverse filosofie di vita e pensiero di chi affronta la montagna (e di chi oltre ad affrontarla la vive costantemente), cercando di capire perché una persona dovrebbe confrontarsi contro qualcosa di tanto più grande e forte, il rapporto uomo-natura, il sacrificio e il dono, il titanismo e l’atto eroico.
Sono intuibili a chi conosce un poco la montagna temi quali il narcisismo egocentrico di certi scalatori, l’ego estremo che rovina e svuota il più bello dei gesti tecnici o delle conquiste, la mancanza di umiltà o lungimiranza che portano alla caduta nostra o di chi ci sta vicino, l’importanza della preparazione, dell’allenamento, il mantenimento di un certo stile di vita prima e dopo l’ascesa, il rapporto con se stessi e con il gruppo, la commercializzazione della montagna e dell’alpinismo.
L’alpinismo come dipendenza da adrenalina, dal record, la fuga dalla società o la necessità di avvicinarsi al Cielo? Giungere sulla vetta per contemplare il Divino e partecipare assieme ad esso o come un titano conquistatore e distruttore dell’Olimpo? Secondo noi questo film può far pensare e riflettere, non dice tutto, anzi dice molto poco, e fortunatamente afferma ancora meno; ma fa vedere uno spaccato, anche crudo e duro (non facciamo spoiler), e chi ha una certa sensibilità (e magari ha anche vissuto un po’ di montagna) potrà certamente trovare nella visione notevoli spunti di riflessione.  
Quindi sì, vi consigliamo questo film ma vi consigliamo ancor di più l’opera da cui sono tratte le parole qui sotto riportate:
“la trasformazione dell’esperienza della montagna in un modo d’essere (…), è allora che sorgerebbe, nei migliori, il senso che ogni andare, ogni ascendere, ogni conquistare, ogni osare è solo contingente mezzo d’espressione di una realtà immateriale (…) e ciò sarebbe la forza di coloro che mai ritornano dalle vette alla pianura, di quelli per i quali non vi è più né l’andare né il tornare, perché la montagna è nel loro spirito, perché il simbolo è divenuto realtà (…) La montagna per essi non è più né novità d’avventura, né romantica evasione (…) né eroismo per l’eroismo, né sport più o meno tecnicizzato. Essa si lega invece a qualcosa (…) che, conquista spirituale inalienabile, fa ormai parte della propria natura (…) a dare un nuovo senso a qualsiasi azione, a qualsiasi esperienza, a qualsiasi lotta della vita quotidiana.” J. Evola – Meditazioni delle vette, 1979

 

 

 

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