Libreria Cinabro

Riflessioni sulla crisi ucraina – di Daniele Perra

di Daniele Perra
Preferisco non soffermarmi sul fatto che si continui a parlare di “aggressione russa” dopo che per settimane il Donbass è stato sottoposto a continui bombardamenti.
La realtà dei fatti è che si voleva scatenare tale reazione ad ogni costo.
Si tenga a mente che a Washington interessa ben poco l’integrità territoriale dell’Ucraina (di fatto, la soluzione finale sarà la spartizione del suo territorio in zone di influenza). 
C’è un altro dato da tenere a mente.
I giornali titolano: “L’attacco all’Ucraina affonda i bitcoin. Forti ribassi sul mercato delle criptovalute“. Da novembre il bitcoin ha ormai perso il 50% del suo valore rispetto al dollaro. 
Questo dato è importante se si considera che esiste una corrente di pensiero (ben radicata soprattutto in Cina, in “Occidente” si preferisce non parlarne) che sostiene la tesi secondo la quale l’impero americano si autodistruggerà a causa dell’invenzione del quale va maggiormente fiero: internet.
La rete, infatti, ha determinato delle tendenze alla decentralizzazione dell’informazione ed alla demonetizzazione che stanno mettendo in seria crisi il monopolio informativo e l’egemonia del dollaro sul quale si fonda lo stesso impero. 
In due articoli apparsi sul sito informatico di “Eurasia” (“Il nemico dell’Europa” e “Modelli geopolitici a confronto”) ho cercato di sottolineare come le guerre del XXI secolo saranno in primo luogo guerre finanziarie.
Le crisi geopolitiche regionali (dall’Asia-Pacifico al Levante, fino all’Europa balcanica ed orientale) hanno sempre avuto lo scopo di ritirare capitali dalle rispettive regioni per riportarli negli Stati Uniti.
La Cina, da sogno affaristico USA, si è trasformata in incubo geopolitico nel momento in cui ha iniziato ad intercettare parte di questo flusso di capitali (ragione per cui si è assistito alla destabilizzazione di Hong Kong, alle provocazioni nel Mare Cinese Meridionale, ed alla vendita costante di armi a Taiwan da parte nordamericana). 
La crisi ucraina, oggi, oltre al rinnovato tentativo di inquinare il clima degli investimenti in Europa, deve e può essere interpretata anche alla luce del fatto che gli Stati Uniti stiano cercando di limitare i danni generati al loro sistema di potere dalle loro stesse politiche.
Già Obama e Trump (fallendo) hanno cercato di porre un freno alla deindustrializzazione: ovvero, a quello sganciamento del capitalismo americano dalla produzione che sta determinando il suo lento esaurimento. 
In altri termini, si tratta del tentativo di salvare l’egemonia globale del dollaro dalla demonetizzazione imposta dalla “virtualizzazione” del capitalismo.

L’articolo Riflessioni sulla crisi ucraina – di Daniele Perra proviene da AZIONE TRADIZIONALE.

di Daniele Perra
Preferisco non soffermarmi sul fatto che si continui a parlare di “aggressione russa” dopo che per settimane il Donbass è stato sottoposto a continui bombardamenti.
La realtà dei fatti è che si voleva scatenare tale reazione ad ogni costo.
Si tenga a mente che a Washington interessa ben poco l’integrità territoriale dell’Ucraina (di fatto, la soluzione finale sarà la spartizione del suo territorio in zone di influenza). 
C’è un altro dato da tenere a mente.
I giornali titolano: “L’attacco all’Ucraina affonda i bitcoin. Forti ribassi sul mercato delle criptovalute“. Da novembre il bitcoin ha ormai perso il 50% del suo valore rispetto al dollaro. 
Questo dato è importante se si considera che esiste una corrente di pensiero (ben radicata soprattutto in Cina, in “Occidente” si preferisce non parlarne) che sostiene la tesi secondo la quale l’impero americano si autodistruggerà a causa dell’invenzione del quale va maggiormente fiero: internet.
La rete, infatti, ha determinato delle tendenze alla decentralizzazione dell’informazione ed alla demonetizzazione che stanno mettendo in seria crisi il monopolio informativo e l’egemonia del dollaro sul quale si fonda lo stesso impero. 
In due articoli apparsi sul sito informatico di “Eurasia” (“Il nemico dell’Europa” e “Modelli geopolitici a confronto”) ho cercato di sottolineare come le guerre del XXI secolo saranno in primo luogo guerre finanziarie.
Le crisi geopolitiche regionali (dall’Asia-Pacifico al Levante, fino all’Europa balcanica ed orientale) hanno sempre avuto lo scopo di ritirare capitali dalle rispettive regioni per riportarli negli Stati Uniti.
La Cina, da sogno affaristico USA, si è trasformata in incubo geopolitico nel momento in cui ha iniziato ad intercettare parte di questo flusso di capitali (ragione per cui si è assistito alla destabilizzazione di Hong Kong, alle provocazioni nel Mare Cinese Meridionale, ed alla vendita costante di armi a Taiwan da parte nordamericana). 
La crisi ucraina, oggi, oltre al rinnovato tentativo di inquinare il clima degli investimenti in Europa, deve e può essere interpretata anche alla luce del fatto che gli Stati Uniti stiano cercando di limitare i danni generati al loro sistema di potere dalle loro stesse politiche.
Già Obama e Trump (fallendo) hanno cercato di porre un freno alla deindustrializzazione: ovvero, a quello sganciamento del capitalismo americano dalla produzione che sta determinando il suo lento esaurimento. 
In altri termini, si tratta del tentativo di salvare l’egemonia globale del dollaro dalla demonetizzazione imposta dalla “virtualizzazione” del capitalismo.

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