Libreria Cinabro

Rigenerazione Evola | Monarchia, dittatura, Partito unico

Tratto da RigenerazionEvola

Ancora per gli articoli di Julius Evola in materia di concezione dello Stato, pubblicati dal barone sul finire degli Anni Cinquanta su “Il Popolo italiano” e “Il Conciliatore”, proponiamo oggi l’interessante approfondimento, sintetico ma efficace, uscito sul numero di maggio 1959 de “Il Conciliatore”, dove venivano rapportati i concetti di monarchia, dittatura, bonapartismo, diarchia, partito unico, “Ordine”, tra modelli tradizionali ed esperienza storica del fascismo.

***

di Julius Evola

tratto da “Il Conciliatore”, maggio 1959

Nell’esame di quegli elementi del retaggio del fascismo che possono avere un valore autonomo dal punto di vista di una vera Destra, abbiamo trattato, nel precedente articolo (numero di aprile), della concezione generale dello Stato e dell’idea di nazione. L’argomento che ora passeremo a considerare, sempre allo stesso fine è intimamente connesso col precedente riguardando il sistema istituzionale nel quale deve concretizzarsi il principio della pura autorità politica e spirituale.

Occorre appena rilevare che in quasi tutti gli Stati tradizionali il punto essenziale di riferimento è stato, a tale riguardo, la monarchiaIl fascismo del Ventennio è stato monarchico, e sul significato e la dignità della Monarchia esistono espressioni mussoliniane esplicite e inequivocabili. Ma in pari tempo si ebbe il sistema della «Diarchia», cioè il coesistere della Monarchia con una specie di dittatura.
A questo sistema sono state mosse varie critiche, animate da diverso spirito. Si sa che vi è chi ha creduto di ravvisare nel rispetto per la Monarchia un equivoco o un difetto della forza rivoluzionaria del movimento mussoliniano. La verità è piuttosto che se in Italia fosse esistita una Monarchia vera, una Monarchia come un potere e non come un semplice simbolo, il fascismo non sarebbe mai sorto, la «rivoluzione» non sarebbe stata necessaria o, per meglio dire, essa avrebbe avuto la forma di quella «rivoluzione dall’alto» (con una momentanea sospensione dei vincoli costituzionali) che è la sola ammissibile in un regime tradizionale. Ma poiché le cose non stavano così, altre vie dovettero essere seguite.

In sede di pura dottrina, non è affatto detto che la «diarchia» sia un compromesso e qualcosa di ibrido: essa può invece avere un crisma tradizionale. Una dittatura non può essere perpetuata, con carattere costituzionale. Roma antica l’ammise in casi di necessità, e finché durava tale necessità, come un istituto non «rivoluzionario» ma perfettamente contemplato dall’ordine legittimo sussistente. Anche in altre costituzioni tradizionali troviamo dualità equivalenti a quella del rex e del dux, del rex e dell’heretigo o imperator (nel senso militare), il primo incarnando il puro, intangibile e sacro principio della sovranità, il secondo presentandosi come colui che in periodi tempestosi o in vista di compiti particolari esercitava poteri eccezionali in una posizione esposta, che al rex, per il carattere stesso della sua funzione, non potevano convenire. E a lui si richiedevano, a differenza che al rex, le qualità di in individuo eccezionale e particolarmente dotato, non dovendo egli trarre la sua autorità da una pura funzione simbolica non-agente e, per così dire, «olimpica». Del resto, in tempi meno remoti, figure particolari, come un Richelieu, un Bismarck, un Metternich e, in certa misura, lo stesso Cavour a lato del Sovrano riprodussero, in parte, tale situazione.

Dopo aver fissato questo punto, passiamo a considerare il caso concreto del regime fascista. Se la dignità di Mussolini non sarebbe stata menomata in una funzione analoga a quella di un grande Cancelliere lealista (funzione in gran parte da lui svolta fino alla creazione dell’Impero, non per sé, ma per il re d’Italia), contro la «diarchia» non essendovi allora nulla da eccepire, pure ci si presenta un sistema ibrido quando in Mussolini si consideri la qualità, conservata, di capo di un movimento e di un partito, il suo aspetto di capo-popolo, il suo ambire ad un prestigio che dava quasi sul bonapartistico e sul tribunizio, il risalto che ebbe la persona, l’inclinazione, se non demagogica, almeno abbastanza democratica, di «andare verso il popolo», di non disdegnare il plauso della piazza (che doveva degnamente ricambiarlo nel 1945).

Un punto è assai importante, nella discriminazione di cui ora ci stiamo occupando: oggi non lo si sente più, ma esiste un preciso divario fra l’autorità di un vero signore e di un sovrano e l’autorità basata di un potere informe e sulla capacità di muovere le forze emotive e irrazionali delle masse per mezzo delle qualità e delle abilità di un individuo eccezionale. Nel mondo tradizionale si obbedisce e si è gregari o sudditi in base ad un «pathos della distanza» (Nietzsche), ossia perché ci si sente dinanzi a chi è quasi di un’altra natura. Nel mondo di oggi, col trasformarsi del popolo in plebe e in massa, si sa al massimo obbedire in base ad un «pathos della vicinanza», cioè della eguaglianza: si tollera solo quel capo che, in essenza, «è uno di noi», è «popolare», interpreta la «volontà del popolo». Il ducismo in senso deteriore, quale si è affermato soprattutto nell’hitlerismo, corrisponde a questo secondo orientamento moderno e antitradizionale, inammissibile dal punto di vista di un vera Destra. Infatti si cade in un deprecabile equivoco quando si parla di «Destra» dovunque si tratta, genericamente, di un semplice regime «forte», autoritario»: il punto decisivo è invece costituito dai fondamenti reali e spirituali di un tal regime, se si deve parlare di una vera Destra.

Passiamo ora a quell’aspetto caratteristico del fascismo che corrisponde alla concezione del «partito unico». Il vero Stato – occorre appena dirlo – non conosce la partitocrazia del regime parlamentaristico-democratico costruita sulla base informe e assurda del suffragio universale. Ma l’idea del partito unico è contraddittoria. Dire partito significa dire parte, il suo concetto implica una molteplicità, per cui il partito unico sarebbe la parte che vuole divenire tutto, in altri termini, una fazione che ha eliminato le altre senza per questo elevarsi ad un piano superiore, appunto per il suo continuare a considerarsi come un partitoIl partito fascista nell’Italia di ieri rappresentò una specie di Stato nello Stato, a pregiudizio di un sistema veramente organico e monolitico. Nella fase di conquista del potere un partito può avere una importanza vitale come centro di cristallizzazione di un movimento nazionale. Dopo tale fase, il suo sussistere è però un assurdo. Ciò non deve essere pensato come un desiderare una «normalizzazione» nel senso deteriore, con una corrispondente caduta della tensione politica e spirituale.

Camera dei Lords

È in altra forma che le forze valide di un partito affermatosi debbono conservarsi ed agire: inserendosi nelle gerarchie normali e essenziali dello stesso Stato, occupando le posizioni-chiave di esso e costituendo una specie di guardia armata dello Stato, una élite portatrice, in grado eminente, dell’Idea. Allora, più che di un «partito», sarà il caso di parlare di una specie di «Ordine». È la stessa funzione che, in altri tempi, ebbe la nobiltà, quale classe politica: fino al periodo degli Imperi centro-europei. Come forma assai approssimativa, la Camera dei Lord, quale era stata originariamente concepita. Una «opposizione», naturalmente, qui non può aver posto in termini di partiti che difendano un altro sistema; può aver posto solo una opposizione «funzionale» come parte del sistema, con la premessa di un fondamentale lealismo. In origine, anche questa fu una sana concezione politica inglese.

Il fascismo mantenne invece la concezione del partito e si ebbe una specie di duplicazione della articolazioni statali e politiche (Milizia vicino ad esercito, federali vicino a prefetti, Gran Consiglio vicino a parlamento, ecc.), in luogo di una sintesi organica e di una simbiosi. Ciò non può esser accolto come elemento valido del retaggio del fascismo. Infine la stessa concezione del partito fascista risentì delle origini di esso, per mancanza di un criterio qualitativo: fu quella di un partito di massa. Invece di far apparire l’appartenenza al partito come un difficile privilegio, il regime quasi la impose a ciascuno. Chi è che, ieri, non aveva la «tessera»? Chi poteva permettersi di non averla? Donde la fatale conseguenza di adesioni esteriori, conformistiche e opportunistiche – con gli effetti che subito si palesarono al momento della crisi. In origine, nel comunismo e nello stesso nazionalsocialismo, la concezione del partito ebbe invece caratteri assai più esclusivistici.

Per noi, il punto positivo di riferimento, la controparte positiva del concetto del «partito unico», deve essere quella di una specie di Ordine, spina dorsale dello Stato, partecipe, in una certa misura, della pura autorità e della dignità che si raccolgono al vertice dello Stato. A ciò deve condurre l’esigenza del passaggio dalla fase «rivoluzionaria» di un movimento di rinascita nazionale alla fase in cui la stessa energia si manifesterà come forza oggettiva formatrice e differenziatrice dell’elemento umano. Non si può dire che una esigenza del genere lo stesso fascismo non l’abbia enunciata; però poco si andò in là dall’enunciazione, e, in genere, proprio i residui «partitistici» furono di ostacolo per uno sviluppo politico completo e ardito nel senso di una vera Destra.

Esaminata la concezione generale dello Stato, esaminati i limiti di legittimità della «dittatura» e di una eventuale «diarchia», gli aspetti negativi del «ducismo», il superamento integrativo della idea del «partito unico» in funzione di un’unica salda struttura gerarchica e organica, i punti principali da esaminare, nella nostra discriminazione, sono esauriti, per quel che riguarda la pura dottrina politica. il prossimi articolo sarà dedicato ad un analogo esame del dominio economico-sociale.

L’articolo Rigenerazione Evola | Monarchia, dittatura, Partito unico proviene da AZIONE TRADIZIONALE.

Tratto da RigenerazionEvola

Ancora per gli articoli di Julius Evola in materia di concezione dello Stato, pubblicati dal barone sul finire degli Anni Cinquanta su “Il Popolo italiano” e “Il Conciliatore”, proponiamo oggi l’interessante approfondimento, sintetico ma efficace, uscito sul numero di maggio 1959 de “Il Conciliatore”, dove venivano rapportati i concetti di monarchia, dittatura, bonapartismo, diarchia, partito unico, “Ordine”, tra modelli tradizionali ed esperienza storica del fascismo.

***

di Julius Evola

tratto da “Il Conciliatore”, maggio 1959

Nell’esame di quegli elementi del retaggio del fascismo che possono avere un valore autonomo dal punto di vista di una vera Destra, abbiamo trattato, nel precedente articolo (numero di aprile), della concezione generale dello Stato e dell’idea di nazione. L’argomento che ora passeremo a considerare, sempre allo stesso fine è intimamente connesso col precedente riguardando il sistema istituzionale nel quale deve concretizzarsi il principio della pura autorità politica e spirituale.

Occorre appena rilevare che in quasi tutti gli Stati tradizionali il punto essenziale di riferimento è stato, a tale riguardo, la monarchiaIl fascismo del Ventennio è stato monarchico, e sul significato e la dignità della Monarchia esistono espressioni mussoliniane esplicite e inequivocabili. Ma in pari tempo si ebbe il sistema della «Diarchia», cioè il coesistere della Monarchia con una specie di dittatura.
A questo sistema sono state mosse varie critiche, animate da diverso spirito. Si sa che vi è chi ha creduto di ravvisare nel rispetto per la Monarchia un equivoco o un difetto della forza rivoluzionaria del movimento mussoliniano. La verità è piuttosto che se in Italia fosse esistita una Monarchia vera, una Monarchia come un potere e non come un semplice simbolo, il fascismo non sarebbe mai sorto, la «rivoluzione» non sarebbe stata necessaria o, per meglio dire, essa avrebbe avuto la forma di quella «rivoluzione dall’alto» (con una momentanea sospensione dei vincoli costituzionali) che è la sola ammissibile in un regime tradizionale. Ma poiché le cose non stavano così, altre vie dovettero essere seguite.

In sede di pura dottrina, non è affatto detto che la «diarchia» sia un compromesso e qualcosa di ibrido: essa può invece avere un crisma tradizionale. Una dittatura non può essere perpetuata, con carattere costituzionale. Roma antica l’ammise in casi di necessità, e finché durava tale necessità, come un istituto non «rivoluzionario» ma perfettamente contemplato dall’ordine legittimo sussistente. Anche in altre costituzioni tradizionali troviamo dualità equivalenti a quella del rex e del dux, del rex e dell’heretigo o imperator (nel senso militare), il primo incarnando il puro, intangibile e sacro principio della sovranità, il secondo presentandosi come colui che in periodi tempestosi o in vista di compiti particolari esercitava poteri eccezionali in una posizione esposta, che al rex, per il carattere stesso della sua funzione, non potevano convenire. E a lui si richiedevano, a differenza che al rex, le qualità di in individuo eccezionale e particolarmente dotato, non dovendo egli trarre la sua autorità da una pura funzione simbolica non-agente e, per così dire, «olimpica». Del resto, in tempi meno remoti, figure particolari, come un Richelieu, un Bismarck, un Metternich e, in certa misura, lo stesso Cavour a lato del Sovrano riprodussero, in parte, tale situazione.

Dopo aver fissato questo punto, passiamo a considerare il caso concreto del regime fascista. Se la dignità di Mussolini non sarebbe stata menomata in una funzione analoga a quella di un grande Cancelliere lealista (funzione in gran parte da lui svolta fino alla creazione dell’Impero, non per sé, ma per il re d’Italia), contro la «diarchia» non essendovi allora nulla da eccepire, pure ci si presenta un sistema ibrido quando in Mussolini si consideri la qualità, conservata, di capo di un movimento e di un partito, il suo aspetto di capo-popolo, il suo ambire ad un prestigio che dava quasi sul bonapartistico e sul tribunizio, il risalto che ebbe la persona, l’inclinazione, se non demagogica, almeno abbastanza democratica, di «andare verso il popolo», di non disdegnare il plauso della piazza (che doveva degnamente ricambiarlo nel 1945).

Un punto è assai importante, nella discriminazione di cui ora ci stiamo occupando: oggi non lo si sente più, ma esiste un preciso divario fra l’autorità di un vero signore e di un sovrano e l’autorità basata di un potere informe e sulla capacità di muovere le forze emotive e irrazionali delle masse per mezzo delle qualità e delle abilità di un individuo eccezionale. Nel mondo tradizionale si obbedisce e si è gregari o sudditi in base ad un «pathos della distanza» (Nietzsche), ossia perché ci si sente dinanzi a chi è quasi di un’altra natura. Nel mondo di oggi, col trasformarsi del popolo in plebe e in massa, si sa al massimo obbedire in base ad un «pathos della vicinanza», cioè della eguaglianza: si tollera solo quel capo che, in essenza, «è uno di noi», è «popolare», interpreta la «volontà del popolo». Il ducismo in senso deteriore, quale si è affermato soprattutto nell’hitlerismo, corrisponde a questo secondo orientamento moderno e antitradizionale, inammissibile dal punto di vista di un vera Destra. Infatti si cade in un deprecabile equivoco quando si parla di «Destra» dovunque si tratta, genericamente, di un semplice regime «forte», autoritario»: il punto decisivo è invece costituito dai fondamenti reali e spirituali di un tal regime, se si deve parlare di una vera Destra.

Passiamo ora a quell’aspetto caratteristico del fascismo che corrisponde alla concezione del «partito unico». Il vero Stato – occorre appena dirlo – non conosce la partitocrazia del regime parlamentaristico-democratico costruita sulla base informe e assurda del suffragio universale. Ma l’idea del partito unico è contraddittoria. Dire partito significa dire parte, il suo concetto implica una molteplicità, per cui il partito unico sarebbe la parte che vuole divenire tutto, in altri termini, una fazione che ha eliminato le altre senza per questo elevarsi ad un piano superiore, appunto per il suo continuare a considerarsi come un partitoIl partito fascista nell’Italia di ieri rappresentò una specie di Stato nello Stato, a pregiudizio di un sistema veramente organico e monolitico. Nella fase di conquista del potere un partito può avere una importanza vitale come centro di cristallizzazione di un movimento nazionale. Dopo tale fase, il suo sussistere è però un assurdo. Ciò non deve essere pensato come un desiderare una «normalizzazione» nel senso deteriore, con una corrispondente caduta della tensione politica e spirituale.

Camera dei Lords

È in altra forma che le forze valide di un partito affermatosi debbono conservarsi ed agire: inserendosi nelle gerarchie normali e essenziali dello stesso Stato, occupando le posizioni-chiave di esso e costituendo una specie di guardia armata dello Stato, una élite portatrice, in grado eminente, dell’Idea. Allora, più che di un «partito», sarà il caso di parlare di una specie di «Ordine». È la stessa funzione che, in altri tempi, ebbe la nobiltà, quale classe politica: fino al periodo degli Imperi centro-europei. Come forma assai approssimativa, la Camera dei Lord, quale era stata originariamente concepita. Una «opposizione», naturalmente, qui non può aver posto in termini di partiti che difendano un altro sistema; può aver posto solo una opposizione «funzionale» come parte del sistema, con la premessa di un fondamentale lealismo. In origine, anche questa fu una sana concezione politica inglese.

Il fascismo mantenne invece la concezione del partito e si ebbe una specie di duplicazione della articolazioni statali e politiche (Milizia vicino ad esercito, federali vicino a prefetti, Gran Consiglio vicino a parlamento, ecc.), in luogo di una sintesi organica e di una simbiosi. Ciò non può esser accolto come elemento valido del retaggio del fascismo. Infine la stessa concezione del partito fascista risentì delle origini di esso, per mancanza di un criterio qualitativo: fu quella di un partito di massa. Invece di far apparire l’appartenenza al partito come un difficile privilegio, il regime quasi la impose a ciascuno. Chi è che, ieri, non aveva la «tessera»? Chi poteva permettersi di non averla? Donde la fatale conseguenza di adesioni esteriori, conformistiche e opportunistiche – con gli effetti che subito si palesarono al momento della crisi. In origine, nel comunismo e nello stesso nazionalsocialismo, la concezione del partito ebbe invece caratteri assai più esclusivistici.

Per noi, il punto positivo di riferimento, la controparte positiva del concetto del «partito unico», deve essere quella di una specie di Ordine, spina dorsale dello Stato, partecipe, in una certa misura, della pura autorità e della dignità che si raccolgono al vertice dello Stato. A ciò deve condurre l’esigenza del passaggio dalla fase «rivoluzionaria» di un movimento di rinascita nazionale alla fase in cui la stessa energia si manifesterà come forza oggettiva formatrice e differenziatrice dell’elemento umano. Non si può dire che una esigenza del genere lo stesso fascismo non l’abbia enunciata; però poco si andò in là dall’enunciazione, e, in genere, proprio i residui «partitistici» furono di ostacolo per uno sviluppo politico completo e ardito nel senso di una vera Destra.

Esaminata la concezione generale dello Stato, esaminati i limiti di legittimità della «dittatura» e di una eventuale «diarchia», gli aspetti negativi del «ducismo», il superamento integrativo della idea del «partito unico» in funzione di un’unica salda struttura gerarchica e organica, i punti principali da esaminare, nella nostra discriminazione, sono esauriti, per quel che riguarda la pura dottrina politica. il prossimi articolo sarà dedicato ad un analogo esame del dominio economico-sociale.

L’articolo Rigenerazione Evola | Monarchia, dittatura, Partito unico proviene da AZIONE TRADIZIONALE.

Generated by Feedzy