Libreria Cinabro

Vivere l’autunno: ritirarsi e lasciar cadere

«I cieli narrano la gloria di Dio, / l’opera delle sue mani annuncia il firmamento. / Il giorno al giorno ne affida il racconto / e la notte alla notte ne trasmette notizia.

[…]

Là pose una tenda per il sole / che esce come sposo dalla stanza nuziale: / esulta come un prode che percorre la via. / Sorge da un estremo del cielo / e la sua orbita raggiunge l’altro estremo: / nulla si sottrae al suo calore» – Salmo 19

 

In un percorso tradizionale, conformare la propria vita al ritmo dell’anno è di fondamentale importanza.
La natura, infatti, è il primo libro scritto da Dio, una foresta di simboli tramite la quale Egli comunica; ciò fece dire a San Bernardo di Chiaravalle «Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà». Metafisicamente, infatti, la manifestazione sul piano umano rappresenta analogicamente, secondo le relative condizioni di esistenza, la manifestazione totale, espressione dell’Essere, quale Princìpio immanifesto di tutto ciò che è manifestato.
Richiamando simbolicamente la dimensione trascendente che nella natura si riflette, come il sole si rispecchia in un limpido lago, dunque al di fuori di ogni immanentismo naturalista, panteista o new-age, i ritmi del cosmo esprimono una liturgia, immagine dell’ordine e dell’armonia divini, sulla quale sono a propria volta strutturate le liturgie di ogni forma tradizionale; così come è espresso, con grande evidenza, ad esempio, nella tradizione cattolica: al Solstizio d’inverno corrisponde il Natale, festa della Luce Vera, nascita del Sole di Giustizia, di cui il sole visibile «porta significatione» (San Fancesco d’Assisi), che viene nel mondo, che nasce nei cuori, per dissiparne le tenebre; all’Equinozio di primavera, che vede nel mondo il trionfo della vita dopo le tenebre delle stagioni autunnale e invernale, la Pasqua, festa della della Vita che vince la morte, che riscatta e nuovamente vivifica il mondo e gli uomini (Resurrezione), li attrae a sé nell’Alto dei Cieli, ove prepara loro un posto (Ascensione), e li vivifica con il dono dello Spirito (Pentecoste); nella stagione estiva, quando, successivamente al Solstizio d’estate, il sole è al punto più alto sull’eclittica e la natura ha espresso massimamente le proprie possibilità, abbiamo le festività del compimento spirituale, della santificazione (o deificazione, come direbbero i cristiani di rito orientale) della natura umana, ossia l’Assunzione e l’Incoronazione della B.V. Maria, ma anche, proprio il 24 giugno, quando il sole comincia a diminuire, la festa di San Giovanni Battista, che già annuncia la venuta della Luce Vera in corrispondenza del Solstizio d’inverno («Lui deve crescere; io, invece, diminuire» Gv 3, 30); mentre, infine, a partire dall’Equinozio d’autunno, quando la ‘morte’ esteriore della natura richiama all’interiorità, alla discesa nei propri inferi, abbiamo le festività dei Santi Arcangeli, tra cui Michele, nostro difensore nella battaglia spirituale, le feste di commemorazione dei santi e dei defunti, che culminano nell’Avvento, che è attesa della Nascita della Luce Vera.
Il Sole — o meglio, il Principio trascendente che lo stesso simboleggia —, infatti, ci invita a conformarci a tale liturgia, per interiorizzare, vivere e realizzare nel cuore la dimensione trascendente alla base di tale simbologia cosmica, rendendola realmente ed effettivamente trasfigurante: vivere spiritualmente i cicli annuali, così come ogni anno liturgico insegna, è cogliere ciò che sta oltre il manifesto, che ne è il Princìpio, allo stesso conformandosi.
Ciò è opportuno ricordarlo principalmente in questi giorni, a ridosso dell’autunno e focalizzandoci sullo stesso: soglia di quello che, fino all’Equinozio di primavera, con il suo fulcro nel Solstizio d’inverno, quando il sole, che sembra stia per essere inghiottito dalle tenebre, ne esce vittorioso, rappresenta la fase annuale più critica.
In un rapporto di analogia inversa, il diminuire, fino quasi a scomparire a ridosso del Solstizio d’inverno, della luce esteriore ci suggerisce di cercare la luce all’interno, affinché la rinascita della luce esteriore corrisponda, nel proprio cuore, alla nascita della Luce Vera.
Vivere l’autunno è comprendere a pieno le due dimensioni che lo stesso suggerisce: da una parte il raccoglimento e l’introspezione, dall’altra il “lasciare andare”.
In autunno, il cosmo in primis favorisce il ritirarsi: volgere lo sguardo e le energie all’interno, dopo che la luce, i colori, gli odori e i sapori della primavera e dell’estate hanno fatto volgere i nostri sensi al mondo. L’autunno è una fase propizia per la concentrazione: osservandosi, combattendo i vizi e coltivando le virtù, dedicando il tempo e le energie migliori alla meditazione e alla preghiera, senza disperderle, tramite uno stile di vita consono, come un’alimentazione più leggera e l’astensione o la riduzione dell’utilizzo di sostanze e alimenti inebrianti, ma anche assumendo dei piccoli impegni che possano metterci alla prova, come l’essere più puntuali.
Bisogna però fare attenzione: ritirarsi non è ripiegarsi, chiudersi, essere autoreferenziale.
Quando si pratica un’ascesi, il pericolo, sempre dietro l’angolo, è sentirsi migliori degli altri, confondendo l’obiettivo dei propri sforzi e agendo non per liberare il proprio cuore, ma per il raggiungimento di un’idea (troppo umana) di “perfezione”.
Che senso avrebbe digiunare e concentrarsi se ciò divenisse motivo di orgoglio, dunque di chiusura solipsistica nei confronti del mondo, degli altri e, dunque, di Dio?
Tale illusione è fonte di divisione e solitudine, come nel caso di Lucifero, che, chiudendosi a Dio per affermare se stesso tramite le sue sole virtù, si è condannato alla solitudine, alla disperazione e all’invidia perpetue (diaballein, separo: il diavolo separando si separa, si scinde all’indefinito da Dio).
L’autoreferenzialità è un nemico subdolo, perché, interamente parte di noi stessi, si camuffa abilmente, contrariamente invece a molti vizi o una cattive abitudini, che spesso hanno caratteri molto più circoscritti e individuabili.
La soluzione sembra essere allora focalizzarci sull’altro aspetto dell’autunno: lasciare andare.
L’autunno, infatti, è anche la fase cosmica in cui è lasciato andare ciò che è secco e morto, per poter procedere in Alto e fruttificare: gli alberi lasciano andare le foglie, la natura lascia andare tutto ciò che è ormai vecchio, il cui peso impedirà di crescere, di germogliare in primavera, di fruttificare in estate. Persino il cielo “lascia andare”: lascia andare le piogge, le lascia andare gratuitamente, affinché l’umidità nutra il terreno e lo prepari ad accogliere, custodire e generare nuova vita.
Quali sono, allora, le foglie secche, immobili e pesanti, da lasciare andare? Sono le foglie morte dei pregiudizi, dei rancori, dei moti d’orgoglio, delle questioni di principio, dell’ira, dell’invidia e del risentimento: sentimenti di cui si nutre l’uomo frustrato e spezzato, da cui nutre quel senso di superiorità che morbosamente scambia per forza.
In particolare giudicare, dare giudizi, adulterare l’oggettività e il mistero della Verità con le nostre opinioni, per natura individuali e parziali, soggette a ciò che piace o non piace, è un atteggiamento che, assolutizzando ciò che è parziale ed erroneo, è molto controproducente nella vita spirituale. Il giudizio sulle persone, soprattutto, rappresenta una vera e propria usurpazione, in quanto è unicamente prerogativa di Dio: l’Unico che conosce i cuori. 
Giudicare è vestire la Verità dei nostri gusti o delle nostre delusioni: è rendersi ciechi di fronte alla realtà per com’è.
Quindi, in cosa si tradurrebbe questo ‘lasciare andare’? Distacco e perdono: andare avanti, oltre ciò che ci piace o non ci piace, oltre ciò che pensiamo di non aver ricevuto, che pensiamo ci spetti, che abbiamo paura di perdere.
Distacco è assenza di giudizio: fare ciò che deve essere fatto, oltre vantaggio e perdita, donare il proprio tempo e le proprie energie con gioia, riconoscere a ciascuno il diritto a esistere, oltre simpatia e antipatia. 
Perdono è non rivendicare nulla di proprio, attaccarsi a nulla, ritenersi sempre al servizio di chi ci troviamo di fronte, perché essere al servizio non può conoscere rancore; è comprendere e vivere a pieno che non siamo i nostri riconoscimenti, vivere veramente e con leggerezza.
Distacco e perdono esprimono l’Amore, perché se alla base del calcolo (che è il contrario dell’Amore) c’è sempre una misura, l’Amore è pura dismisura.
Distacco e perdono verificano il silenzio nutrito nel raccoglimento, che altrimenti, chiuso in se stesso, rimarrebbe solo mutismo. E c’è un’enorme differenza tra silenzio e mutismo.
Distacco e perdono è fare proprio lo sguardo del Cristo, che nella adultera, in cui scribi e farisei vedevano solo una peccatrice, vedeva semplicemente e innanzitutto una donna (Gv 8, 1-11). 
In autunno, nell’equilibrio tra ritirarsi e lasciare andare, come tra sistole e diastole, possiamo percorrere un vero itinerario spirituale, che ci conduca non alla roboante “saggezza” del dotto, ma alla comprensione del semplice, il solo che, osservando la realtà senza pregiudizio, può intravedervi Dio.

L’articolo Vivere l’autunno: ritirarsi e lasciar cadere proviene da AZIONE TRADIZIONALE.

«I cieli narrano la gloria di Dio, / l’opera delle sue mani annuncia il firmamento. / Il giorno al giorno ne affida il racconto / e la notte alla notte ne trasmette notizia.

[…]

Là pose una tenda per il sole / che esce come sposo dalla stanza nuziale: / esulta come un prode che percorre la via. / Sorge da un estremo del cielo / e la sua orbita raggiunge l’altro estremo: / nulla si sottrae al suo calore» – Salmo 19

 

In un percorso tradizionale, conformare la propria vita al ritmo dell’anno è di fondamentale importanza.
La natura, infatti, è il primo libro scritto da Dio, una foresta di simboli tramite la quale Egli comunica; ciò fece dire a San Bernardo di Chiaravalle «Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà». Metafisicamente, infatti, la manifestazione sul piano umano rappresenta analogicamente, secondo le relative condizioni di esistenza, la manifestazione totale, espressione dell’Essere, quale Princìpio immanifesto di tutto ciò che è manifestato.
Richiamando simbolicamente la dimensione trascendente che nella natura si riflette, come il sole si rispecchia in un limpido lago, dunque al di fuori di ogni immanentismo naturalista, panteista o new-age, i ritmi del cosmo esprimono una liturgia, immagine dell’ordine e dell’armonia divini, sulla quale sono a propria volta strutturate le liturgie di ogni forma tradizionale; così come è espresso, con grande evidenza, ad esempio, nella tradizione cattolica: al Solstizio d’inverno corrisponde il Natale, festa della Luce Vera, nascita del Sole di Giustizia, di cui il sole visibile «porta significatione» (San Fancesco d’Assisi), che viene nel mondo, che nasce nei cuori, per dissiparne le tenebre; all’Equinozio di primavera, che vede nel mondo il trionfo della vita dopo le tenebre delle stagioni autunnale e invernale, la Pasqua, festa della della Vita che vince la morte, che riscatta e nuovamente vivifica il mondo e gli uomini (Resurrezione), li attrae a sé nell’Alto dei Cieli, ove prepara loro un posto (Ascensione), e li vivifica con il dono dello Spirito (Pentecoste); nella stagione estiva, quando, successivamente al Solstizio d’estate, il sole è al punto più alto sull’eclittica e la natura ha espresso massimamente le proprie possibilità, abbiamo le festività del compimento spirituale, della santificazione (o deificazione, come direbbero i cristiani di rito orientale) della natura umana, ossia l’Assunzione e l’Incoronazione della B.V. Maria, ma anche, proprio il 24 giugno, quando il sole comincia a diminuire, la festa di San Giovanni Battista, che già annuncia la venuta della Luce Vera in corrispondenza del Solstizio d’inverno («Lui deve crescere; io, invece, diminuire» Gv 3, 30); mentre, infine, a partire dall’Equinozio d’autunno, quando la ‘morte’ esteriore della natura richiama all’interiorità, alla discesa nei propri inferi, abbiamo le festività dei Santi Arcangeli, tra cui Michele, nostro difensore nella battaglia spirituale, le feste di commemorazione dei santi e dei defunti, che culminano nell’Avvento, che è attesa della Nascita della Luce Vera.
Il Sole — o meglio, il Principio trascendente che lo stesso simboleggia —, infatti, ci invita a conformarci a tale liturgia, per interiorizzare, vivere e realizzare nel cuore la dimensione trascendente alla base di tale simbologia cosmica, rendendola realmente ed effettivamente trasfigurante: vivere spiritualmente i cicli annuali, così come ogni anno liturgico insegna, è cogliere ciò che sta oltre il manifesto, che ne è il Princìpio, allo stesso conformandosi.
Ciò è opportuno ricordarlo principalmente in questi giorni, a ridosso dell’autunno e focalizzandoci sullo stesso: soglia di quello che, fino all’Equinozio di primavera, con il suo fulcro nel Solstizio d’inverno, quando il sole, che sembra stia per essere inghiottito dalle tenebre, ne esce vittorioso, rappresenta la fase annuale più critica.
In un rapporto di analogia inversa, il diminuire, fino quasi a scomparire a ridosso del Solstizio d’inverno, della luce esteriore ci suggerisce di cercare la luce all’interno, affinché la rinascita della luce esteriore corrisponda, nel proprio cuore, alla nascita della Luce Vera.
Vivere l’autunno è comprendere a pieno le due dimensioni che lo stesso suggerisce: da una parte il raccoglimento e l’introspezione, dall’altra il “lasciare andare”.
In autunno, il cosmo in primis favorisce il ritirarsi: volgere lo sguardo e le energie all’interno, dopo che la luce, i colori, gli odori e i sapori della primavera e dell’estate hanno fatto volgere i nostri sensi al mondo. L’autunno è una fase propizia per la concentrazione: osservandosi, combattendo i vizi e coltivando le virtù, dedicando il tempo e le energie migliori alla meditazione e alla preghiera, senza disperderle, tramite uno stile di vita consono, come un’alimentazione più leggera e l’astensione o la riduzione dell’utilizzo di sostanze e alimenti inebrianti, ma anche assumendo dei piccoli impegni che possano metterci alla prova, come l’essere più puntuali.
Bisogna però fare attenzione: ritirarsi non è ripiegarsi, chiudersi, essere autoreferenziale.
Quando si pratica un’ascesi, il pericolo, sempre dietro l’angolo, è sentirsi migliori degli altri, confondendo l’obiettivo dei propri sforzi e agendo non per liberare il proprio cuore, ma per il raggiungimento di un’idea (troppo umana) di “perfezione”.
Che senso avrebbe digiunare e concentrarsi se ciò divenisse motivo di orgoglio, dunque di chiusura solipsistica nei confronti del mondo, degli altri e, dunque, di Dio?
Tale illusione è fonte di divisione e solitudine, come nel caso di Lucifero, che, chiudendosi a Dio per affermare se stesso tramite le sue sole virtù, si è condannato alla solitudine, alla disperazione e all’invidia perpetue (diaballein, separo: il diavolo separando si separa, si scinde all’indefinito da Dio).
L’autoreferenzialità è un nemico subdolo, perché, interamente parte di noi stessi, si camuffa abilmente, contrariamente invece a molti vizi o una cattive abitudini, che spesso hanno caratteri molto più circoscritti e individuabili.
La soluzione sembra essere allora focalizzarci sull’altro aspetto dell’autunno: lasciare andare.
L’autunno, infatti, è anche la fase cosmica in cui è lasciato andare ciò che è secco e morto, per poter procedere in Alto e fruttificare: gli alberi lasciano andare le foglie, la natura lascia andare tutto ciò che è ormai vecchio, il cui peso impedirà di crescere, di germogliare in primavera, di fruttificare in estate. Persino il cielo “lascia andare”: lascia andare le piogge, le lascia andare gratuitamente, affinché l’umidità nutra il terreno e lo prepari ad accogliere, custodire e generare nuova vita.
Quali sono, allora, le foglie secche, immobili e pesanti, da lasciare andare? Sono le foglie morte dei pregiudizi, dei rancori, dei moti d’orgoglio, delle questioni di principio, dell’ira, dell’invidia e del risentimento: sentimenti di cui si nutre l’uomo frustrato e spezzato, da cui nutre quel senso di superiorità che morbosamente scambia per forza.
In particolare giudicare, dare giudizi, adulterare l’oggettività e il mistero della Verità con le nostre opinioni, per natura individuali e parziali, soggette a ciò che piace o non piace, è un atteggiamento che, assolutizzando ciò che è parziale ed erroneo, è molto controproducente nella vita spirituale. Il giudizio sulle persone, soprattutto, rappresenta una vera e propria usurpazione, in quanto è unicamente prerogativa di Dio: l’Unico che conosce i cuori. 
Giudicare è vestire la Verità dei nostri gusti o delle nostre delusioni: è rendersi ciechi di fronte alla realtà per com’è.
Quindi, in cosa si tradurrebbe questo ‘lasciare andare’? Distacco e perdono: andare avanti, oltre ciò che ci piace o non ci piace, oltre ciò che pensiamo di non aver ricevuto, che pensiamo ci spetti, che abbiamo paura di perdere.
Distacco è assenza di giudizio: fare ciò che deve essere fatto, oltre vantaggio e perdita, donare il proprio tempo e le proprie energie con gioia, riconoscere a ciascuno il diritto a esistere, oltre simpatia e antipatia. 
Perdono è non rivendicare nulla di proprio, attaccarsi a nulla, ritenersi sempre al servizio di chi ci troviamo di fronte, perché essere al servizio non può conoscere rancore; è comprendere e vivere a pieno che non siamo i nostri riconoscimenti, vivere veramente e con leggerezza.
Distacco e perdono esprimono l’Amore, perché se alla base del calcolo (che è il contrario dell’Amore) c’è sempre una misura, l’Amore è pura dismisura.
Distacco e perdono verificano il silenzio nutrito nel raccoglimento, che altrimenti, chiuso in se stesso, rimarrebbe solo mutismo. E c’è un’enorme differenza tra silenzio e mutismo.
Distacco e perdono è fare proprio lo sguardo del Cristo, che nella adultera, in cui scribi e farisei vedevano solo una peccatrice, vedeva semplicemente e innanzitutto una donna (Gv 8, 1-11). 
In autunno, nell’equilibrio tra ritirarsi e lasciare andare, come tra sistole e diastole, possiamo percorrere un vero itinerario spirituale, che ci conduca non alla roboante “saggezza” del dotto, ma alla comprensione del semplice, il solo che, osservando la realtà senza pregiudizio, può intravedervi Dio.

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